Donald Trump ha annunciato martedì che non esiste più alcun canale di dialogo con Teheran. “Non ci sono colloqui o conversazioni in corso, né in programma, con la Repubblica islamica dell’Iran”, ha scritto sui social. “Il blocco navale resta pienamente in vigore. Lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine sono state rimosse o fatte esplodere”. Un funzionario statunitense ha riferito che il presidente ha ordinato alla squadra negoziale di interrompere i contatti. Anche ad alcuni suoi alleati politici, la Casa Bianca ha spiegato che la strategia sta cambiando: non più attaccare l’Iran il prima possibile, ma strangolarlo lentamente.
L’ordine è stato impartito al vicepresidente JD Vance e agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner dopo alcune discussioni definite positive. Trump, però, resta insoddisfatto perché Teheran continua a non cedere alle sue richieste e intende aspettare un segnale di disponibilità prima di riaprire il tavolo. Soltanto il giorno prima, Kushner, in viaggio in Medio Oriente, aveva detto a Fox News che i negoziati in corso erano “probabilmente più solidi” che mai e che gli statunitensi stavano parlando con diverse figure del regime, anche se l'Iran ha smentito più volte l’esistenza di trattative dirette con Washington. In passato il presidente si era irritato per queste smentite, sostenendo che in privato i dirigenti iraniani fossero in realtà impazienti di raggiungere un accordo.
Intanto, nello Stretto di Hormuz il traffico resta ridotto a un rivolo e le navi che lo attraversano continuano a essere bersaglio degli attacchi iraniani. Trump ha comunque pubblicato su Truth Social una mappa della via d’acqua strategica sormontata dalla scritta “US Territory”, territorio statunitense, e questa settimana ha detto di volerla rivendicare come territorio americano.
La strategia dello strangolamento
Trump chiude ogni canale con Teheran: non più un attacco immediato, ma blocco navale e sanzioni per soffocare il regime. Dopo sei mesi di guerra la Marina è al limite, mentre l'Iran studia come portare il conflitto in Europa.
trattative in corso o in programma tra Washington e Teheran
di guerra: il traguardo sarà superato la prossima settimana
Uno Stretto conteso, un pedaggio che Trump non accetta
L'Iran tratta con l'Oman per spartirsi la gestione del traffico nello Stretto: a ciascun Paese andrebbe il controllo di una direzione di navigazione. La Casa Bianca teme che l'intesa consolidi la presa iraniana sulla via d'acqua.
Pedaggi: esclusi.Alcune versioni dell'accordo prevedono dazi ambientali o di sicurezza. Trump li respinge tutti e pretende il ritorno al transito libero di prima della guerra.
Il logoramento della Marina americana
La USS George Washington lascia il Pacifico per darle il cambio in Medio Oriente. La durata della missione è finita sotto esame dopo le notizie di militari che avrebbero tentato di gettarsi fuori bordo per le condizioni a bordo.
Fin dove arrivano i missili di Teheran
In caso di una nuova offensiva americana, l'Iran valuta di colpire obiettivi statunitensi nell'Europa sudorientale. L'attacco in Giordania, il più preciso mai riuscito a lunga distanza, era «anche un messaggio all'Europa».
Per Sidharth Kaushal, analista del RUSI, la minaccia missilistica all'Europa è «reale, ma limitata»: a quelle distanze i vettori Shahab perderebbero potenza. A Teheran converrebbe piuttosto agire attraverso i gruppi alleati nella regione.
La nuova catena di comando a Teheran
«Se non trovi un accordo con Ghalibaf, dovrai vedertela con Rezaei»Una fonte vicina al regime al Financial Times
L’Oman e i pedaggi che Trump non accetta
Dietro le quinte, il presidente si è irritato per l’intesa che l’Iran sta cercando di raggiungere con l’Oman sulla gestione del traffico nello Stretto. Secondo alcuni funzionari regionali, l’accordo, non ancora finalizzato, finirebbe per assegnare a ciascuno dei due Paesi il controllo di una direzione di navigazione, rispettivamente in entrata e in uscita dal Golfo Persico. La Casa Bianca teme però che l’intesa finisca per consolidare il controllo iraniano sulla via d’acqua, mentre diversi funzionari statunitensi ritengono che l’Oman abbia favorito Teheran anziché comportarsi da mediatore neutrale.
Il punto più controverso riguarda i pagamenti dei dazi di passaggio: alcune versioni dell’accordo prevedono dazi legate alla protezione ambientale o alla sicurezza, mentre Trump ha stabilito che nessun pedaggio è ammissibile e pretende che il passaggio torni alla situazione precedente alla guerra, con il transito completamente libero. In un’intervista a Fox News ha persino minacciato di bombardare l’Oman qualora dovesse ostacolare i negoziati. Lunedì, davanti ai cronisti nello Studio Ovale, ha poi assunto un tono meno aggressivo: “Non credo si siano comportati bene, ma li gestiremmo molto facilmente, proprio come facciamo con gli altri”.
