Da maggio il Pentagono gestisce un corridoio riservato per entrare e uscire dallo stretto di Hormuz lungo la corsia meridionale, quella che costeggia l'Oman. Ogni notte vi transitano tra le 15 e le 20 petroliere di nascosto. L'operazione, denominata Project Freedom, è cominciata il 4 maggio. Due funzionari statunitensi hanno detto ad Axios che attraverso questa rotta escono circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno, all'incirca la metà del volume precedente alla guerra, che vengono poi immessi sul mercato mondiale dell'energia. "Controlliamo la corsia meridionale dello Stretto di Hormuz da due mesi", ha affermato uno dei funzionari. "Le Guardie Rivoluzionarie iraniane possono crearci qualche problema, ma non controllano lo Stretto. Lo controlliamo noi".
Le cifre, tuttavia, non coincidono. Prima della guerra attraverso lo Stretto transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e prodotti raffinati, di cui circa 15 milioni di solo greggio. Per quest'ultimo, il New York Times, che ha ricostruito la stessa operazione, riferisce che a luglio le petroliere impegnate sulle rotte protette dagli Stati Uniti hanno trasportato fuori dal Golfo Persico circa 5 milioni di barili al giorno, rispetto ai 4 milioni di giugno e ad appena 1,6 milioni di maggio. Michelle Wiese Bockmann, analista di intelligence marittima della società Windward, ha definito il corridoio "uno dei successi più sorprendenti" dell'operazione e ha osservato che il flusso è aumentato progressivamente. Una parte del greggio del Golfo evita inoltre lo Stretto viaggiando attraverso gli oleodotti mediorientali.
Le stime del governo statunitense sono sistematicamente superiori a quelle delle società che tracciano le navi attraverso i satelliti. Il 13 agosto il Segretario all'Energia Chris Wright ha indicato una media settimanale di quasi 9 milioni di barili al giorno in uscita dallo Stretto, riconoscendo che la cifra superava gran parte delle valutazioni degli istituti privati. L'operazione in corso non si limita però solo a scortare le petroliere cariche in uscita. I militari statunitensi accompagnano anche le navi vuote che entrano nel Golfo dal Mar Arabico, le fanno caricare negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Kuwait e poi le riportano fuori. A coordinare le attività è una task force che opera dal quartier generale dell'82ª Divisione aviotrasportata dell'Esercito, a Fort Bragg, nella North Carolina, insieme ai partner regionali del Golfo.
Ogni notte viene compilato l'elenco delle navi in uscita e di quelle vuote in entrata. Le imbarcazioni si muovono in due convogli distinti, in fasce orarie separate, attraversando punti di controllo prestabiliti ai quali devono comunicare la propria posizione. Sopra di loro volano i caccia dell'Aeronautica, incaricati di individuare e abbattere i droni e i missili cruise iraniani. Le navi che si affidano al Central Command spengono normalmente i transponder per non essere localizzate, rendendo così più difficile anche per le società specializzate ricostruire il traffico reale.
Il nuovo corridoio è diventato praticabile dopo una campagna di bombardamenti durata due settimane, durante la quale il Central Command statunitense ha messo fuori uso gran parte dei radar e dei sistemi iraniani di sorveglianza marittima. Teheran ha ormai una visibilità molto limitata sul traffico nella corsia meridionale e può contare soltanto su alcuni radar ripristinati e sugli osservatori a bordo dei motoscafi veloci dei pasdaran. Rimasto in gran parte “cieco”, l’Iran lancia droni e missili cruise verso le aree in cui presume stiano transitando le navi. Nella notte tra domenica e lunedì, le forze statunitensi hanno abbattuto otto droni e due missili cruise lanciati proprio con questa modalità.
