Per diverse settimane Benjamin Netanyahu ha guidato i bombardamenti contro le posizioni di Hezbollah nel sud del Libano, le uccisioni mirate di oltre 20 persone a Gaza e l'attacco a una base aerea nel nord della Siria, concepito come avvertimento alla Turchia. Non ha invece fermato le violenze dei coloni in Cisgiordania, che secondo gli stessi vertici militari israeliani rischiano di innescare una nuova rivolta palestinese. L'innalzamento della tensione su più fronti pesa su un esercito già sottoposto a fortissima pressione dopo quasi tre anni di guerra e su una popolazione stremata.
Ma per quanto possano essere solide le ragioni di sicurezza nazionale, scrive David Halbfinger in un'analisi del New York Times, il primo ministro israeliano ha anche motivi politici per cercare lo scontro. Netanyahu si presenta, infatti, alle elezioni del 27 ottobre in svantaggio nei sondaggi, che attribuiscono ai suoi avversari un consenso vicino a quello necessario per estromettere lui e la sua coalizione dal governo. L'ultima rilevazione del Times of Israel assegna 25 seggi a Yashar, il partito di Gadi Eisenkot, e 21 al Likud, senza che nessuno dei due schieramenti raggiunga la maggioranza, ipotesi confermata anche dal modello di previsione di Daniele Angrisani.
Alleati e rivali politici attaccano Netanyahu da destra proprio sul terreno della sicurezza e il premier ha risposto alzando i toni. Ma Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore, gode di una fiducia maggiore tra gli elettori su questo tema, mentre Netanyahu continua a pagare politicamente il fatto di essere stato al governo quando Hamas attaccò Israele il 7 ottobre 2023. Al premier resta però il vantaggio di chi occupa la carica: in caso di crisi, l'elettorato tende a compattarsi attorno alla leadership nazionale.
Secondo sondaggisti israeliani citati dal New York Times, se la sicurezza nazionale dovesse diventare la principale preoccupazione degli elettori il giorno del voto, il Likud potrebbe guadagnare fino a 3 seggi alla Knesset, quanto basta per impedire all'opposizione di conquistare una maggioranza e consentire a Netanyahu di restare al potere fino a nuove elezioni. "Netanyahu vuole incendiare ogni fronte, perché così può presentarsi come Mister Sicurezza", ha dichiarato al New York Times Shira Efron, analista israeliana della RAND Corporation.
"Ma questo lo aiuta anche a distogliere l'attenzione dai fallimenti del 7 ottobre e degli ultimi tre o quattro anni di governo, perché la discussione si concentrerà sulla situazione della sicurezza e non sui danni che il suo governo ha provocato a Israele".
Da parte sua, Netanyahu non nasconde il tentativo di trasformare le tensioni regionali in un argomento elettorale. In un video pubblicato martedì ha raccontato di aver sentito che il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas "vuole che io perda le elezioni". "Gli ayatollah vogliono che io perda le elezioni", ha proseguito sorridendo. "Hezbollah e Hamas vogliono che io perda. Anche la Turchia, tra l'altro. Lo dicono apertamente. Chiedetevi: chi vogliono i nemici di Israele che vinca queste elezioni?".
Mercoledì ha diffuso un altro video da un avamposto militare a Gaza, indossando giubbotto antiproiettile ed elmetto. Ha rivendicato il controllo israeliano del 60% della Striscia e promesso di fare "tutto per raggiungere il nostro obiettivo, che è disarmare Hamas e smilitarizzare Gaza".
Washington lo frena su ogni fronte
Il principale ostacolo alla possibilità che una nuova emergenza di sicurezza favorisca Netanyahu arriva però dal più importante alleato di Israele. Su quasi tutti i fronti, gli Stati Uniti di Donald Trump stanno infatti chiedendo a Netanyahu di abbassare la tensione.
Il presidente Donald Trump ha tenuto Israele ai margini dello scontro con l'Iran, affidando per ora alle sanzioni economiche il compito di esercitare pressione su Teheran. Nel sud del Libano, Israele sta partecipando a un lento negoziato politico supervisionato dal Segretario di Stato Marco Rubio e ha accettato controvoglia di concedere tempo all'esercito libanese per sgomberare Hezbollah e assumere il controllo di alcune aree vicine al confine.
In Siria, il governo del presidente Ahmed al-Sharaa, che non rappresenta una minaccia militare immediata per Israele, ha chiesto la mediazione americana per negoziare un accordo con Israele che preveda il ritiro israeliano dalla zona cuscinetto. In Cisgiordania, dove coloni violenti e alcuni soldati hanno attaccato e costretto alla fuga civili palestinesi, persino l'ambasciatore americano Mike Huckabee, generalmente vicino al movimento dei coloni, ha fatto pressione sul governo israeliano perché intervenga. A metà agosto ha definito senza mezzi termini "terroristi israeliani" gli autori dell'assedio alla casa di un cittadino palestinese-americano nel villaggio di Qusra.
