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Ohio, il prezzo di un voto: quando il potere pretende anche il diritto di essere crudele
Gage Skidmore, 2026, Flickr, CC BY-SA 4.0
Elezioni 9 min di lettura

Ohio, il prezzo di un voto: quando il potere pretende anche il diritto di essere crudele

Ramaswamy trasforma il passato traumatico di Amy Acton in un'arma elettorale. DeWine condanna, Trump difende e i Repubblicani si dividono. Ma dietro uno spot controverso emerge una questione molto più inquietante: che cosa è disposto a sacrificare chi vuole diventare leader a ogni costo?

Quattro milioni di dollari per trasformare il dolore di un'infanzia in un'arma elettorale. È questa la cifra che la campagna di Vivek Ramaswamy ha deciso di investire in uno spot contro Amy Acton, la sua avversaria democratica nella corsa al governatorato dell'Ohio, scegliendo di utilizzare la testimonianza della madre della candidata, dalla quale quest'ultima è estraniata da quasi cinquant'anni. Una pubblicità che ha provocato una frattura nel Partito Repubblicano, spingendo il governatore uscente Mike DeWine a chiederne il ritiro e Donald Trump a difenderla pubblicamente, ma che soprattutto racconta quanto possa diventare spietata una competizione politica quando la ricerca del consenso finisce per prevalere su qualsiasi considerazione di opportunità, proporzionalità e rispetto personale.

Nello spot, Donna Arthur invita gli elettori a non votare per sua figlia, accusandola di mentire sul proprio passato e mettendone in discussione l'affidabilità. La campagna repubblicana presenta questa testimonianza come un elemento rilevante per giudicare la credibilità di Acton, ma lascia sostanzialmente fuori dal racconto il contesto di una separazione familiare risalente al 1978, quando la candidata aveva dodici anni, e legata a una storia di abusi infantili che Acton ha denunciato pubblicamente ben prima di intraprendere questa campagna elettorale.

Il patrigno della candidata, Cledith Arthur, fu incriminato nel 1978 per stupro ai danni di una dodicenne, ma non affrontò mai un processo dopo essersi allontanato dalla zona, e non esiste quindi una sentenza che ne abbia accertato definitivamente la responsabilità penale. Il fratello di Amy, Philip Stearns, ha confermato il racconto della sorella, denunciando a sua volta gli abusi vissuti durante l'infanzia e spiegando che entrambi furono allontanati dalla madre. Sono elementi indispensabili per comprendere la controversia, ma non è necessario indugiare ulteriormente nei dettagli di quella storia per cogliere ciò che rende la scelta di Ramaswamy tanto grave: aver deciso che una vicenda personale di questa natura potesse diventare uno strumento attraverso il quale screditare un'avversaria politica.

Il 23 ottobre, rispondendo alle critiche, Ramaswamy ha dichiarato che “la politica è uno sport duro” e che, in una competizione elettorale, si mettono in evidenza quelli che si ritengono i difetti degli avversari. È una giustificazione che merita di essere presa sul serio proprio perché rivela la logica alla base della sua decisione: se qualcosa può essere utilizzato per mettere in difficoltà un candidato, allora diventa parte legittima del confronto politico, indipendentemente dalla sua natura e dalle conseguenze che può produrre.

Ma quale sarebbe, esattamente, il difetto di Amy Acton? Aver attraversato un'infanzia segnata dagli abusi? Aver interrotto i rapporti con una famiglia dalla quale ha cercato di prendere le distanze? Oppure aver raccontato pubblicamente un'esperienza dolorosa, esponendosi alla possibilità che qualcuno, molti anni dopo, decidesse di utilizzarla contro di lei?

Sono domande alle quali la difesa di Ramaswamy non offre una risposta convincente, perché la durezza della politica non può diventare una giustificazione universale per qualsiasi comportamento. Nessuno pretende che le campagne elettorali siano esercizi di cortesia, né che i candidati rinuncino a contestare le dichiarazioni, le scelte e le contraddizioni dei propri avversari, ma esiste una differenza sostanziale tra mettere in discussione la capacità di una persona di governare e utilizzare una vicenda di sofferenza personale per comprometterne la reputazione.