Gli attacchi iraniani e il costo della protezione
Dall'inizio di giugno almeno 15 navi che percorrevano le rotte meridionali sono state colpite, causando il ferimento di 16 marinai e la morte di altri 2, secondo l'analisi condotta dal New York Times sui dati dell'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite responsabile della navigazione. Questa settimana un'altra nave è stata centrata mentre si trovava vicino all'Oman e un membro dell'equipaggio è morto, ha reso noto martedì l'organismo della Marina britannica che monitora il traffico commerciale nell'area.
Tra gli armatori disposti a rischiare ed utilizzare la rotta lungo l'Oman figura la compagnia greca Dynacom, che il 19 luglio ha visto colpite due delle proprie petroliere, una delle quali è stata successivamente abbandonata. La compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi, ADNOC, ha invece dichiarato la settimana scorsa che dall'inizio della guerra 18 sue navi sono state attaccate, con un morto e venti feriti tra gli equipaggi.
Proteggere questo traffico impone agli Stati Uniti uno sforzo che prima della guerra non era necessario, quando le petroliere attraversavano lo Stretto senza scorta. "Garantire ininterrottamente questo tipo di difesa richiede un'enorme quantità di lavoro", ha spiegato Joshua Tallis, analista del Center for Naval Analyses. Il Central Command sostiene di aver aiutato più di mille navi ad attraversare lo stretto. Il suo portavoce, il capitano Tim Hawkins, ha risposto alle critiche affermando che gli attacchi riusciti contro alcune imbarcazioni non dimostrano l'inefficacia della protezione, dal momento che nel complesso il numero delle navi in transito è aumentato.
Trump ha detto mercoledì ad Axios che "dallo Stretto di Hormuz sta uscendo un'enorme quantità di petrolio". Il giorno precedente aveva definito lo Stretto "aperto e operativo", proprio mentre una nave veniva colpita al largo dell'Oman. Il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti non stanno attualmente trattando con Teheran perché gli iraniani "stanno perdendo tempo e negoziare con loro è una perdita di tempo". "Hanno ancora un po' di combattività, ma nel complesso sono l'ombra di ciò che erano prima", ha concluso.
Una flotta sempre più sotto pressione
Non è chiaro, però, come la Marina statunitense intenda mantenere in Medio Oriente una forza di queste dimensioni. Nel Golfo dell'Oman si trovano attualmente una ventina di navi da guerra statunitensi, comprese le portaerei Abraham Lincoln e George H.W. Bush con i rispettivi cacciatorpediniere di scorta, oltre alle unità incaricate di far rispettare il blocco dei porti iraniani ordinato da Trump. La Lincoln è in mare dal 21 novembre e il suo equipaggio ha trascorso più di duecento giorni senza una libera uscita. Prima di poter tornare in servizio, la portaerei avrà bisogno di interventi consistenti. A sostituirla arriverà la George Washington, di base in Giappone, mentre per la Bush, salpata il 31 marzo, non è ancora stato annunciato alcun avvicendamento.
Anche i rifornimenti sono diventati più difficili. La base della Marina a Manama, capitale del Bahrein, è stata di fatto distrutta dagli attacchi iraniani del primo giorno di guerra. Privata del suo principale scalo logistico in Medio Oriente, la Marina rifornisce ora le proprie unità da Diego Garcia, l'isola britannica nell'Oceano Indiano situata circa 1.800 km a sud-ovest della punta meridionale dell'India. Ogni tratta richiede più di cinque giorni di navigazione. Nemmeno Diego Garcia però è al sicuro: il 20 marzo l'Iran ha lanciato contro la base due missili balistici a medio raggio. Tutti i porti della regione restano alla portata dei missili iraniani.
Nel frattempo, molte grandi compagnie di navigazione continua a preferire di evitare lo Stretto finché non verrà raggiunto un cessate il fuoco duraturo. Nonostante tutti gli sforzi statunitensi, questo significa sostanzialmente che il traffico navale resterà comunque a livelli ridotti fino a che la crisi non sarà rientrata del tutto. "La minaccia iraniana sullo Stretto resterà significativa nel prossimo futuro", ha confermato Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies.
