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Perché i sondaggi potrebbero sottostimare i democratici e non i repubblicani
The Democratic Party, 2021, Flickr, CC BY-NC 2.0
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Perché i sondaggi potrebbero sottostimare i democratici e non i repubblicani

Per l'analista G. Elliott Morris la correzione dei sondaggi sul voto del 2024 toglie ai democratici quasi un punto, perché molti elettori di Trump non ammettono di averlo votato.

La correzione statistica che quasi tutti i sondaggisti americani applicano oggi ai loro campioni toglie ai democratici quasi un punto di vantaggio. È la conclusione di un'analisi di G. Elliott Morris, ex direttore di FiveThirtyEight e oggi autore della newsletter di analisi elettorale Strength In Numbers, che ha simulato cinquecento volte quello che succede a un sondaggio quando gli elettori non ricordano, o non ammettono, per chi hanno votato nel 2024.

Il punto di partenza è una pratica diventata standard dopo tre elezioni in cui i sondaggi hanno sbagliato a sfavore dei repubblicani. Si chiama ponderazione sul voto passato: il sondaggista chiede a ogni intervistato per chi ha votato l'ultima volta e poi corregge i pesi del campione finché la quota di chi dichiara di aver votato Trump nel 2024 non coincide con il 49,8 per cento che il presidente ha realmente ottenuto. Serve a rimediare al fatto che gli elettori repubblicani rispondono meno volentieri ai sondaggi, un fenomeno che gli statistici chiamano mancata risposta partigiana.

Il problema è che quella domanda sul voto passato non produce una risposta affidabile quando il presidente che si è votato è diventato impopolare. Trump oggi ha il 35,9 per cento di giudizi positivi tra gli adulti secondo la media dei sondaggi curata dallo stesso Morris. Chi lo ha votato due anni fa può provare imbarazzo ad ammetterlo. Nel sondaggio di agosto di Strength In Numbers il 22 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 oggi ne disapprova l'operato, mentre solo il 3 per cento degli elettori di Kamala Harris lo approva. È uno squilibrio di 6,6 a uno.

Questa asimmetria è la chiave di tutto il ragionamento. Se anche gli elettori dei due schieramenti sbagliassero a ricordare il proprio voto nella stessa misura, il bacino di chi può "cambiare versione" resta molto più ampio tra i repubblicani. Chi si è pentito di aver votato Trump ha un motivo per non dichiararlo, quindi chi resta nel gruppo degli elettori di Trump autodichiarati è in media più fedele al presidente di quanto lo sia l'elettorato reale. Quando il sondaggista riporta quel gruppo al suo 49,8 per cento, dà più peso proprio alla fetta più trumpiana del campione.

Per quantificare l'errore Morris è partito da un esperimento di YouGov, che nel 2025 ha reintervistato circa 17.000 partecipanti allo studio Cooperative Election Study chiedendo più volte negli anni per chi avessero votato nel 2020. A due anni di distanza il ricordo teneva quasi perfettamente: il 98 per cento degli elettori di Joe Biden e il 97 per cento di quelli di Trump davano la stessa risposta. Poi il ricordo crollava. Alla vigilia del voto del 2024 la coerenza era scesa al 77 e al 74 per cento. A ventuno mesi dal novembre 2024, cioè oggi, il riferimento realistico è circa il 3 per cento degli elettori di Trump che dichiara qualcosa di diverso da quello che ha fatto.

Morris ha quindi trattato il proprio sondaggio di agosto come se fosse la popolazione vera degli elettori del 2026, con un vantaggio democratico di 6,3 punti alla Camera, poi lo ha simulato cinquecento volte cambiando due cose: la minore propensione degli elettori di Trump a rispondere e gli errori di ricordo tra gli elettori sotto pressione, quelli il cui voto del 2024 contrasta con il giudizio che danno oggi del presidente. Il risultato è che la ponderazione sul voto passato riduce il margine democratico da 6,3 a 5,5 punti, una perdita di 0,84 punti. I 6,3 punti non sono una previsione del risultato di novembre ma solo il metro con cui misurare l'errore.

