Se martedì 3 novembre i repubblicani perderanno una o entrambe le Camere del Congresso, l'autorità di Donald Trump sui parlamentari del suo partito potrebbe subire un colpo senza precedenti. Il presidente sembra già pronto ad attribuire ad altri la responsabilità di un'eventuale vittoria democratica, ma tra i repubblicani al Congresso ci si chiede quanto riuscirà ancora a imporre la propria volontà. Molti dei 15 parlamentari intervistati da Politico ritengono che potrebbe essere finita l'epoca in cui a Trump bastavano un post su Truth Social o una telefonata a tarda sera per dettare la linea.
"Non è che la sua capacità di persuasione stia crescendo", ha osservato un senatore repubblicano. "Il capitale politico si guadagna e si perde allo stesso modo". Secondo un deputato repubblicano, il primo banco di prova sarebbe la scelta del leader della minoranza alla Camera: Trump conserverebbe un'influenza considerevole, ma inferiore al passato, perché una parte del gruppo gli attribuirebbe la responsabilità della sconfitta. "Nessuno si aspetta che Trump si prenda la colpa dopo le elezioni. Ma se non se la prende lui, chi se la prende?".
Non è la prima volta che i repubblicani prevedono il declino di Trump nel partito. Dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, molti presero le distanze da lui, salvo poi tornare a sostenerlo mentre riconquistava il potere. Anche nel secondo mandato, nonostante le critiche pubbliche e private ad alcune sue politiche e nomine, quasi tutti hanno finito per allinearsi. Pochi si aspettano che il presidente cambi approccio negli ultimi due anni alla Casa Bianca: molti prevedono che interverrà nelle primarie per il Congresso del 2028, avrà un ruolo di primo piano nella scelta del futuro candidato presidente repubblicano e continuerà a influenzare le trattative e gli equilibri quotidiani al Congresso.
"Trump continuerà a essere pienamente coinvolto, qualunque sia il risultato", ha detto a Politico John Barrasso, il numero due dei repubblicani al Senato. Il deputato del New Jersey Chris Smith ammette che perdere la maggioranza alla Camera sarebbe "un problema" per Trump, ma ritiene che il presidente conserverebbe la propria influenza grazie alla visibilità e all'autorevolezza della sua carica. Il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle lo ha definito "il leader indiscusso, il miglior comunicatore e l'impareggiabile motivatore del Partito Repubblicano".
Gli ultimi due anni di presidenza e il banco di prova Hegseth
Rispetto alla sconfitta subita alle elezioni di metà mandato del 2018, questa volta Trump avrebbe un limite in più: essendo stato eletto presidente due volte, non potrebbe ricandidarsi nel 2028. Una disfatta potrebbe quindi indebolirlo ulteriormente, accentuando la condizione politica spesso descritta negli Stati Uniti con l'espressione "anatra zoppa", ovvero quella di un presidente avviato alla fine del suo mandato e sempre meno capace di orientare le scelte del proprio partito.
La pressione di Trump continuerebbe però a pesare in modo diverso sui due rami del Congresso. I deputati che cercheranno la rielezione nel 2028 dovranno affrontare la campagna elettorale mentre Trump sarà ancora alla Casa Bianca, con il rischio di trovarsi contro uno sfidante alle primarie sostenuto da lui. Tra i senatori repubblicani, invece, soltanto circa un terzo sarà nella stessa situazione: gli altri invece torneranno al voto nel 2030 o nel 2032, dopo la fine della sua presidenza.
Un senatore repubblicano vede già un segnale di indebolimento nelle prese di distanza dalla guerra in Iran da parte di candidati in difficoltà e parlamentari uscenti: "È nei guai". Secondo un deputato, se i democratici conquistassero la Camera con una maggioranza risicata, Trump manterrebbe "ancora molta influenza". Dopo una pesante sconfitta, invece, sarebbe il presidente ad avere bisogno dei parlamentari più di quanto loro avrebbero bisogno di lui. "Se sarà davvero una grande ondata blu, ogni Commissione indagherà su di lui senza sosta nei prossimi due anni e i repubblicani cominceranno presto a guardare al 2028 e oltre".
Secondo la ricostruzione di Politico, un primo banco di prova potrebbe arrivare già alla ripresa dei lavori, quando la Camera dei Rappresentanti dovrebbe votare sulla messa in stato d'accusa del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Se i repubblicani subissero una disfatta in un clima di diffuso malcontento per la guerra in Iran, diversi deputati del partito potrebbero votare a favore. La testata riferisce che a settembre il deputato repubblicano Thomas Massie ha presentato otto capi d'accusa relativi alla gestione della guerra e del Pentagono e che lo Speaker della Camera Mike Johnson ha rinviato il voto a dopo le elezioni, anticipando la sospensione dei lavori per la campagna elettorale.
Trump potrebbe incontrare resistenze anche nel tentativo di approvare un'ultima legge di spesa con i soli voti dei repubblicani prima dell'insediamento del nuovo Congresso. Il passaggio della maggioranza di almeno una delle due Camere ai democratici renderebbe infatti molto più difficile approvare provvedimenti sostenuti soltanto dai repubblicani, come il SAVE America Act sulle regole elettorali. Il partito fatica già a far avanzare queste misure da solo e i parlamentari sconfitti avrebbero pochi incentivi ad assecondare il presidente.
La scelta dei leader alla Camera e al Senato
Alla Camera dei Rappresentanti l'attenzione dei repubblicani è rivolta soprattutto alle elezioni dei vertici del gruppo, previste nella settimana successiva al voto. Se il partito passasse all'opposizione, per la guida della minoranza si profila una sfida tra l'attuale leader della maggioranza Steve Scalise e il presidente della Commissione Giustizia Jim Jordan. Molti, però, ritengono che Johnson potrebbe restare alla guida dei repubblicani della Camera se Trump continuasse a sostenerlo. Jordan e Scalise sono entrambi stretti alleati del presidente e pochi si aspettano che Trump scelga di schierarsi a favore dell'uno contro l'altro. "Il presidente degli Stati Uniti ha sicuramente influenza", ha detto Jordan. "Penso che continuerà ad averla".
Al Senato alcuni esponenti conservatori si chiedono in privato se, in caso di sconfitta, Trump attribuirà la responsabilità al leader della maggioranza John Thune. In estate il presidente ne aveva messo in discussione la sua leadership, irritato per la mancata approvazione del SAVE America Act. Su Truth Social gli aveva chiesto di trattenere i senatori a Washington fino al via libera alla legge o, "molto meglio ancora", fino all'abolizione del filibuster legislativo, il meccanismo di ostruzionismo che permette alla minoranza di bloccare gran parte delle leggi ordinarie. A settembre, però, Trump aveva difeso pubblicamente Thune alla Convention repubblicana di Dallas dedicata alle elezioni di metà mandato.
Molti senatori repubblicani si aspettano che Thune continuerà a mantenere la guida del gruppo anche se Trump dovesse tentare di sostituirlo. Il senatore della Florida Rick Scott ha criticato la gestione del Senato, ma ha ribadito che non si candiderà a leader e pochi, inoltre, ritengono che il senatore dello Utah Mike Lee punti davvero a sostituire Thune. "Non credo che ci sia un movimento di rivolta contro di lui", ha detto Bernie Moreno, senatore dell'Ohio che, secondo Politico, dovrebbe guidare il comitato elettorale dei repubblicani al Senato nella prossima legislatura. Anche Barrasso sostiene Thune: "Sarà rieletto leader".