La campagna repubblicana sostiene che Acton abbia mentito sul proprio passato e che abbia precedentemente attaccato la madre di Ramaswamy, presentando quindi la pubblicità come una risposta legittima a un confronto nel quale anche la famiglia del candidato sarebbe stata coinvolta. È una ricostruzione che appartiene alla difesa politica dello spot, ma che non ne cancella la sproporzione, perché il diritto di replicare a un attacco non rende automaticamente appropriata qualsiasi risposta, soprattutto quando il messaggio viene costruito attorno a una testimonianza familiare presentata senza un contesto sufficiente a comprenderne la complessità.

Qui non siamo davanti a una semplice caduta di stile, né a una frase pronunciata impulsivamente durante un comizio. Si tratta di una scelta deliberata, sostenuta da un investimento pubblicitario considerevole e successivamente rivendicata dal candidato, attraverso la quale la sofferenza di una persona viene trattata come una vulnerabilità politicamente sfruttabile. È proprio questa consapevolezza a rendere la vicenda più grave, perché una strategia difesa pubblicamente non può essere liquidata come un incidente di comunicazione.

La reazione di Mike DeWine, governatore repubblicano uscente dell'Ohio, ha mostrato che anche all'interno dello stesso schieramento esiste una diversa valutazione di quanto accaduto. DeWine, che sostiene Ramaswamy come proprio successore e conosce personalmente Acton per averla avuta nella sua amministrazione durante la pandemia, ha definito lo spot “profondamente, profondamente inquietante”, chiedendone il ritiro senza per questo modificare il proprio orientamento elettorale.

La sua posizione non rappresenta un gesto particolarmente rivoluzionario, ma assume un significato importante in una fase nella quale ogni critica rivolta a un esponente del proprio partito rischia di essere interpretata come un favore agli avversari. DeWine ha semplicemente distinto il sostegno a una candidatura dal giudizio sui mezzi utilizzati per promuoverla, ricordando implicitamente che non tutte le scelte diventano accettabili soltanto perché vengono compiute da qualcuno che si intende votare.

Donald Trump ha invece difeso apertamente Ramaswamy, sostenendo che lo spot fosse particolarmente efficace e che dovesse continuare a essere trasmesso, mentre il vicepresidente JD Vance ha criticato i Repubblicani contrari alla pubblicità, invitandoli a concentrarsi sulla vittoria elettorale. Le loro reazioni hanno trasformato una controversia locale in una discussione nazionale, nella quale la questione dell'opportunità dell'attacco è stata progressivamente sostituita da quella della sua utilità politica.

È una dinamica che merita attenzione, perché la domanda su quanto una strategia possa aiutare a vincere è certamente legittima, ma diventa pericolosa quando finisce per cancellare qualsiasi riflessione sulla natura degli strumenti impiegati. Una campagna elettorale deve cercare consenso, mobilitare sostenitori e convincere gli indecisi, ma la sua efficacia non può essere considerata l'unico criterio attraverso il quale giudicare le scelte di chi aspira a una responsabilità pubblica.

La posizione di Trump non sorprende, considerando che la capacità di colpire frontalmente gli avversari, rifiutando spesso le convenzioni tradizionali del linguaggio politico, costituisce da anni uno degli elementi più riconoscibili della sua comunicazione. Sarebbe però riduttivo interpretare il caso dell'Ohio soltanto come l'ennesima dimostrazione dell'influenza del presidente sul Partito Repubblicano, perché la vicenda riguarda anche il modo in cui una nuova generazione di politici conservatori interpreta il rapporto tra aggressività, consenso e credibilità personale.

Ramaswamy ha costruito gran parte della propria notorietà nazionale durante le primarie presidenziali del 2024, distinguendosi per una comunicazione diretta, una forte propensione allo scontro e una rappresentazione della politica come confronto permanente contro avversari, istituzioni ed élite. La sua candidatura al governatorato dell'Ohio costituisce una tappa importante di quel percorso, ma dovrebbe anche rappresentare il momento nel quale la capacità di attirare attenzione lascia spazio alla necessità di dimostrare equilibrio, autonomia di giudizio e consapevolezza delle responsabilità che accompagnano una carica pubblica.

