Il presidente Donald Trump è sceso al 36% di approvazione contro il 61% di giudizi negativi, con un saldo negativo di 25 punti tra tutti gli adulti americani. Nell'ultima settimana ha stabilito un nuovo minimo storico per sei giorni di fila. I numeri arrivano da un'analisi del sondaggista e giornalista G. Elliott Morris, pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, che si basa sulla media dei sondaggi curata dal sito FiftyPlusOne.
Tra gli istituti più affidabili che hanno diffuso rilevazioni nell'ultima settimana, il risultato migliore per il presidente è stato il 35% di approvazione tra gli adulti. A questo punto del mandato nessun altro presidente moderno era così in basso, né al primo né al secondo mandato, con l'unica eccezione di Richard Nixon, che si dimise nell'agosto del 1974. Con un saldo negativo di 25 punti Trump sta peggio anche di George W. Bush nello stesso periodo del 2006, quando il consenso del presidente era schiacciato dalle conseguenze dell'uragano Katrina, dagli scandali e dal logoramento della guerra in Iraq.
Il 1° agosto Trump ha scritto sui social che i suoi "veri numeri nei sondaggi sono i più alti di sempre". Due giorni dopo ha attribuito le rilevazioni ai "pazzi della sinistra radicale" che a suo dire le truccano.
Trump è al minimo storico e a staccarsi sono anche i suoi elettori
La media dei sondaggi lo dà al 36% di approvazione contro il 61% di giudizi negativi. Chi lo contesta è più determinato di chi lo ha votato: è questo che rende probabile una sconfitta pesante dei repubblicani alle elezioni di novembre.
La linea tratteggiata segna il 50%. In mezzo resta il 3% che non si esprime.
Nell’ultima settimana Trump ha battuto il proprio record negativo per sei giorni di fila. A questo punto del mandato nessun altro presidente moderno era sceso così in basso, né al primo né al secondo mandato: l’unica eccezione è Richard Nixon, che si dimise nell’agosto del 1974.
Trump perde pezzi dentro la sua stessa base
Con i repubblicani che rappresentano circa il 40% degli elettori americani, un’approvazione del 36% sarebbe quasi impossibile senza crepe nella base repubblicana. Tre rilevazioni diverse le misurano tutte.
Sondaggio Quinnipiac, dal 24 giugno alla fine di luglio. Nello stesso periodo i repubblicani che lo disapprovano salgono dal 9% al 12%.
All’inizio del mandato, in questo gruppo, chi approvava il presidente era 84 punti più numeroso di chi lo bocciava. La settimana scorsa il vantaggio si era ridotto a soli 12 punti. Rilevazione dell’Economist e YouGov.
Istituto Navigator: dalla fine di giugno a oggi. Qui il valore sale invece di scendere, ma per il presidente il segnale è lo stesso.
Chi lo contesta è più compatto di chi ancora lo appoggia
Da una parte i democratici, dall’altra chi ha votato Trump nel 2024. Ogni barra misura quanto il gruppo è schierato: la distanza in punti tra chi sta da un lato e chi sta dall’altro. Il numero accanto alla domanda è il divario tra i due gruppi. Tocca una riga per il dettaglio.
Restano gli indipendenti puri, quelli senza alcuna inclinazione di partito. Su tutte e tre le domande si collocano circa 20 punti più vicini ai democratici di quanto sarebbero se fossero davvero equidistanti.
I democratici stanno meglio di come stavano nel 2018
Il modello di FiftyPlusOne assegna oggi 230 seggi alla Camera, gli stessi che assegnava nel 2018 a 92 giorni dal voto. Ma la forbice dei risultati possibili si è ristretta, e molte più simulazioni superano la maggioranza assoluta per i democratici.
Da 201 a 264 seggi democratici · previsione centrale 230
Da 211 a 253 seggi democratici · previsione centrale 230
Cambia anche la geografia: ci sono più seggi repubblicani che i democratici possono strappare e meno seggi democratici a rischio. E le elezioni sono più polarizzate, quindi il modello ha meno margine di incertezza.
Seggi persi alla Camera dal partito al governo. Le barre partono dallo zero, la linea verticale a destra, e crescono verso sinistra: in rosso le perdite repubblicane, in blu quelle democratiche.
Con i livelli di polarizzazione della politica americana un dato del genere dovrebbe essere quasi impossibile, visto che i repubblicani sono circa il 40% degli americani e ci si aspetterebbe che restino compatti dietro al loro presidente. Secondo Morris la spiegazione è che due gruppi di ex sostenitori si stanno staccando, mentre un terzo, la base democratica, è mobilitato contro il partito repubblicano.
