Le ultime truppe americane presenti in Iraq lasceranno il Paese entro il 30 settembre, secondo quanto riferito da alcuni funzionari all’Associated Press. Il primo ministro Ali al Zaidi ha definito la scadenza “fissa e definitiva” dopo l’incontro di mercoledì con l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, il comando militare statunitense per il Medio Oriente.
Washington non ha precisato quanti soldati siano ancora dispiegati nel Paese: negli ultimi anni il contingente era stato ridotto a circa 2.500 uomini. Le forze americane avevano già abbandonato lo scorso anno le basi situate nella maggior parte dell’Iraq, mantenendo una presenza soltanto nella regione semiautonoma del Kurdistan iracheno.
Da quando, il 28 febbraio, è cominciata la guerra che contrappone Stati Uniti e Israele all’Iran, le postazioni statunitensi nell’area sono state colpite ripetutamente. Il trasferimento di uomini e mezzi da Erbil è iniziato circa tre settimane fa, secondo alcuni funzionari curdi, e gli americani hanno già ritirato le batterie antimissile Patriot che proteggevano la zona.
L’allarme saudita per un attacco su due fronti
Il ritiro avviene mentre l’Arabia Saudita denuncia una minaccia crescente da parte dei gruppi armati filoiraniani. La scorsa settimana Riyadh ha avvertito di ritenere possibile un attacco coordinato su due fronti: da nord, attraverso le milizie irachene sostenute da Teheran, e da sud, per opera degli Houthi yemeniti.
I servizi di intelligence sauditi, americani e di altri Paesi della regione avrebbero individuato spostamenti di droni e missili compatibili con la preparazione di attacchi contro impianti energetici, porti e aeroporti. Il 29 luglio l’Arabia Saudita aveva già colpito, insieme al Centcom, alcuni gruppi filoiraniani in Iraq, accusandoli di avere condotto attacchi con droni contro infrastrutture petrolifere saudite.
Il giorno successivo, Riyadh e alcuni partner regionali avevano concluso che gli Houthi avessero attaccato il regno partendo dal territorio iracheno e agendo in coordinamento con gruppi armati locali. Secondo queste valutazioni, le operazioni si sarebbero svolte sotto la supervisione dei Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie iraniane. Baghdad ha annunciato l’apertura di un’indagine sulle accuse.
La difficile sfida del disarmo delle milizie
Il governo iracheno ha scelto il 30 settembre anche come termine entro il quale ricondurre tutte le fazioni armate sotto il controllo dello Stato. Secondo al Zaidi, la partenza delle truppe straniere farebbe infatti venir meno la principale giustificazione invocata da questi gruppi per conservare i propri arsenali.
Le fazioni più potenti legate a Teheran continuano però a opporsi al disarmo. Il comandante delle Forze Quds, Esmail Qaani, si sarebbe recato a Baghdad nel tentativo di raggiungere un compromesso che consenta alle milizie di mantenere almeno una parte delle armi.
I gruppi armati potrebbero cercare di mettere alla prova i propri avversari già prima del completamento del ritiro americano. Un aumento dei dispiegamenti, nuovi movimenti di droni e missili o messaggi riconducibili ai Pasdaran potrebbero indicare il tentativo di fissare nuove linee rosse proprio mentre Washington abbandona il Paese.