Esiste infatti una differenza fondamentale tra apparire forti ed essere capaci di governare. La prima condizione può essere costruita attraverso il linguaggio, la provocazione e la continua dimostrazione di non temere alcun avversario; la seconda richiede invece la capacità di assumere decisioni difficili, riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e comprendere che il potere pubblico incide sulla vita di persone che non possono essere trattate come semplici strumenti di una competizione.

Chi aspira a governare uno Stato dovrà confrontarsi quotidianamente con cittadini vulnerabili, famiglie in difficoltà, persone che chiedono protezione e comunità che dipendono dalle decisioni delle istituzioni. Per questo, la disponibilità a utilizzare una vicenda di abusi infantili come materiale elettorale non dovrebbe essere considerata una dimostrazione di determinazione, ma un comportamento sul quale gli elettori hanno pieno diritto di interrogarsi, perché il modo in cui un candidato tratta la vulnerabilità di un'avversaria può offrire indicazioni sul rapporto che intende instaurare con la responsabilità pubblica.

Non significa pretendere che un governatore sia una persona particolarmente gentile, né confondere la capacità amministrativa con una generica superiorità morale. Significa riconoscere che la politica democratica richiede qualcosa di più della semplice capacità di prevalere sugli altri, perché chi esercita il potere deve essere in grado di distinguere tra ciò che può fare e ciò che dovrebbe fare, anche quando nessuna norma gli impedisce formalmente di scegliere la strada più aggressiva.

La vicenda appare ancora più difficile da giustificare se si considera che Amy Acton offre numerosi argomenti di confronto politico. La sua esperienza alla guida della sanità pubblica durante la pandemia, le decisioni adottate in quella fase, le sue posizioni economiche e sociali e il programma con il quale si presenta agli elettori costituiscono tutti temi sui quali Ramaswamy potrebbe costruire una campagna severa, anche durissima, senza dover ricorrere a una storia familiare che non dimostra nulla, di per sé, sulla capacità della candidata di governare.

C'è inoltre una contraddizione particolarmente amara in quanto sta accadendo. Gli Stati Uniti hanno costruito una parte importante della propria identità nazionale attorno all'idea che le origini di una persona non debbano determinarne il destino, celebrando storie di riscatto individuale e di persone capaci di costruire il proprio futuro nonostante condizioni di partenza difficili. Eppure, nel caso di Amy Acton, un'esperienza che potrebbe essere letta anche attraverso questa tradizione viene utilizzata per mettere in discussione la sua credibilità, quasi che le sofferenze attraversate durante l'infanzia costituissero una debolezza da nascondere anziché una parte della sua storia.

Naturalmente, aver vissuto esperienze traumatiche non rende automaticamente una persona più capace di governare, così come raccontarle pubblicamente non dovrebbe sottrarla alle critiche politiche. Ma una società che attribuisce tanto valore alla possibilità di superare le proprie difficoltà dovrebbe interrogarsi sul significato di una campagna elettorale nella quale quelle stesse difficoltà vengono trasformate in strumenti di delegittimazione, soprattutto quando il messaggio rischia di suggerire che il passato di una vittima possa essere utilizzato contro di lei senza particolari scrupoli.

Il rischio è che anche questa controversia venga rapidamente assorbita dalla velocità del dibattito pubblico americano, sostituita da una nuova dichiarazione provocatoria, da un altro scandalo o da una polemica destinata a occupare per qualche ora le prime pagine. È uno degli effetti più evidenti della continua esposizione agli eccessi: comportamenti che dovrebbero provocare una discussione seria vengono consumati come contenuti di una giornata, mentre la ripetizione finisce per renderli progressivamente meno sorprendenti.

Ma l'abitudine non costituisce una giustificazione, e il fatto che gli elettori siano ormai abituati a una politica aggressiva non significa che debbano accettare qualsiasi forma di crudeltà come una componente inevitabile della competizione. La capacità di riconoscere un limite non è una manifestazione di debolezza, ma una qualità che dovrebbe essere richiesta soprattutto a chi aspira a esercitare un'autorità pubblica, perché la responsabilità di governare comporta inevitabilmente la necessità di esercitare il proprio potere con misura.