Nuove e pesanti sanzioni contro l'Iran dovrebbero, intanto, arrivare già questa settimana, secondo alcuni funzionari statunitensi. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha inoltre assicurato che le forze schierate nella regione sono pronte a mantenere a tempo indeterminato il blocco dei porti iraniani. Trump e i suoi collaboratori continuano ad essere convinti che la pressione economica finirà per costringere il regime ad accettare le condizioni americane. A Teheran, invece, la situazione viene invece letta in modo opposto: sarebbe il presidente statunitense a subire crescenti pressioni politiche per ritirarsi.
Sei mesi di guerra logorano la Marina
La guerra raggiungerà la prossima settimana il traguardo dei sei mesi e ha portato nella discussione quotidiana questioni che fino a ieri erano riservate agli addetti ai lavori: tra queste, il livello sempre più basso delle scorte di munizioni, gli appalti del settore della difesa e il rifornimento delle navi in mare. La Marina, in particolre, è al centro dell’attenzione perché le missioni sempre più prolungate stanno mettendo alla prova navi, marinai, marines e le loro famiglie.
La portaerei USS Abraham Lincoln ha superato i 250 giorni in mare, mentre la USS George Washington, di stanza nel Pacifico, sarà trasferita in Medio Oriente per darle il cambio. La durata eccezionale della missione è finita sotto esame dopo le notizie secondo cui alcuni militari avrebbero addirittura tentato di gettarsi fuori bordo per le condizioni orribili all'interno della nave. Il Pentagono non convoca una conferenza stampa da mesi ed è stato criticato anche per la scarsa trasparenza con cui ha tenuto traccia dei decessi tra le truppe durante la guerra.
Teheran valuta possibili attacchi in Europa
Intanto le forze iraniane stanno valutando la possibilità di colpire obiettivi statunitensi nell’Europa sudorientale in caso di una nuova offensiva americana, hanno riferito al Financial Times due persone vicine al regime. Tra i possibili bersagli figura la Bulgaria, che il mese scorso ha autorizzato l’impiego della base aerea di Bezmer da parte degli aerei da rifornimento statunitensi, ma anche l'isola di Cipro. Secondo le stesse fonti, Teheran starebbe inoltre considerando un attacco ai cavi sottomarini in fibra ottica presenti nello Stretto di Hormuz.
I Guardiani della Rivoluzione Islamica e altri comandanti hanno avvertito che, in un nuovo conflitto su vasta scala, l’Iran andrebbe oltre la strategia seguita finora, concentrata principalmente su obiettivi militari, impianti energetici e infrastrutture del Medio Oriente. Il mese scorso i pasdaran hanno minacciato anche il Regno Unito per l’impiego delle sue basi da parte degli Stati Uniti: “Qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo”.
Sidharth Kaushal, ricercatore del Royal United Services Institute di Londra, ha definito al Financial Times la minaccia dei missili iraniani contro l’Europa “reale, ma limitata”. Teheran può infatti schierare vettori balistici a medio raggio della serie Shahab, che però faticherebbero a provocare danni alle distanze maggiori, mentre i modelli più pesanti dovrebbero essere equipaggiati con testate più leggere per raggiungere obiettivi più lontani. Secondo Kaushal, all’Iran converrebbe piuttosto agire attraverso i gruppi alleati: le milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen.
Douglas Barrie, dell’International Institute for Strategic Studies, osserva però che i tentativi compiuti quest’anno di colpire l'isola Diego Garcia indicherebbero il possesso di armi con una gittata superiore ai 2.000 km. Resta però da capire quanti di questi missili possieda Teheran e se sia disposta davvero a sacrificarne alcuni per un gesto dimostrativo, correndo il rischio che falliscano o vengano abbattuti.
L’attacco del mese scorso contro una base statunitense in Giordania, nel quale sono morti 3 militari americani, rappresenta secondo le fonti vicine al regime l'attacco a lunga gittata più preciso mai riuscito all’Iran. “Era anche un messaggio all’Europa: può essere raggiunta dai missili, quindi deve sapere da che parte stare in questa guerra”, ha detto una delle due fonti. “Un errore molto grave, come colpire le nostre infrastrutture, potrebbe portare la guerra fuori dalla regione, fino all’Europa”.
All’inizio di agosto l’ayatollah Mojtaba Khamenei, nuova Guardia Suprema della Repubblica Islamica dopo l'uccisione del padre in un raid aereo nel primo giorno di guerra, ha promosso alcuni falchi ai vertici degli apparati di sicurezza e delle forze armate. Tra questi figura Mohsen Rezaei, ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, nominato per decreto Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ovvero l’organismo che coordina la politica estera e di sicurezza, nonché rappresentante della Guida suprema al suo interno.
Gli analisti iraniani hanno interpretato la decisione come un ridimensionamento di figure come il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, il principale negoziatore del Paese, in una fase in cui le prospettive di un’intesa duratura appaiono sempre più remote. L’Iran “sta mandando un messaggio chiaro: se non trovi un accordo con Ghalibaf, dovrai vedertela con Rezaei”, ha spiegato la seconda fonte. “Il messaggio è: non fatemi arrabbiare, perché sono più pazzo di voi”.
