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Meloni e Trump non si parlano da settimane
Palazzo Chigi
Politica estera 6 min di lettura

Meloni e Trump non si parlano da settimane

In un'intervista al New York Times la presidente del Consiglio ricostruisce la rottura con la Casa Bianca: gli attacchi del presidente a Papa Leone, poi la lite sulla foto al G7 di giugno.

Giorgia Meloni e il presidente Donald Trump non si parlano da diverse settimane. Lo ha rivelato la presidente del Consiglio italiana in una rara intervista al New York Times, in cui ha ricostruito la rottura con l'uomo che considerava il suo principale alleato ideologico a Washington.

"È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza sull'immigrazione e sulla cultura woke", ha detto Meloni. "Le cose sono andate diversamente".

Il primo strappo è arrivato ad aprile, quando il presidente ha attaccato Papa Leone definendolo debole sul crimine e pessimo in politica estera, con un messaggio scritto in gran parte in lettere maiuscole. Meloni ha risposto che parole del genere erano "inaccettabili" e il presidente ha replicato che inaccettabile era lei.

A giugno il presidente ha fatto circolare la versione secondo cui Meloni lo avrebbe "implorato" per una fotografia insieme, durante il vertice del G7 in Francia. La presidente del Consiglio ha replicato che l'Italia e lei non elemosinano, diventando la prima di diversi leader europei offesi a rispondere a muso duro alla Casa Bianca. Da lì in poi i contatti si sono interrotti.

Alla domanda se i due torneranno a sentirsi dopo la pausa estiva, Meloni ha esitato: "Beh, vedremo". Ha aggiunto di non avere rimpianti sulla linea tenuta: "Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia una cosa molto importante. Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali".

Meloni era stata l'unica capo di governo dell'Unione Europea invitata all'insediamento del presidente nel gennaio 2025. Contava di fare da ponte tra Washington e l'Europa, sfruttando il nazionalismo comune e l'ostilità condivisa verso l'immigrazione, con l'obiettivo di tenere in piedi anche l'alleanza occidentale. Quando l'anno scorso il presidente la definì "una bella giovane donna" finse indifferenza, perché riteneva che la posta in gioco fosse più alta.

Le provocazioni dalla Casa Bianca si sono però accumulate. Il presidente ha detto che l'Unione Europea era stata creata per fregare gli Stati Uniti, che la Groenlandia, territorio semiautonomo danese, andrebbe consegnata agli americani e che gli alleati europei della NATO sono dei pusillanimi che in Afghanistan si sarebbero tenuti "un po' indietro". In quella guerra l'Italia ha perso 53 soldati. "Insultare l'Italia dopo che avevamo pagato un tributo di sangue in Afghanistan è stato un affronto brutale", ha detto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e da anni uomo di fiducia della presidente del Consiglio.

La rottura si spiega con l'obiettivo principale della politica estera della presidente del Consiglio, che ha finito per contare più dei valori condivisi con il presidente americano: dare peso geopolitico all'ottava economia del mondo e cancellare lo status di ultima fra le grandi potenze. "Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa, di un'Italia che si considera inferiore agli altri", ha detto al New York Times. L'obiettivo, ha spiegato, è "la più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione: una rivoluzione dell'orgoglio". L'Italia doveva smettere di fare "la ruota di scorta di Francia e Germania" e sedersi "al tavolo di chi decide la direzione".

Il 4 settembre Meloni diventerà il capo di governo rimasto in carica ininterrottamente più a lungo nella storia della Repubblica italiana. È a Palazzo Chigi da quasi quattro anni, circa quattro volte la media dei governi italiani del dopoguerra: nello stesso periodo la Francia ha cambiato sei governi e il Regno Unito tre primi ministri. Con Emmanuel Macron in uscita l'anno prossimo, Meloni può diventare la decana della politica europea, il ruolo che fu di Angela Merkel.

La sua parabola ha aggiunto una parola al vocabolario politico europeo. Con "melonizzazione" si indica il processo che permette a un partito post-fascista, in questo caso Fratelli d'Italia, di liberarsi della minaccia autoritaria e di essere accettato nel campo moderato attraverso un conservatorismo pragmatico, o quantomeno la sua apparenza. "Meloni non è una leader visionaria, ma è diventata una star globale e l'emblema della possibilità che i nazionalisti di estrema destra vengano assorbiti", ha detto Giovanni Orsina, direttore della Luiss School of Government di Roma.

Marine Le Pen ha ora una risposta pronta per rassicurare gli elettori francesi: basta guardare all'Italia. Suo padre aveva fondato il Front National (oggi Rassemblement National) ispirandosi al nazionalismo antisemita del regime collaborazionista di Vichy. In Germania un giorno potrebbe toccare all'AfD.

"La memoria svanisce dopo tre generazioni", ha detto al New York Times Thomas Bagger, ambasciatore tedesco in Italia. "Nemmeno l'Olocausto risuona come una volta e lo stesso vale per l'imperativo dell'integrazione europea".

Secondo il New York times, nazismo e il fascismo non stanno tornando, ma il nazionalismo e la xenofobia restano una sfida seria per Bruxelles, insieme alla guerra ai confini dell'Unione Europea, con il presidente Trump e il presidente russo Vladimir Putin che puntano a indebolirla o addirittura a disfarla. "Nella migliore delle ipotesi Meloni vuole un'Europa dal tocco leggero", ha detto Nathalie Tocci, docente alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies Europe.

