Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
"Non si torna indietro": come l'Europa ha iniziato a separarsi dall'America di Trump
Palazzo Chigi
Politica estera 5 min di lettura

"Non si torna indietro": come l'Europa ha iniziato a separarsi dall'America di Trump

Il Wall Street Journal ha ricostruito le riunioni riservate in cui i leader europei hanno discusso il distacco dagli Stati Uniti, tra la minaccia alla Groenlandia e i limiti dell'adulazione

Per cinque ore, a fine gennaio, i capi di stato e di governo dei 27 paesi dell'Unione europea sono rimasti chiusi nella sede del Consiglio Europeo a Bruxelles per discutere un unico tema: come gestire la rottura con gli Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha ricostruito quella riunione e i mesi che l'hanno preceduta e seguita parlando con capi di governo, ministri e consiglieri di alto livello, oltre a consultare gli appunti presi da alcuni partecipanti e le valutazioni riservate che i servizi di intelligence europei hanno consegnato ai propri leader.

La riunione di gennaio si è tenuta senza telecamere né registrazioni e ogni leader è arrivato da solo, senza telefono, per poter parlare liberamente. Pochi giorni prima il presidente, dopo aver rimosso il leader autoritario del Venezuela, aveva minacciato di prendere la Groenlandia alla Danimarca e soldati francesi erano arrivati sull'isola, accanto a forze speciali danesi equipaggiate per un eventuale scontro a fuoco con gli americani. Lo sfogo collettivo contro il presidente è stato così emotivo che alcuni presenti l'hanno poi chiamata "la notte della terapia". "Stiamo tracciando una linea", ha esordito il presidente francese Emmanuel Macron, secondo diversi leader presenti, ribadendo che la dipendenza europea dall'America è un rischio per la sicurezza: "Non si torna indietro". Il primo ministro belga si è lamentato che l'Europa rischiava di diventare "una misera schiava" degli Stati Uniti. Giorgia Meloni ha dissentito, dicendo ai colleghi che il presidente poteva ancora essere convinto con le buone ragioni. Accanto a lei la premier danese Mette Frederiksen, dopo una settimana di braccio di ferro con Washington, appariva così scossa che il cancelliere tedesco Friedrich Merz le ha chiesto come stesse.

Molti in quella stanza hanno citato un assente, il primo ministro canadese Mark Carney, che da settimane scriveva ai principali leader europei da un numero britannico risalente ai suoi anni a Londra per convincerli che "la vecchia America non tornerà". Carney, ex banchiere centrale arrivato al potere anche grazie alle minacce del presidente di fare del Canada il 51° stato americano, sosteneva da anni che l'Occidente dipendesse troppo da un solo paese, sempre più imprevedibile. "Il Canada", ha detto il premier spagnolo, "sta dicendo apertamente quello che dovremmo fare".

La ricostruzione descrive un esperimento senza precedenti di de-americanizzazione già in corso. Le amministrazioni pubbliche di diversi paesi, dalla Francia ai Paesi Bassi, stanno rimuovendo la tecnologia americana dai propri sistemi, adottano software europei open source e invitano i dipendenti pubblici a non usare più Microsoft Teams e Office. I governi stanno spendendo centinaia di miliardi di dollari per rafforzare le aziende spaziali, le società di intelligenza artificiale e i data center europei. Conducono inoltre studi su dove conservare i propri dati, come processare i pagamenti in caso di attrito con Washington e quanto bene funzionerebbero le loro armi di fabbricazione americana senza l'autorizzazione degli Stati Uniti.

Le valutazioni dei servizi segreti consegnate ai leader sono altrettanto crude. Una, proveniente da un paese dell'Europa meridionale, avverte: "Non state trattando con un'amministrazione che ha delle procedure, state trattando con un singolo individuo volatile". L'MI6, il servizio segreto britannico per l'estero, ha descritto al premier Keir Starmer la seconda Casa Bianca del presidente come un incrocio tra "The Crucible" e "Wolf Hall", due opere di finzione ambientate durante i processi alle streghe di Salem e alla corte di Enrico VIII. Il servizio britannico ha anche ordinato ai propri agenti di non parlare del presidente con i colleghi della CIA, l'agenzia di intelligence americana.

