"Non stiamo negoziando con gli Stati Uniti", ha dichiarato senza mezzi termini lunedì Esmail Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, poche ore dopo che Donald Trump aveva annunciato un nuovo tavolo negoziale con Teheran per il pomeriggio successivo e aveva rinunciato a un attacco già pronto.
Baghaei ha aggiunto che nei prossimi giorni l'Iran non intende né ospitare delegazioni straniere né inviare negoziatori all'estero. Tutti i rappresentanti coinvolti nei colloqui si trovano nel Paese, ad eccezione del Ministro degli Esteri Abbas Araqchi, impegnato in un pellegrinaggio religioso in Iraq. L'unico confronto in corso, ha precisato il portavoce, è quello con l'Oman sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Anche una fonte iraniana di alto livello ha riferito alla Reuters che non è previsto alcun colloquio con Washington e che Araqchi non sarà disponibile almeno fino alla fine della settimana.
Trump cambia tono nel giro di poche ore
Domenica Trump aveva annullato quello che ha definito il più grande attacco dalla Seconda guerra mondiale, spiegando di averlo fatto dopo gli appelli di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, convinti che un accordo fosse ormai a portata di mano. La proposta americana prevede "l'apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare iraniana". Il presidente aveva assicurato di essere pronto ad agire in qualsiasi momento, pur sostenendo di non voler "uccidere delle persone".
Già la mattina dopo, però, i toni erano cambiati: "La leadership iraniana è incredibilmente doppiogiochista", ha scritto su Truth Social, prima di evocare un'ultima possibilità per firmare "un buon documento", senza indicare alcuna scadenza. Ma nel frattempo lo Stretto resta chiuso alla libera navigazione. L'Iran rivendica il diritto di controllarlo, riscuotere tariffe di passaggio e imporre alle navi rotte vicine alle proprie coste. Le petroliere continuano a essere attaccate o costrette a tornare indietro, mentre gli Stati Uniti mantengono il blocco sul naviglio iraniano. I mercati hanno comunque scommesso sulla possibilità di una trattativa: il Brent ha perso il 5,69%, scendendo a 82,92 dollari al barile, mentre il WTI è arretrato del 5,97%, fino a 79,62 dollari. In aprile il Brent aveva superato i 126 dollari.
La crisi del cherosene colpisce le compagnie aeree
Nel 2026 il cherosene è stato scambiato in media a 152 dollari al barile, quasi il 70% in più rispetto ai 90 dollari del 2025. Dallo Stretto transitava il 42% delle importazioni marittime di carburante avio destinate all'Unione Europea e al Regno Unito. "La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha sottratto oltre il 20% della normale fornitura mondiale di carburante avio trasportata via mare", ha spiegato George Shaw, analista senior di Kpler. La International Air Transport Association prevede che la spesa delle compagnie per il carburante salga da 252 a 350 miliardi di dollari, quasi il 40% in più, mentre i profitti del settore dovrebbero dimezzarsi, passando da 45 a 23 miliardi.
Tra marzo e giugno sono stati così cancellati oltre 150.000 voli internazionali rispetto ai programmi precedenti alla guerra. Il 21 aprile Lufthansa ha annunciato il taglio di 20.000 collegamenti a corto raggio fino a ottobre, con l'obiettivo di risparmiare 40.000 tonnellate di carburante, mentre SAS ne aveva già cancellati mille nel solo mese di aprile. Il 2 maggio Spirit Airlines ha cessato le attività, diventando la prima grande compagnia americana a fallire in venticinque anni, dopo che la richiesta di un salvataggio federale da 500 milioni di dollari era rimasta senza esito.
"I prezzi del cherosene sono più che raddoppiati nelle ultime tre settimane", ha dichiarato Scott Kirby, amministratore delegato di United Airlines. I vettori statunitensi sono particolarmente esposti perché non ricorrono abitualmente a coperture sul carburante, mentre Lufthansa, IAG e Air France-KLM avevano già coperto tra il 77% e l'84% del proprio fabbisogno per il 2026.
Il guasto di Gatwick rivelatore di un sistema in difficoltà
Il 2 agosto l'aeroporto londinese di Gatwick ha segnalato alle compagnie una carenza di carburante destinata a durare almeno due giorni, chiedendo ai comandanti di imbarcarne quanto più possibile negli scali di partenza. "All'attenzione di tutti gli equipaggi: Gatwick ha una carenza di carburante per i prossimi due giorni", si leggeva in un memo. La causa era un guasto tecnico in uno dei principali depositi che riforniscono lo scalo e non aveva alcun legame diretto con Hormuz.
Un portavoce ha parlato di "un problema tecnico che riguarda la fornitura di carburante all'aeroporto", precisando che Gatwick stava collaborando con fornitori esterni per risolverlo. Al momento dell'avviso non risultavano voli cancellati, ma i collegamenti a lungo raggio restavano i più esposti, perché gli aerei impegnati in tratte superiori alle due ore e mezza devono comunque rifornirsi nello scalo londinese.
Tuttavia, questo episodio si inserisce in un contesto già complicato: nei primi dodici giorni di maggio la scarsità di cherosene aveva già fatto cancellare 296 partenze dagli aeroporti britannici, pari allo 0,75% del totale e a circa il 150% in più rispetto alle 120 registrate nei sei giorni precedenti, con Gatwick e Heathrow tra gli scali più colpiti. Un portavoce del governo britannico aveva escluso che le compagnie stessero affrontando una vera e propria penuria di carburante, ricordando che il cherosene viene acquistato in anticipo e che gli aeroporti mantengono scorte proprio per assorbire eventuali imprevisti. Il guasto ai depositi non sarà quindi stato causato direttamente dalla guerra, ma ha sicuramente colpito un sistema che la crisi di Hormuz aveva già reso molto più fragile, riducendo quasi a zero i margini di sicurezza.
