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Le ultime mosse di Trump puntano a costringere l'Ucraina alla resa
Joyce N. Boghosian, White House, 2025, Flickr, Opera del governo USA
Politica estera 5 min di lettura

Le ultime mosse di Trump puntano a costringere l'Ucraina alla resa

Diesel russo senza sanzioni, minacce sull'intelligence e attacchi a Zelensky: per Anne Applebaum il presidente si è schierato con Putin e gli alleati devono trarne le conseguenze.

Negli ultimi tre giorni il presidente Donald Trump ha abbandonato ogni finzione, ha cancellato un paio di decenni di politica americana verso la Russia e ha vanificato 18 mesi della sua stessa diplomazia. È la tesi di Anne Applebaum in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui le ultime decisioni della Casa Bianca sembrano un tentativo di costringere l'Ucraina alla resa.

Trump ha tolto le sanzioni sulle importazioni di diesel russo, violando secondo l'autrice la lettera e lo spirito di leggi che lui stesso aveva firmato. Ha minacciato di smettere di condividere con Kyiv le informazioni di intelligence se l'Ucraina non rinuncia a colpire le raffinerie russe: in questo modo chiede agli ucraini di abbandonare la loro arma più efficace senza chiedere nulla in cambio alla Russia. Non ha criticato gli attacchi russi contro centrali elettriche e fabbriche ucraine, nemmeno quelle di proprietà di aziende americane. Non ha nemmeno espresso cordoglio per i bambini ucraini uccisi di recente nei bombardamenti russi.

Applebaum accusa il presidente di aver mentito più volte. Trump ha annunciato che Russia e Ucraina avevano concordato una "tregua energetica", una notizia che ha sorpreso gli ucraini e che i russi hanno comunque violato subito, colpendo una centrale elettrica a Kharkiv poche ore dopo. Ha poi accusato l'Ucraina di bloccare i negoziati, mentre secondo Applebaum sono stati gli ucraini a proporre più volte un cessate il fuoco e la Russia non ha mai accettato né una tregua né una vera trattativa.

Il presidente ha anche definito Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino eletto democraticamente, un ostacolo ai negoziati e gli ha detto di lasciare l'incarico. Venerdì, prima di prendere queste decisioni, aveva avuto l'ennesima lunga telefonata, in toni amichevoli, con Vladimir Putin. Per Applebaum il dittatore russo potrebbe chiudere la guerra oggi stesso, ordinando ai suoi soldati di smettere di combattere. Gli ucraini non possono fare lo stesso: se si fermassero, il paese verrebbe conquistato e subirebbe la sorte dei territori occupati, dove secondo l'autrice i leader locali vengono uccisi, i bambini rapiti e il resto della popolazione represso e rinchiuso in campi di concentramento.

Il presidente ha lasciato intendere che l'obiettivo della nuova politica sia abbassare il prezzo del carburante per gli americani. Forse, scrive Applebaum, Trump vuole convincere gli elettori che la colpa dei prezzi alti sia dell'Ucraina e non della guerra in Iran, che lui stesso ha scelto di combattere. Per l'autrice però la spiegazione non regge: la quantità di carburante che la Russia potrebbe esportare è troppo piccola, l'effetto sui prezzi troppo modesto e manca troppo poco al voto perché questa narrazione possa cambiare l'esito delle elezioni.

Applebaum vede piuttosto un tentativo improvviso e disperato di forzare la resa dell'Ucraina e di salvare l'economia russa, forse per chiudere finalmente gli affari che i russi hanno discusso con i negoziatori americani e con altre persone vicine a Trump. Tra questi ci sono progetti sui gasdotti Nord Stream, sull'estrazione di minerali nell'Artico e sui beni russi congelati nelle banche europee.

Dall'inizio del secondo mandato di Trump, gli alleati in Europa e altrove hanno cercato di spiegare al presidente quanto sia importante la guerra e quanto la Russia minacci la pace e la prosperità in Europa, in Medio Oriente e in Africa. Secondo Applebaum hanno fallito e Trump ha seguito il suo istinto più antico e si è schierato con Putin. L'autrice indica quattro lezioni che gli alleati possono trarre da questa svolta.