All'approccio della rottura si è a lungo contrapposto quello del segretario generale della NATO Mark Rutte, che la stampa europea ha ribattezzato "diplomazia dell'adulazione". Nel febbraio 2025, a pochi giorni dall'inizio del secondo mandato del presidente, Rutte propose ai leader europei riuniti a Bruxelles la sua strategia: dare a Trump una vittoria, portando la spesa militare al 3,5% del PIL. Convinto che senza Washington l'Europa dovrebbe spendere più del 10% del PIL solo in difesa, a chi immaginava un Occidente senza l'America come perno rispondeva "continuate a sognare". Nei messaggi al presidente ne imitava la sintassi e le iperboli e presto gli altri leader lo hanno seguito: il presidente finlandese e il premier norvegese arrivarono a studiare insieme quali parole scrivere in maiuscolo nei loro messaggi, mentre Ursula von der Leyen, rimproverata dal presidente per aver difeso le sanzioni alla Russia, iniziò a chiamare "dazi" la pressione economica su Mosca.

Nell'aprile 2025 il nuovo ambasciatore americano alla NATO comunicò però che il 3,5% non bastava: l'obiettivo era il 5% entro il 2035, ammorbidito da un meccanismo che permette di conteggiare un 1,5% di "investimenti legati alla sicurezza" come strade, ponti e cybersicurezza. Al vertice dell'Aia di giugno 2025 quasi tutti i leader si allinearono e fecero a turno gli elogi del presidente a porte chiuse, mentre la Spagna, unico paese a rifiutare l'obiettivo dopo 54 ore di trattative, ottenne di seguire "il proprio percorso sovrano". "Nella stanza c'erano risate, ma mascheravano un'ansia profonda", ha raccontato l'allora premier bulgaro Rosen Zhelyazkov. "I leader europei si aggrappavano ancora alla convinzione di poter gestire Donald Trump con l'adulazione diplomatica e il fascino personale".

Il vertice in Alaska tra il presidente e Vladimir Putin, a metà agosto, ha mostrato i limiti di quella strategia. Il presidente ne uscì scettico sulle possibilità dell'Ucraina e incuriosito da un piano di pace russo più vicino alle posizioni di Mosca che a quelle europee, mentre un rapporto di intelligence circolato tra i governi descriveva i progetti economici che l'amministrazione discuteva con il Cremlino, compresa l'estrazione congiunta di terre rare nell'Artico. Sei tra presidenti e premier europei, più Rutte e von der Leyen, volarono d'urgenza a Washington per sostenere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e si ritrovarono ad aspettare mentre il presidente, da un'altra stanza, chiamava Putin per 40 minuti. Nel giro di poche settimane il presidente tornò a dubitare delle chance di Kyiv. Un partecipante ha definito la visita "un'esperienza straziante" e per l'MI6 la diplomazia dell'adulazione era ormai "soggetta alla legge dei rendimenti decrescenti".

Quando i leader europei si sono rivisti a marzo, i bombardamenti americani sull'Iran avevano fatto salire i prezzi dei carburanti in tutto il continente e Merz, furioso, ha detto che l'unica vincitrice della nuova guerra in Medio Oriente sarebbe stata la Russia. Alcuni partecipanti hanno discusso, con amara ironia, se una presidenza di JD Vance sarebbe preferibile. Persino Meloni ha ammesso di aver rivisto il proprio giudizio: il presidente, ha lamentato, "non è ragionevole".

La distanza tra le due sponde dell'Atlantico pesa sul vertice NATO che si apre oggi ad Ankara, in Turchia, dove il presidente è arrivato ancora irritato per il rifiuto europeo di concedere le basi militari per gli attacchi contro l'Iran: "Loro non c'erano per noi!!!", ha scritto il 3 luglio sul suo social Truth, definendo il rapporto con l'alleanza "non reciproco". Alla vigilia del summit il presidente ha chiesto agli alleati più lealtà, mentre Washington ha avviato una revisione della propria presenza militare in Europa, dove ha circa 80.000 soldati. L'amministrazione ha anche suggerito una NATO a due velocità che riservi un trattamento preferenziale ai paesi che spendono di più in difesa. Un'uscita unilaterale degli Stati Uniti dall'alleanza resta improbabile: una legge del 2023, promossa dall'attuale segretario di stato Marco Rubio quando era senatore, impedisce al presidente di ritirare il paese dal trattato senza il via libera di due terzi del Senato o una nuova legge del Congresso.

Condividi
Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

Seguici anche sui social

Le notizie più importanti dagli Stati Uniti, ogni giorno.