Il sondaggio Quinnipiac misurava a giugno l'approvazione di Trump tra i repubblicani all'85% contro il 9%, scesa al 76 contro 12 a fine luglio. La rilevazione dell'Economist e YouGov ha registrato la settimana scorsa un saldo positivo di 12 punti tra i repubblicani che non si riconoscono nel movimento MAGA, contro gli 84 punti dell'inizio del mandato. Lo stesso sondaggio dà agli indipendenti il peggior giudizio di sempre sulla presidenza di Trump. L'istituto Navigator ha rilevato che il 23% di chi ha votato Trump nel 2024 oggi dice di pentirsi di quel voto, contro il 19% di fine giugno.
I dati raccolti da Strength In Numbers con l'istituto Verasight confermano la tendenza su tre misure diverse: l'approvazione del presidente, l'intenzione di voto per il Congresso e la fiducia su quale partito sappia gestire meglio il tema che ogni elettore considera più importante per sé. L'intenzione di voto per il Congresso è la domanda in cui si chiede a quale partito si darebbe il voto per la Camera senza fare il nome dei candidati. Le risposte sono divise in tre gruppi: chi ha votato Trump nel 2024, gli indipendenti puri senza alcuna inclinazione di partito e i democratici, compresi quelli che si dichiarano indipendenti ma propendono per il partito.
Gli elettori di Trump del 2024 lo approvano con uno scarto di 61 punti, mentre i democratici lo bocciano con uno scarto di 88. Sono 27 punti di differenza nell'intensità: la base democratica è molto più arrabbiata con il presidente di quanto i suoi stessi elettori gli siano fedeli. L'opinione degli indipendenti è molto più vicina a quella dei democratici che a quella dei repubblicani.
Sull'intenzione di voto per il Congresso gli elettori di Trump scelgono i repubblicani con 84 punti di scarto, i democratici scelgono il proprio partito con 92. Sul tema che ciascuno indica come più importante, gli elettori di Trump si fidano dello schieramento del presidente con 72 punti di scarto, i democratici del proprio con 87. Su tutte e tre le domande gli indipendenti sono circa 20 punti più vicini ai democratici di quanto dovrebbero essere se fossero davvero equidistanti. Morris descrive un presidente "schiacciato da entrambi i lati", che perde insieme gli elettori in bilico e quelli che dovrebbero essergli più fedeli.
Il modello elettorale pubblicato da FiftyPlusOne assegna oggi ai democratici una probabilità di conquistare la Camera più alta di quella che avrebbe dato loro nello stesso punto del calendario del 2018, a 92 giorni dal voto, quando sarebbe stata del 76%. Il 2018 è il ciclo elettorale considerato l'"onda blu" per eccellenza, quello in cui i democratici tornarono in maggioranza alla Camera. Anche allora il partito era avanti di circa 6 punti nei sondaggi come oggi. Il modello prevedeva 230 seggi, esattamente come adesso.
La differenza rispetto al 2018 è la geografia della competizione: ci sono più seggi che pendono verso i repubblicani e che i democratici possono strappare e meno seggi che pendono verso i democratici e che rischiano di perdere. La previsione ha anche meno incertezza, perché le elezioni sono più polarizzate. Nel 2018, allo stesso punto, il modello vedeva un ventaglio di risultati compreso tra 201 e 264 seggi democratici, oggi la forbice è tra 211 e 253, con molte più simulazioni in cui i democratici superano i 218 seggi che servono per la maggioranza alla Camera.
Il partito che controlla la Casa Bianca (quest'anno quello repubblicano) tende storicamente a restare a casa alle elezioni di metà mandato e questo consegna un vantaggio di partecipazione al partito di opposizione. È quello che si vede anche nei sondaggi di Strength In Numbers e Verasight sull'entusiasmo degli elettori.
Le ondate elettorali recenti hanno avuto tutte la stessa struttura. Nel 2006 i repubblicani persero 30 seggi alla Camera perché gli indipendenti si voltarono contro il partito di George W. Bush. Nel 2010 i democratici ne persero 63, con gli indipendenti spostati a destra e la propria base rimasta a casa. Nel 2018 i repubblicani ne persero 41, travolti dalla mobilitazione democratica e dalla rivolta dei sobborghi.
Un'ondata democratica nel 2026 non è automatica, avverte Morris, ma i dati aiutano a capire perché una sconfitta pesante dei repubblicani a novembre sia così probabile. Quando un presidente è 25 punti sotto, il problema non è solo che è impopolare: è che chi gli è ostile appare più determinato di chi lo ha eletto, mentre gli indipendenti si allontanano dalla destra.