Meloni ha 49 anni e viene dall'estrema destra italiana. Nel 1992, dopo le stragi di mafia che uccisero a due mesi di distanza i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si iscrisse a 15 anni al Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, il partito fondato nel 1946 da ex esponenti del partito fascista di Benito Mussolini. Quattordici anni dopo era in Parlamento come la più giovane vicepresidente della Camera della storia repubblicana e nel 2008 diventava a 31 anni la ministra più giovane di sempre. Fratelli d'Italia, che ha co-fondato, è rimasto per sette anni intorno al 3 per cento.

Nell'intervista Meloni ha definito il fascismo un periodo "particolarmente complesso" e ha rifiutato ancora una volta di dirsi antifascista, un'etichetta che associa ai gruppi di sinistra della sua giovinezza. Nel discorso di insediamento aveva detto che il momento peggiore della storia italiana era stato l'approvazione delle leggi razziali del 1938. A una televisione francese, nel 1996, aveva invece detto che "Mussolini era un buon politico" e che "tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per l'Italia".

Il 22 maggio ha pubblicato su Instagram un elogio di Giorgio Almirante, fascista convinto sotto Mussolini e fondatore del Movimento Sociale Italiano. Almirante era stato tra i collaboratori di spicco della rivista razzista e antisemita "La difesa della razza", dove scrisse che il razzismo italiano doveva essere "quello del sangue nelle nostre vene", altrimenti il Paese sarebbe finito in mano ai "meticci e agli ebrei". "Ci ha insegnato una cosa molto importante sul piano dei valori", ha detto Meloni al New York Times. "Che puoi combattere la tua battaglia con dignità anche partendo da una posizione molto marginale". Per Stefano Feltri, che cura la newsletter Appunti, "Meloni non ha mai detto né fatto nulla di fascista, ma non fa parte dell'Italia antifascista, la cultura della Resistenza che ha prodotto la nostra Costituzione".

Al governo la sua principale eredità è la disciplina di bilancio. Con il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti il deficit è sceso dal 7 per cento a un valore vicino al limite del 3 per cento fissato dall'Unione Europea e il debito italiano ha ottenuto la prima promozione di rating in 23 anni. Per riuscirci la presidente del Consiglio ha rovesciato le sue posizioni: nel 2014 diceva di essere favorevole all'uscita dall'euro, poi ha avuto bisogno dei soldi europei, compresi circa 221 miliardi di dollari del piano di ripresa dopo la pandemia. Come una buona europeista si è messa in riga sui conti pubblici e come un buon membro della NATO ha sostenuto l'Ucraina contro la Russia.

Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, contesta i risultati economici: una crescita dello 0,5 per cento, un calo dell'8 per cento dei salari reali, bollette energetiche tra le più alte d'Europa e ospedali pubblici impoveriti. "La stabilità può essere un valore, ma quando è immobilismo la gente non perdona", ha detto al New York Times. Meloni ribatte elencando occupazione, inflazione, sbarchi irregolari, spesa sanitaria e spread: "Ditemi se non sono migliori!". Quei numeri si sono effettivamente mossi nella direzione giusta, a volte solo di poco. Per Veronica De Romanis, docente di economia alla Luiss, "il massimo che si può dire è che non c'è stato nessun disastro", con 1,2 milioni di italiani che non studiano e non lavorano (molti dei quali se ne vanno all'estero).

Sull'immigrazione il governo ha autorizzato senza clamore circa 450.000 visti per lavoratori stranieri da impiegare nei campi, nelle fabbriche e nell'assistenza agli anziani e ha messo a punto un piano di investimenti in Africa. Il progetto di trasferire i richiedenti asilo in Albania resta impigliato nei ricorsi giudiziari, è costato molto e ha prodotto risultati minimi, finché a giugno l'Unione Europea ha aperto all'uso di centri di rimpatrio in "Paesi terzi sicuri". Meloni può così rivendicare una vittoria sulla politica migratoria europea. Questo mese ha guidato l'attacco dell'Unione Europea al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, accusato di eccessiva permissività dopo l'arrivo di migliaia di migranti a Ceuta.

La sconfitta più pesante è arrivata a marzo con il referendum sulla giustizia, che avrebbe messo i magistrati sotto un controllo politico più stretto. "Una vittoria avrebbe portato in seguito a modifiche più profonde della Costituzione, nella direzione di un esecutivo più forte e di un sistema più presidenziale", ha detto lo storico Davide Conti. "È il suo obiettivo di fondo".

Il consenso di Fratelli d'Italia resta comunque intorno al 27 per cento, poco sopra il risultato delle elezioni del 2022. La sinistra divisa non ha un leader di pari statura in vista del voto dell'anno prossimo. La sfida più insidiosa arriva ora dalla sua destra, con il partito Futuro Nazionale del generale in congedo Roberto Vannacci, che chiede "omogeneità culturale", definisce i gay "non normali" e propone la "remigrazione" di 500.000 immigrati irregolari. "L'errore di fondo di Meloni è essersi diluita", ha detto al New York Times.

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