I repubblicani arrivano al voto di metà mandato di novembre con un problema che non riguarda gli avversari ma loro stessi: negli ultimi due anni hanno portato lo Stato dentro il mercato più di quanto avrebbe potuto fare un gruppo di parlamentari socialisti. Lo sostiene Marc Short, presidente di Advancing American Freedom, in un intervento sul Washington Post.
Quando un partito controlla la Casa Bianca e i due rami del Congresso, le elezioni di metà mandato diventano un referendum su chi governa. Con l'approvazione del presidente scesa sotto il 40% e il costo della vita in cima alle preoccupazioni degli elettori, per i repubblicani è razionale spostare l'attenzione su quanto sarebbe peggiore la situazione economica con i democratici al potere.
La base democratica sta candidando in diversi collegi persone vicine ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista il cui programma prevede il taglio dei fondi alla polizia e l'abolizione del Senato. Short la considera una minaccia reale alla prosperità americana e ricorda che alcuni suoi esponenti hanno fatto dichiarazioni antisemite. È lo stesso mondo che si sta dividendo tra chi vuole vincere le elezioni e chi rifiuta qualunque compromesso.
L'attacco al socialismo funzionerebbe però solo se i repubblicani offrissero un'alternativa riconoscibile ma non è quello che sta accadendo. Il partito sta adottando politiche di maggiore intervento pubblico e usa il potere federale con sempre meno remore, rendendo confuso il confine tra le due visioni economiche in campo.
La seconda Amministrazione Trump non ha nascosto la distanza dall'ortodossia conservatrice fin dal primo giorno. Né il presidente né il vicepresidente JD Vance si definiscono conservatori e Vance sta costruendo un'ideologia politica nuova, nella quale elogia Huey Long, il governatore populista della Louisiana degli anni Trenta, mentre critica Milton Friedman, l'economista che è stato il riferimento dei mercati liberi per il Partito Repubblicano.
I parlamentari repubblicani si sono allineati quasi tutti all'agenda economica interventista dell'Amministrazione. Rientrano in questa linea la proposta di assegni da 5.000 dollari per ogni adulto americano, che il presidente della Camera Mike Johnson ha frenato ricordando che servirebbe un voto del Congresso, le richieste di allargare i programmi assistenziali e l'idea di imporre per legge un tetto alle commissioni sulle carte di credito. Le politiche dell'Amministrazione hanno contribuito a portare il debito pubblico a un livello mai raggiunto prima.
Il governo federale ha acquisito partecipazioni azionarie in 32 aziende private, secondo il conteggio del Cato Institute, il principale centro studi libertario americano. Ha poi imposto controlli sui prezzi alle case farmaceutiche americane e ha introdotto dazi che secondo una stima di Advancing American Freedom avrebbero impedito la creazione di circa 900.000 posti di lavoro. Sono misure che nella storia americana appartengono all'armamentario del Partito Democratico, non a quello repubblicano.
Molti eletti repubblicani criticano in privato questo intervento sempre più esplicito dello Stato nell'economia ma restano in silenzio in pubblico per timore di ritorsioni da parte del presidente e dei suoi sostenitori. Il silenzio rischia di non bastare a novembre, perché i sondaggi danno il presidente in negativo di oltre 30 punti su economia, costo della vita e inflazione.
Anche le organizzazioni del movimento conservatore, per anni una spina nel fianco dei vertici repubblicani ogni volta che si allontanavano dal libero mercato, hanno smesso di alzare la voce. Il risultato è che le politiche di segno opposto passano senza incontrare opposizione interna.
L'elettorato americano toglie il potere in fretta quando ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata. Nonostante la proroga dei tagli fiscali del 2017 approvata l'anno scorso, l'economia resta frenata dalle guerre commerciali del presidente. Quattro seggi repubblicani al Senato, in Alaska, Texas, Iowa e Ohio, sono classificati come incerti, cioè senza un favorito. Allo stesso tempo le candidature più radicali dei socialisti hanno aperto ai repubblicani la possibilità di vincere in Stati come il Michigan, che di solito restano ai margini della loro mappa elettorale.
Molti di quelli che hanno votato Trump nel 2024 per ritrovare l'economia del primo mandato oggi faticano a distinguere le politiche economiche dei democratici da alcune proposte che arrivano dalla Casa Bianca. Il rischio, per Short, è che a novembre gli elettori si trovino a scegliere tra la versione democratica del socialismo e una versione repubblicana annacquata dello stesso.
