L’inflazione americana è scesa al 3,4% a luglio, dal 3,5% di giugno, mentre anche la componente core, che esclude le voci più volatili di alimentari ed energia, ha frenato la sua corsa, passando dal 2,6% al 2,5% su base annua. Il dato, diffuso oggi dal Dipartimento del Lavoro, arriva mentre la Federal Reserve sta valutando se alzare nuovamente i tassi di interesse nella prossima riunione di settembre.
Su base mensile, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,1%, dopo il calo dello 0,4% registrato a giugno. La componente core è salita dello 0,2% dopo essere rimasta invariata il mese precedente: si tratta di uno degli indicatori più seguiti dalla Federal Reserve per capire l’andamento dell’inflazione al netto degli shock temporanei.
A sostenere il rialzo mensile sono stati soprattutto i costi delle abitazioni, cresciuti dello 0,1% ma responsabili da soli di circa due terzi dell’aumento complessivo. L’energia ha invece contribuito a raffreddare i prezzi, con un calo dell’1,5% in un mese. La benzina è scesa di quasi il 3%, un arretramento che riflette soprattutto il crollo del greggio di giugno più che l’andamento di luglio: nel corso del mese il Brent è risalito da circa 71 dollari al barile a oltre 100 il 23 luglio.
Alla pompa, tuttavia, il carburante resta del 24,6% più caro rispetto a un anno fa. Secondo l’AAA, l’associazione degli automobilisti americani, il prezzo medio è passato dagli oltre 4,50 dollari al gallone di maggio a circa 4 dollari, contro i 3 dollari precedenti alla guerra con l’Iran.
Qualche sollievo è arrivato anche dalla spesa alimentare: l’indice complessivo è salito dello 0,1%, ma quello dei prodotti acquistati al supermercato è sceso dello 0,1%. Carne, pollame, pesce e uova sono diminuiti dello 0,7%, mentre frutta e verdura hanno perso lo 0,1%. Sono invece aumentati del 2,2% i biglietti aerei e dello 0,4% sia le spese sanitarie sia i prezzi delle auto usate.
I mercati scommettono su una Fed ferma a settembre
Dopo la pubblicazione dei dati, i futures sui tassi di interesse hanno portato a poco meno del 60% la probabilità che la Fed lasci invariato il costo del denaro nella prossima riunione del 15 e 16 settembre, in salita rispetto al 54% di poche ore prima. “Anche se prima della riunione di settembre uscirà un altro dato, credo che qui ci sia già abbastanza per togliere dal tavolo il rialzo di settembre”, ha detto Simona Mocuta, capo economista di State Street.
Le borse americane hanno reagito positivamente nelle prime contrattazioni. A ridurre le aspettative di una nuova stretta aveva, comunque, già contribuito il rapporto sul mercato del lavoro pubblicato venerdì, che ha certificato la perdita di 23.000 posti a luglio.
All‘ultima riunione tenutasi a fine luglio, 3 governatori delle banche regionali della Federal Reserve — Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas — avevano votato per un aumento dei tassi di un quarto di punto. Gli altri 9 membri del comitato avevano invece scelto di mantenere la forchetta al 3,5-3,75%.
Il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh ha comunque ridimensionato l’importanza di ogni singolo rapporto sull’inflazione, spiegando che il dato sorprendentemente debole di giugno aveva pesato poco sulla decisione di non intervenire. Se l’inflazione dovesse restare elevata, ha aggiunto, tassi più alti “potrebbero benissimo far parte della soluzione”.
Guerra, dazi e intelligenza artificiale restano i rischi principali
All’inizio dello scorso anno l’inflazione era scesa fino al 2,3%, per poi tornare a salire quando i dazi voluti dal presidente hanno cominciato a trasferirsi sui prezzi dei beni. Quest’anno il rincaro dell’energia provocato dalla guerra con l’Iran ha interrotto una nuova fase di rallentamento.
Ma a esercitare pressioni sui prezzi contribuisce anche il boom dell’intelligenza artificiale, che sta moltiplicando la domanda di infrastrutture di calcolo e facendo aumentare fortemente il costo dell’hardware (chip di memoria in particolare) e dei materiali necessari a costruire nuovi data center.
Intanto il conflitto con l’Iran, iniziato il 28 febbraio con gli attacchi aerei di Stati Uniti e Israele, è entrato dopo cinque mesi in una fase di stallo. Il controllo di fatto iraniano sullo Stretto di Hormuz ha finora vanificato i tentativi della Casa Bianca di arrivare a una conclusione della crisi favorevole agli Stati Uniti.
Il dato di luglio è il primo pubblicato dopo la ripresa dei combattimenti all’inizio del mese, ma non ne incorpora ancora pienamente gli effetti: nei prossimi mesi l’energia potrebbe quindi tornare a spingere l’inflazione verso l’alto.
Al netto delle oscillazioni dei combustibili, inoltre, la componente core rimane però più tenace di quanto la Fed vorrebbe. Per riportarla stabilmente verso l’obiettivo del 2% non basta una benzina meno cara: serve invece un rallentamento più ampio dei prezzi, dalle abitazioni ai trasporti fino ai servizi sanitari.
Molto dipenderà dalla capacità delle imprese di continuare a trasferire gli aumenti sui clienti e, quindi, dalla tenuta dei consumatori americani, rimasti finora solidi ma logorati da cinque anni di prezzi elevati e ora alle prese anche con un mercato del lavoro più debole del previsto. Un mix tossico che di sicuro non fa sperare bene ai repubblicani in vista delle prossime elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
