Perché prendere Cuba non ha senso per Trump
Un'analisi del settimanale sostiene che, anche con la caduta del regime e la fine delle sanzioni, l'isola resterebbe poco attrattiva per ragioni strutturali precedenti all'embargo
Il blocco del carburante imposto a marzo dal presidente Donald Trump ha costretto a chiudere le raffinerie di nichel di Sherritt International, l'unico progetto di estrazione delle risorse a guida occidentale presente a Cuba da trent'anni. Il 15 maggio la società canadese ha annunciato l'uscita definitiva dall'isola; tre giorni dopo Ray Washburne, miliardario texano e amico del presidente, ha offerto di acquistare l'azienda, e Sherritt ha accettato. Secondo un'analisi pubblicata sull'Economist, è uno dei primi tasselli dello scenario in cui Washington spinge il regime cubano al collasso per poi favorire il ritorno dei capitali americani sull'isola.
L'Economist sostiene che, "anche senza il fardello dell'embargo e del comunismo", Cuba resterebbe "una cattiva prospettiva di investimento". I problemi economici dell'isola, scrive il settimanale, "precedono l'embargo di Trump e vanno ben oltre la cattiva gestione comunista". Le risorse naturali, fatta eccezione per il nichel, sono modeste; le poche industrie esistenti sono sottosviluppate o sovradimensionate; le infrastrutture (strade, edifici pubblici, ponti) si stanno deteriorando; il settore bancario è descritto come "minuscolo, instabile e per lo più di proprietà del regime".
Gli alberghi sul lungomare dell'Avana sono vuoti, cibo e medicine scarseggiano e nella maggior parte delle aree l'elettricità è disponibile soltanto per poche ore al giorno. I funzionari americani, riferisce l'Economist, "sostengono che si tratti di una situazione temporanea": stanno strangolando l'economia cubana, dicono, "per salvarla". L'idea, secondo il settimanale, è che una volta caduto il regime comunista l'economia si aprirà e una pioggia di investimenti arriverà dai miliardari trumpiani e dai ricchi emigrati cubani, molti dei quali vivono in Florida e nei Caraibi dopo essere fuggiti dalla brutalità dei Castro.
Un sondaggio del Miami Herald su 800 cubano-americani fotografa la prudenza della diaspora: solo il 2% sarebbe disposto a investire in una Cuba liberalizzata sotto il regime attuale, mentre il 51% lo farebbe in caso di caduta del regime. A Miami sessanta imprenditori si riuniscono una volta al mese per discutere come rilanciare l'economia cubana dopo i Castro; tra loro c'è Jorge Pérez, miliardario del settore immobiliare, che starebbe rispolverando piani scritti subito dopo il crollo dell'Unione Sovietica.
La scommessa cubana: un affare solo se cade il regime
Washington strangola l'economia di Cuba per spingere il regime al collasso e riaprire l'isola ai capitali americani. Ma l'Economist avverte: anche senza embargo, Cuba resterebbe un cattivo investimento. E la diaspora lo sa bene.
Washington sta soffocando l'economia cubana per far cadere il regime
L'uscita di Sherritt dall'isola, dopo trent'anni, è il primo tassello dello scenario in cui Washington intende spingere l'Avana al collasso per poi richiamare i capitali americani.
I funzionari americani parlano di una stretta temporanea: stanno strangolando l'economia cubana, dicono, «per salvarla». Il modello evocato è quello di Caracas, dove dopo la caduta di Maduro l'Amministrazione Trump ha spinto banche e imprese a investire.
Anche senza embargo, Cuba resterebbe un'economia in declino
I problemi dell'isola precedono il blocco di Trump e vanno oltre la cattiva gestione del regime comunista. Il crollo della produzione di zucchero ne è il simbolo più evidente.
Il turismo è la scommessa più solida, ma resta molto indietro rispetto ai Paesi vicini
Prima del blocco generava circa un miliardo di dollari, pari al 10% delle entrate provenienti dall'estero. La Repubblica Dominicana, con una popolazione simile, ne incassa ventuno volte di più.
Anche se il regime cadesse, l'affare resterebbe fragile
Diritti di proprietà incerti, possibili nuove rotture con Washington e una diaspora che, per ora, continua a non fidarsi.
Sommando costi e incognite — incluso un eventuale intervento militare per rovesciare il regime — il guadagno atteso resta minimo. E intanto, all'offerta di piena proprietà del 16 marzo, non ha ancora risposto nessuno.
La fine del regime, scrive l'Economist, comporterebbe la fine del blocco del carburante e delle sanzioni che impediscono alle imprese americane di esportare a Cuba qualsiasi cosa diversa da cibo e medicine. L'economia, secondo il settimanale, "tornerebbe presto al livello precedente al blocco" e si libererebbe di decenni di controllo statale. L'analogia evocata è quella di Caracas, dove l'amministrazione Trump ha sollecitato banche e imprese americane a investire nei mesi successivi alla deposizione del presidente venezuelano.
Il turismo, prima del blocco di Trump, generava un miliardo di dollari, circa il 10% delle entrate estere dell'isola, nonostante i visitatori statunitensi siano vietati dall'embargo, sebbene Cuba si trovi a 145 chilometri dalle coste americane. L'ultima volta che Washington allentò le restrizioni, nel 2016 sotto Barack Obama, gli arrivi americani raggiunsero 1,2 milioni in due anni, superando i visitatori di ogni altro paese. La vicina Repubblica Dominicana, con una popolazione analoga, ricava 21 miliardi di dollari l'anno dal turismo. Le infrastrutture per gestire un'ondata di visitatori, secondo l'Economist, esistono già: il regime ha costruito grattacieli alberghieri e vasti resort in gran parte vuoti.
L'agricoltura, che impiega un quinto dei lavoratori cubani, è invece in declino strutturale. Trent'anni fa l'isola produceva otto milioni di tonnellate di zucchero; nel 2023 ne ha prodotte appena 350.000. Eppure la canna da zucchero copre ancora un quinto dei terreni coltivati. Gli investitori di Miami citati dall'Economist vorrebbero convertire quei terreni a tabacco, caffè e allevamento bovino, ma il settimanale avverte che "trasformare le aziende agricole è lento". L'uso eccessivo di fertilizzanti e i macchinari decrepiti, scrive l'Economist, frenano la produttività anche nelle fattorie più meccanizzate, "che ancora usano ruote idrauliche arrugginite".
La liberalizzazione, secondo l'Economist, "distruggerebbe le industrie meno competitive di Cuba", a partire dal manifatturiero. I medici che il regime affitta all'estero a pagamento, oggi la principale fonte di entrate del paese, potrebbero rientrare. Gli Stati Uniti, scrive il settimanale, "dovrebbero probabilmente fornire liquidità per far funzionare il governo" finché le entrate fiscali non si fossero riprese. La caduta del regime potrebbe inoltre innescare un nuovo esodo di giovani, in un paese che il settimanale definisce "il più anziano delle Americhe" dopo anni di emigrazione.
Tutto questo, conclude l'Economist, potrebbe tradursi in "un guadagno minimo" rispetto ai rischi di un eventuale intervento militare necessario per rovesciare il regime. Anche se il regime venisse "neutralizzato", potrebbe revocare licenze o manomettere i diritti di proprietà; un nuovo leader filo-americano, avverte il settimanale, potrebbe rompere in futuro con Washington, rischiando nuove sanzioni. Il 16 marzo le autorità cubane hanno autorizzato i cubani residenti all'estero a possedere interamente attività economiche sull'isola, ma l'Economist scrive di "non aver trovato nessuno disposto a cogliere l'offerta".