Anche a Gaza la libertà d'azione di Israele è in parte limitata dal Board of Peace istituito da Trump, organismo nel quale Jared Kushner, genero del presidente e suo interlocutore informale sui dossier mediorientali, svolge un ruolo centrale. A luglio il Board ha ottenuto da Hamas un primo assenso a un piano di disarmo completo, che prevedeva la consegna delle armi sotto supervisione internazionale. Israele ha respinto la proposta e ordinato nuovi attacchi sulla Striscia.
Il 26 agosto l'alto rappresentante del Board per Gaza, Nickolay Mladenov, ha criticato quei raid davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, sostenendo che avessero prodotto pochi risultati e soltanto ritardato la smilitarizzazione della Striscia. Nimrod Novik, ex consigliere diplomatico di Shimon Peres, ha detto al New York Times che Netanyahu sembra voler cercare a tutti i costi un fronte sul quale poter aumentare la pressione senza incontrare l'opposizione di Washington. "È come un ladro in un albergo: prova ogni porta per scoprire quale si apre", ha detto. "Qual è il punto di minor resistenza dell'Amministrazione Trump?".
Il raid in Siria come messaggio ad Ankara
In questa ricerca rientrerebbe, secondo Halbfinger, il bombardamento a sorpresa del 18 agosto contro una base aerea dismessa nel nord della Siria, circa 60 km dal confine turco. Israele ha condotto otto raid sulla pista di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, senza provocare vittime, quattro giorni dopo un avvertimento del direttore del Mossad al Ministro degli Esteri siriano.
Non sono stati soltanto esponenti della sinistra israeliana a ipotizzare un movente politico. In un podcast pubblicato dopo l'attacco, Tom Barrack, ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale per la Siria, ha detto che "una teoria" sulla decisione di colpire era che si trattasse di "un'idea preelettorale ben accolta". Barrack ha precisato che si trattava di un'ipotesi e non di una conclusione dell'intelligence.
I funzionari israeliani hanno invece descritto il bombardamento come un avvertimento ad Ankara affinché non installasse una propria presenza militare nella base. Secondo due funzionari siriani, una delegazione turca aveva visitato recentemente l'aeroporto nell'ambito delle discussioni sul suo possibile ripristino. Israele ha sostenuto che Damasco intendesse consentire lo schieramento di truppe turche e avesse "scelto di ignorare" i suoi avvertimenti.
Per gli esperti israeliani, il rischio principale sarebbe l'installazione da parte turca di sistemi di difesa aerea in grado di minacciare i jet israeliani nello spazio aereo siriano, utilizzato da Israele anche come corridoio per gli attacchi contro l'Iran. Nella comunicazione israeliana, osserva Halbfinger, manca però qualsiasi riconoscimento della Siria come Stato dotato di proprie prerogative sovrane e della violazione della sua sovranità da parte di Israele. Lo spazio aereo siriano viene trattato quasi come un'ulteriore zona cuscinetto, al pari dei circa 400 km quadrati nel sud della Siria già occupati dalle truppe israeliane come fascia difensiva avanzata lungo il confine.
Rivolgendosi al pubblico internazionale, l'ufficio di Netanyahu ha affermato in inglese che Israele voleva soltanto ripristinare lo "status quo" con la Siria. Per il pubblico interno, invece, il premier ha diffuso un video in ebraico dai toni più minacciosi e rivolto direttamente ad Ankara. "Non tollereremo l'istituzione di una presenza militare turca che si estenda verso sud, perché ci minaccia", ha detto. Poi ha aggiunto: "Abbiamo trasmesso il messaggio. Come dirlo? Non fatelo".
L'ultima parola, pronunciata in inglese, richiama l'avvertimento che Joe Biden rivolse a Hezbollah e all'Iran nell'ottobre 2023, una settimana dopo l'inizio della guerra a Gaza, perché non entrassero nel conflitto. Che Netanyahu rivolga un avvertimento simile alla Turchia è preoccupante, secondo Gallia Lindenstrauss, esperta di relazioni israelo-turche all'Institute for National Security Studies di Tel Aviv. "Sta presentando al pubblico israeliano l'idea che Israele abbia un potere illimitato, ed è una cosa molto pericolosa", ha detto al New York Times.
Parlare in questi termini alla Turchia non è come farlo con Hamas, Hezbollah o la Siria: Ankara dispone infatti del secondo esercito più grande dell'Alleanza Atlantica e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è uno stretto alleato di Trump. La Turchia, ha aggiunto Lindenstrauss, aveva quindi motivo di aspettarsi maggiore cautela da parte israeliana, anziché un raid improvviso così vicino al proprio confine, perché "nel nord della Siria, nel bilancio degli interessi, quelli turchi sono maggiori di quelli israeliani".
A giudicare dalla copertura dei media turchi, tuttavia, Ankara non sembra interpretare per ora gli avvertimenti israeliani come una minaccia concreta di scontro militare. "Per fortuna", ha detto Lindenstrauss, "la Turchia sta interpretando questa azione israeliana solo come parte della campagna elettorale di Netanyahu".