La prima è che non ci si può più affidare agli Stati Uniti, diventati una potenza capricciosa e imprevedibile, capace di ribaltare da un giorno all'altro politiche estere consolidate. Washington sanziona la Russia da molti anni e ora, per volontà del presidente, ha smesso di farlo. Nella Washington di Trump, aggiunge Applebaum, i dittatori vengono trattati meglio dei leader eletti: il Canada è un partner energetico molto più affidabile della Russia, eppure il presidente non ha cercato di migliorare i rapporti con il governo canadese. La sicurezza europea sarebbe in pericolo in caso di crollo o di resa dell'Ucraina, ma Trump ascolta Mosca e non Berlino o Londra.

La seconda lezione è che questa amministrazione è in vendita. Pochi giorni fa il New York Times ha rivelato che, nell'ambito dei negoziati di pace tra Stati Uniti e Russia, le proprietà di Lukoil (una compagnia russa) potrebbero essere acquistate da un consorzio di cui fanno parte soci mediorientali dei due principali negoziatori americani sull'Ucraina, Jared Kushner e Steve Witkoff, oltre a Ivanka Trump, la figlia del presidente, e al figlio di Witkoff. Un funzionario dell'amministrazione ha confermato al New York Times che Kushner e Witkoff hanno partecipato alle discussioni su Lukoil, ma non ci sono prove che ne trarranno un vantaggio personale. Anche gli altri accordi proposti restano sul tavolo. Per Applebaum, anche se nessuno andasse in porto, il solo fatto che i negoziatori di Trump ne discutano convince il regime russo di poter continuare la guerra senza conseguenze.

La terza lezione è che le democrazie possono collaborare anche senza il presidente americano. Secondo Applebaum l'Ucraina continuerà a combattere, e probabilmente a colpire le raffinerie russe, grazie ai suoi alleati in Europa e altrove: l'intelligence francese, le armi tedesche e gli ampi pacchetti di aiuti di Scandinavia, Polonia e altri paesi. Negli ultimi due anni europei, canadesi e democrazie del Pacifico hanno rafforzato i legami commerciali e di sicurezza tra loro e con India e America Latina. Ora hanno un motivo in più per stringerli ancora.

La quarta è che il rapporto tra Trump e la Russia resta intenso, importante e molto strano. Secondo l'autrice, Trump finisce sempre per adottare il punto di vista di Mosca, chiunque sia al potere. Dal suo primo viaggio a Mosca nel 1987, quando esisteva ancora l'Unione Sovietica, ripete la propaganda russa. Al ritorno da quel viaggio comprò pagine intere di pubblicità su tre giornali per attaccare le alleanze americane in Europa e in Asia. In quasi quarant'anni ha cambiato idea sull'aborto e sulle criptovalute e ha sostenuto partiti diversi, ma l'avversione per gli alleati democratici degli Stati Uniti e la preferenza per la Russia sono rimaste costanti.

Su queste posizioni il presidente va contro i militari e l'intelligence americana, oltre che contro la maggioranza del paese e del Congresso. Subito dopo l'annuncio sul diesel e le parole su Zelensky, un gruppo di deputati e senatori dei due partiti ha attaccato l'accordo e ha promesso di annullarlo.

Nelle stesse ore il generale dell'Aeronautica Alexus Grynkewich, il militare americano di grado più alto in Europa e comandante supremo della NATO, incarico affidato sempre a un americano, ha mandato alla Russia un messaggio molto diverso. Parlando a una conferenza sulla sicurezza a Varsavia, ha detto che qualsiasi attacco contro la NATO verrebbe respinto con una forza schiacciante: "Fermeremo l'attacco e impediremo loro di raggiungere i loro obiettivi, quali che siano. In breve, faremo in modo che qualsiasi attacco, contro qualsiasi alleato, si riveli del tutto inutile". Il generale ha lasciato intendere che la risposta colpirebbe "tutto ciò che sostiene, alimenta e controlla" una forza aggressiva.

Per Applebaum è il tipo di linguaggio che, se arrivasse anche dalla Casa Bianca, potrebbe dissuadere la Russia dall'allargare la sua campagna di sabotaggi e attacchi informatici in Europa, dal continuare ad aiutare l'Iran o dal commettere crimini di guerra in Ucraina. Il presidente però si rifiuta di usarlo e, conclude l'autrice, a questo punto bisogna dare per scontato che non lo farà mai.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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