È questo il punto sul quale la difesa di Ramaswamy appare più fragile. Quando sostiene che la politica è uno sport duro, il candidato sembra voler ridurre la controversia a una questione di resistenza personale, quasi che il problema fosse stabilire se Amy Acton sia abbastanza forte da sopportare un attacco. Ma non è Acton a dover dimostrare di saper sopportare tutto, perché il giudizio politico riguarda anzitutto chi ha scelto di colpirla in quel modo. La domanda non è quanto dolore una candidata debba essere capace di sopportare per meritare di governare, ma quanto rispetto un aspirante governatore sia disposto a conservare quando ritiene che rinunciarvi possa aiutarlo a vincere.

Il 3 novembre gli elettori dell'Ohio decideranno chi guiderà lo Stato, e il risultato potrà premiare Ramaswamy oppure Acton per ragioni che andranno ben oltre questa controversia. Nessuno può stabilire oggi se lo spot contribuirà a spostare voti, se provocherà una reazione negativa o se finirà per avere un peso marginale, ma il suo significato politico non dipende necessariamente dall'effetto che produrrà nelle urne.

Ramaswamy ha il diritto di ambire al governo dell'Ohio, di sostenere le proprie idee e di contestare senza esitazioni quelle della sua avversaria, ma dovrebbe anche comprendere che il potere al quale aspira non è qualcosa che gli spetta per la forza con cui riesce a imporsi nel confronto. Nessuno diventa un leader semplicemente perché desidera esserlo più intensamente degli altri, perché riesce a occupare ogni spazio della discussione o perché dimostra di essere disposto a superare limiti che altri, per convinzione o per rispetto, scelgono di non oltrepassare.

La leadership, quella autentica, non nasce dalla necessità ossessiva di vincere ogni scontro, ma dalla capacità di distinguere ciò che serve alla propria ambizione da ciò che merita di essere difeso anche quando non porta alcun vantaggio personale. È una distinzione che diventa decisiva proprio nei momenti in cui la vittoria sembra vicina, quando la tentazione di giustificare qualsiasi scelta si fa più forte e quando il carattere di una persona emerge non tanto da ciò che dichiara di voler fare, quanto da ciò che è disposta a fare per arrivare dove desidera.

Ed è per questo che lo spot contro Amy Acton non dovrebbe essere ricordato soltanto come una pubblicità particolarmente crudele o come l'ennesima controversia della politica americana, ma come il ritratto di un'ambizione che rischia di confondere la conquista del potere con il diritto di esercitarlo. Perché esiste qualcosa di profondamente inquietante in chi, pur di diventare leader, sente il bisogno di dimostrare continuamente di non avere limiti, quasi che l'autorità potesse essere ottenuta attraverso una successione infinita di prove di forza.

Il potere, però, non diventa legittimo soltanto perché qualcuno è riuscito a conquistarlo, né la vittoria trasforma automaticamente in virtù i comportamenti che l'hanno resa possibile. Una democrazia può consegnare il governo a chi ha ottenuto più voti, ma non può garantire che quella persona abbia compreso il significato della responsabilità che le viene affidata. E forse è proprio questo il rischio più grande di una politica nella quale l'ambizione finisce per divorare ogni altra considerazione: arrivare così lontano nella ricerca del potere da non accorgersi più di ciò che si è lasciato indietro.

Perché chi è disposto a calpestare la dignità di una persona pur di diventare leader dovrebbe spiegare, prima ancora di chiedere il voto, perché quella stessa dignità dovrebbe essere al sicuro una volta che il potere sarà finalmente nelle sue mani. E se per conquistare una carica bisogna dimostrare di essere capaci di tutto, forse la domanda più urgente non è quanto si desideri governare, ma se si sia davvero degni di farlo.

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Salvatore Stanizzi
Autore

Salvatore Stanizzi

Salvatore Stanizzi è giornalista pubblicista, pubblico impiegato e dottorando di ricerca. Visiting PhD Researcher alla London Business School e alumnus dell’Ambasciata USA, ha svolto esperienze presso Governo e AGCM, ricevendo un encomio.

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