Le elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre contano poco per i mercati finanziari, almeno nel breve periodo. È la tesi della rubrica sugli investimenti del New York Times: a muovere azioni e obbligazioni sono soprattutto i tassi d'interesse, l'inflazione, l'intelligenza artificiale, i dazi, l'andamento della guerra con l'Iran e il prezzo del petrolio.
I mercati anticipano gli eventi e i prezzi riflettono già le aspettative sull'esito del voto. Storicamente, il partito del presidente perde terreno alle elezioni di metà mandato: è quanto prevedono anche questa volta i sondaggi e i mercati delle scommesse. Lo scenario più atteso è che i democratici conquistino almeno la Camera dei Rappresentanti. Con un repubblicano alla Casa Bianca, ne deriverebbe un assetto di potere diviso, nel quale approvare leggi importanti diventerebbe più difficile.
Uno studio di Ed Clissold e Thanh Nguyen, della società indipendente di analisi finanziaria Ned Davis Research, offre un quadro diverso. Dal 1930, nell'anno successivo alle elezioni di metà mandato in cui il partito del presidente ha perso il controllo della Camera, l'S&P 500 e gli indici che lo hanno preceduto hanno guadagnato in media l'8,8%. Considerando tutte le elezioni di metà mandato, il rendimento medio sale al 14%. Secondo l'analisi, salvo eccezioni, l'andamento della Borsa dipende da fattori diversi dalla politica.
L'intelligenza artificiale sostiene la Borsa, ma aumenta i rischi
La tecnologia, e in particolare l'intelligenza artificiale, ha finora pesato molto più della politica. Lunedì 26 ottobre Anthropic, l'azienda che sviluppa Claude, ha pubblicato i documenti per la sua quotazione al Nasdaq, prevista entro la fine dell'anno con la sigla ANT. Secondo il New York Times, l'annuncio ha dato slancio al mercato. Nel prospetto, Anthropic definisce l'IA come "una delle tecnologie più importanti della storia umana", ma avverte anche che sistemi sufficientemente avanzati, senza garanzie, supervisione e misure di sicurezza adeguate, "potrebbero comportare rischi catastrofici o esistenziali per l'umanità".
Il prospetto depositato alla SEC riporta ricavi per 16,3 miliardi di dollari nel primo semestre del 2026, circa quattordici volte quelli dello stesso periodo del 2025, e una perdita netta di 80,7 miliardi. Gran parte del rosso, 72,4 miliardi, deriva però da un onere contabile legato soprattutto all'aumento del valore delle obbligazioni convertibili emesse dall'azienda, cresciuto insieme alla valutazione di Anthropic. Poiché questi strumenti rappresentano una passività per la società, il loro aumento di valore genera una perdita contabile, senza comportare un esborso di cassa nel periodo. La perdita operativa ammonta invece a 693 milioni.
Resta da capire se i profitti dell'intelligenza artificiale riusciranno mai a giustificare gli enormi investimenti necessari a costruirne le infrastrutture. Nelle ultime settimane le oscillazioni dei mercati si sono accentuate per i timori sulle spese di colossi come Alphabet e Meta e sulle condizioni finanziarie di aziende come CoreWeave e Oracle, le cui obbligazioni legate ai centri di elaborazione dati hanno perso valore.
A sostenere la Borsa restano però gli utili aziendali in forte crescita, anche grazie ai risultati dei produttori di chip come Nvidia e AMD. Il boom dell'intelligenza artificiale ha però concentrato una parte rilevante del mercato in un numero ristretto di società: un ulteriore indebolimento delle azioni e delle obbligazioni del settore potrebbe quindi avere ripercussioni estese su tutto il mercato.
Tassi, inflazione e guerra con l'Iran
A settembre, intanto, il rendimento del titolo di Stato statunitense a dieci anni, il Treasury decennale, ha superato il 5,3%, rispetto al 4,2% di inizio anno. Il 7 ottobre ha raggiunto il 5,36%, il livello più alto dal 2002. Quelli statunitensi non sono certo gli unici titoli di Stato a mostrare segni di difficoltà: i titoli di Stato francesi hanno perso terreno durante le proteste nazionali contro il carovita e il deterioramento delle scuole. Anche le obbligazioni pubbliche di altri Paesi europei molto indebitati hanno subito forti perdite.
Così nel corso del mese di ottobre, gli investitori in cerca di sicurezza hanno spostato capitali dai titoli europei, dalle obbligazioni legate all'intelligenza artificiale e dalle azioni verso i Treasury, facendone risalire i prezzi e scendere i rendimenti.
Sui tassi a breve termine, invece, l'inflazione continua a esercitare una pressione al rialzo. Mercoledì 28 ottobre la Federal Reserve ha mantenuto il tasso di riferimento nell'intervallo fra il 3,75% e il 4%. Due componenti del comitato di politica monetaria, la governatrice Lisa Cook e la presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack, hanno però votato per un altro aumento di un quarto di punto percentuale. A settembre la Banca Centrale aveva alzato i tassi per la prima volta in tre anni. Con l'inflazione ancora nettamente superiore all'obiettivo del 2%, i mercati si aspettano almeno altri tre rialzi fra dicembre e giugno.
L'autore dell'analisi ipotizza che la Fed possa aver rinviato un nuovo aumento anche per evitare uno scontro con Donald Trump prima delle elezioni: da mesi il presidente chiede infatti tassi più bassi. Tassi più alti aumenterebbero infatti il costo di mutui, prestiti per l'acquisto di automobili, debiti sulle carte di credito e finanziamenti alle imprese, frenando di conseguenza la crescita economica. Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nega però che la politica abbia avuto "alcun ruolo" nella decisione.
Ulteriori rialzi dei tassi finirebbero per pesare anche sulla Borsa: per le aziende americane diventerebbe più difficile mantenere gli utili, mentre le obbligazioni offrirebbero un'alternativa più interessante alle azioni. Per chi impiega la liquidità nei fondi monetari, invece, i rendimenti potrebbero migliorare. Secondo Crane Data, giovedì il rendimento medio dei 100 maggiori fondi di questo tipo è salito al 3,74% e potrebbe superare il 4% a dicembre, se la Fed dovesse aumentare i tassi come previsto.
Fra i fattori che hanno spinto al rialzo tassi e rendimenti, il più evidente, secondo gli esperti, è indubbiamente l'effetto della guerra con l'Iran. Rendimenti obbligazionari, petrolio e inflazione hanno cominciato a salire dopo l'attacco di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio ed il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz da parte iraniana. Dall'inizio dell'anno, i titoli energetici hanno guadagnato oltre il 50%, più di qualsiasi altro settore dell'S&P 500.
Un eventuale allargamento del conflitto dopo le elezioni di metà mandato dipenderà dalle decisioni di Trump e dei leader mediorientali, anche se i nuovi equilibri al Congresso potrebbero dare a Capitol Hill maggiore voce in capitolo anche sulla politica estera. Per chi investe a lungo termine, conclude l'analisi, l'esperienza dell'ultimo secolo suggerisce di mantenere un portafoglio diversificato e restare investiti, qualunque sia l'esito del voto, anziché cercare di anticipare i mercati scommettendo sulla politica.
