Per inviare un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto servirà un voto del Congresso. Lo ha detto domenica lo Speaker della Camera Mike Johnson, repubblicano della Louisiana, smentendo così la posizione espressa dal presidente Donald Trump e dai suoi collaboratori, secondo cui la Casa Bianca potrebbe distribuire il "Trump Dividend" anche senza passare dal Campidoglio. "Immagino si possa fare, ma servirebbe un intervento del Congresso. Ed è un'idea creativa", ha detto Johnson alla CNN.
Trump aveva promesso gli assegni la settimana scorsa, durante la Convention repubblicana per le elezioni di metà mandato a Dallas, a condizione che il Partito mantenesse il controllo di Camera e Senato alle elezioni del 3 novembre. Intervistato a margine della convention da CBS News Texas, alla domanda se fosse necessaria l'approvazione del Congresso aveva però risposto: "Ritengo di no". Secondo il presidente e i suoi collaboratori, l'assegno, che costerebbe oltre 1.200 miliardi di dollari, sarebbe finanziato con le entrate dei dazi, i rendimenti degli investimenti e altre risorse, attraverso un meccanismo che avevamo già analizzato in precedenza.
Domenica, prima di lasciare l'Irlanda, Trump ha ribadito ai giornalisti che "gli assegni da 5.000 dollari diventeranno realtà" e che l'idea gli era venuta "un po' di tempo fa". A chi gli chiedeva perché non distribuirli subito, visto che i repubblicani controllano già il Congresso, ha risposto: "Perché se vincono i democratici, il nostro Paese sarà in rovina".
La Costituzione, però, attribuisce chiaramente al Congresso il potere di autorizzare la spesa federale. Al Senato, dove i repubblicani dispongono di 53 seggi su 100, seguendo l'iter legislativo ordinario una misura del genere dovrebbe inoltre raccogliere 60 voti per superare un eventuale ostruzionismo ("filibuster") dell'opposizione democratica. Lo stesso leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, intervistato da Fox News, ha definito "una buona domanda" quella sulla possibilità che la proposta riesca a ottenere i voti necessari per andare avanti.
Neppure Johnson, dal canto suo, non si è sbilanciato sull'esito. A "Meet the Press", sulla NBC, non ha voluto garantire che gli assegni saranno effettivamente approvati: "Intendo impegnarmi a far sì che il Congresso ci lavori e trovi un consenso, come deve fare su tutto il resto". Alla CNN ha aggiunto che i membri del Congresso non hanno per ora avuto "tempo" per esaminare e discutere la proposta.
L'idea ha già incontrato l'opposizione di esponenti di entrambi i partiti. Il deputato repubblicano dell'Arizona David Schweikert ha detto a Reuters che intende impegnarsi "con tutto il cuore e l'anima" per fermarla, mentre il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer ha accusato Trump di voler "corrompere" gli americani per ottenerne il voto. Uno stimolo di queste dimensioni potrebbe inoltre esercitare nuove pressioni sull'inflazione e aggravare un deficit federale già vicino ai 1.800 miliardi di dollari l'anno.
Gli elettori democratici votano soprattutto contro Trump
Il 54% degli elettori probabili voterebbe oggi per il candidato democratico alla Camera nel proprio collegio, contro il 46% che sceglierebbe quello repubblicano, secondo un nuovo sondaggio CBS News/YouGov pubblicato domenica. La rilevazione è stata condotta dall'8 all'11 settembre su un campione rappresentativo di 2.460 adulti, con un margine di errore di 2,3 punti. Sulla base dei dati raccolti, CBS stima che i democratici potrebbero conquistare 228 seggi, vale a dire dieci in più dei 218 necessari per la maggioranza. Attualmente la Camera conta 218 repubblicani, 214 democratici e un indipendente, con 2 seggi vacanti.
A mobilitare gli elettori democratici è però soprattutto l'opposizione al presidente. Il 54% afferma di voler impedire a Trump e ai repubblicani di portare avanti la loro agenda, mentre il 46% indica come priorità aiutare i democratici a realizzare la propria. Tra i repubblicani il rapporto si rovescia: il 57% vuole sostenere le politiche di Trump, mentre il 43% punta soprattutto a fermare i democratici. Lo stesso sostegno del presidente rischia però di trasformarsi in un peso per i candidati repubblicani. Il 48% degli elettori probabili afferma che un endorsement di Trump lo renderebbe meno propenso a votare per un candidato, mentre soltanto il 21% sarebbe più incline a farlo.
Il tasso di approvazione complessivo del presidente è al 39%, contro il 61% di giudizi negativi, e scende al 34% per la gestione dell'economia e al 27% per quella dell'inflazione. Quasi tre quarti degli elettori intervistati affermano che l'aumento dei prezzi ha provocato difficoltà economiche o di altro tipo alle loro famiglie. Dall'inizio della guerra con l'Iran, a febbraio, il prezzo della benzina è salito in tutto il Paese e nei giorni scorsi la media nazionale calcolata dall'AAA, l'associazione degli automobilisti americani, ha raggiunto 4,31 dollari al gallone.
Insomma, Trump sta legando la sua principale promessa di questo ciclo elettorale a una vittoria repubblicana alle urne che, secondo i sondaggi, appare sempre più lontana. E lo fa mentre cresce la preoccupazione dell’opinione pubblica per l’aumento dei prezzi, alimentato soprattutto dalla guerra contro l’Iran voluta dalla sua stessa Amministrazione. Il rischio, per il presidente, è di aver trasformato quello che avrebbe dovuto essere il banco di prova decisivo della sua forza politica nel terreno su cui gli elettori potrebbero invece scegliere di punirlo sonoramente.