Il controllo sui dati reali va nella stessa direzione. Ricalcolando tutte e quindici le rilevazioni di Strength In Numbers senza la correzione sul voto passato, il margine democratico sale in media di 0,68 punti, con un movimento in quella direzione in undici casi su quindici. La convenienza della correzione dipende dall'equilibrio tra i due errori: nello scenario con una mancata risposta modesta il danno supera il beneficio quando circa il 6 per cento degli elettori sotto pressione dichiara il voto sbagliato, nello scenario intermedio la soglia sale al 18 per cento.

Ancorare il campione al voto del 2024 significa poi dare per scontato che l'elettorato di novembre assomigli a quello delle presidenziali, quando invece i dati dicono che chi ha intenzione di votare adesso è più orientato a sinistra. Nelle elezioni per il governatore di Virginia e New Jersey del 2025 i democratici sono andati alle urne in misura maggiore dei repubblicani. Quella differenza di partecipazione ha pesato per circa un quarto dei guadagni democratici di quell'anno. I sondaggi trovano da mesi elettori democratici molto più entusiasti all'idea di votare a novembre.

Per tenerne conto i sondaggisti usano due strumenti. Il primo è il filtro sugli elettori probabili, che elimina dal campione chi dice di non essere sicuro di votare. Il secondo è un modello che assegna a ogni intervistato una probabilità di andare alle urne in base alle caratteristiche anagrafiche e allo storico di partecipazione, ed è la strada scelta da Strength In Numbers. Storicamente questo passaggio aiuta i repubblicani di circa un punto e mezzo, perché il loro elettorato vota di più. Quest'anno è il contrario: confrontando i campioni di quindici sondaggi prodotti da cinque istituti diversi, il vantaggio democratico tra gli elettori probabili è di 1,8 punti più alto che tra i semplici elettori registrati, cioè chi è iscritto nelle liste ma non è detto che si presenti. Nel sondaggio di luglio di Morris il distacco passava da 7,1 punti tra i registrati a 8,6 col filtro e a 10,4 col modello.

Lo stesso meccanismo spiega buona parte della distanza che si era notata tra istituti diversi. Le rilevazioni che non correggono sul voto passato sembravano mostrare il margine democratico in crescita di 7,3 punti l'anno, contro i 2,2 punti delle rilevazioni ancorate al risultato del 2024. A produrre quello scarto però non è la ponderazione ma il fatto che gli istituti che lavorano sulle liste elettorali sono passati presto agli elettori probabili, mentre quelli che lavorano su panel online sono rimasti sugli elettori registrati. Tenendo conto di questa differenza la distanza scende a 1,7 punti e smette di essere statisticamente significativa.

Morris difende comunque la correzione sul voto passato: in media riduce molto più errore di quanto ne introduca, soprattutto quando la mancata risposta dei repubblicani è ampia come nel 2016, nel 2020 e nel 2024. Il difetto è un altro. Fissare il campione sul voto del 2024 congela le caratteristiche politiche dell'elettorato registrato, così i sondaggi sugli elettori registrati non colgono gli spostamenti che dipendono da chi si presenta alle urne anziché da chi cambia idea.

La conclusione è cauta. Tutto il ragionamento regge se la mancata risposta è uguale dentro ciascun gruppo di elettori. Proprio questa è l'ipotesi che le ultime elezioni hanno smentito senza che nessuno se ne accorgesse in anticipo: nel 2020 i repubblicani che rispondevano ai sondaggi erano semplicemente più favorevoli a Biden di quelli che poi sono andati a votare. Resta il fatto che il dibattito americano si è concentrato quasi solo sulla possibilità che i sondaggi stiano sopravvalutando i democratici. L'errore, storicamente, cambia direzione da un'elezione all'altra in modo imprevedibile.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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