Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
L’America al voto, tra il potere di Trump e il diritto di cambiare la storia
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Elezioni 8 min di lettura

L’America al voto, tra il potere di Trump e il diritto di cambiare la storia

Gli Stati Uniti tornano alle urne e in gioco non c'è soltanto il controllo del Congresso, ma la capacità del voto di cambiare gli equilibri del potere in un Paese che ha fatto della libertà la propria promessa e della sua conquista una battaglia mai conclusa.

Il 3 novembre 1980, alla vigilia delle elezioni presidenziali che lo avrebbero portato alla Casa Bianca, Ronald Reagan rivolse agli americani una domanda che sembrava racchiudere tutte le inquietudini di una nazione attraversata dalla crisi economica, dalla sfiducia nelle istituzioni e dalla sensazione di aver smarrito una parte della propria identità: «La storia ha ancora un posto per l'America, per il suo popolo, per i suoi grandi ideali?». Quarantasei anni dopo, esattamente nello stesso giorno, quella domanda torna ad accompagnare un altro appuntamento elettorale, diverso per natura e conseguenze, ma non meno importante per comprendere la direzione che gli Stati Uniti intendono prendere.

È il 3 novembre 2026 e gli americani votano per le elezioni di metà mandato, il primo grande test nazionale della seconda presidenza di Donald Trump. Si rinnova l'intera Camera dei Rappresentanti, si vota per 35 seggi del Senato, comprese due elezioni speciali, e in numerosi Stati si scelgono governatori e rappresentanti delle istituzioni locali. In palio c'è il controllo del Congresso e, con esso, la possibilità di modificare gli equilibri tra la Casa Bianca e il potere legislativo. Trump non compare sulle schede elettorali, ma il giudizio sulla sua presidenza attraversa inevitabilmente una competizione nella quale milioni di cittadini saranno chiamati a decidere quanto spazio politico concedere alla sua amministrazione nei prossimi due anni.

Mentre in Italia è già mattina, negli Stati Uniti la notte lascia progressivamente spazio all'alba. Sulla costa orientale si avvicina l'apertura dei seggi, mentre verso il Pacifico milioni di americani stanno ancora dormendo. È l'ultima notte degli indecisi, degli appelli dei candidati, dei volontari che hanno attraversato quartieri e comunità per convincere gli elettori, di chi ha già votato e di chi attende di farlo. È anche la notte di chi ha scelto di non partecipare, perché anche non votare può essere una scelta. Ma scegliere liberamente di non votare è un diritto, mentre non poter esercitare quella scelta rappresenta una delle contraddizioni più profonde di una nazione che ha costruito la propria identità politica attorno al principio della rappresentanza.

La storia del diritto di voto negli Stati Uniti, del resto, non è mai stata una storia lineare. Non può essere descritta come un progresso regolare e inesorabile verso la partecipazione universale di tutti i cittadini alla vita politica del Paese, quanto piuttosto come un percorso tortuoso, costellato di conquiste e arretramenti, di periodi di espansione e di tentativi di restringere l'accesso alle urne. È una vicenda che affonda le proprie radici nell'esperienza coloniale, quando la richiesta di rappresentanza politica divenne uno dei principi fondamentali della contestazione contro la madrepatria britannica, alla quale i coloni chiedevano di non essere sottoposti a imposizioni fiscali senza poter partecipare alle decisioni che li riguardavano. Quel «No taxation without representation» sarebbe diventato uno dei simboli della Rivoluzione americana, eppure la repubblica nata da quella rivoluzione avrebbe impiegato quasi due secoli per riconoscere, almeno sul piano legislativo, strumenti di tutela effettiva del diritto di voto contro la discriminazione razziale.

In mezzo ci sono stati l'abolizione della schiavitù, il Quindicesimo emendamento, il riconoscimento del suffragio femminile, le battaglie del movimento per i diritti civili e il Voting Rights Act del 1965, fino alla decisione della Corte Suprema in Shelby County v. Holder del 2013, che ha inciso profondamente su uno dei principali meccanismi federali di controllo delle modifiche alle regole elettorali negli Stati caratterizzati da una storia di discriminazione. È la storia di una democrazia che ha proclamato l'uguaglianza mentre ne escludeva milioni di persone dall'esercizio, che ha riconosciuto progressivamente nuovi diritti mentre continuava a discutere chi dovesse essere considerato pienamente parte della comunità politica, e che ancora oggi si confronta con controversie riguardanti l'identificazione degli elettori, la delimitazione dei collegi, l'accessibilità dei seggi e le modalità attraverso le quali ogni voto viene espresso e contato.

E poi c'è il 2000, una delle elezioni presidenziali più controverse della storia contemporanea americana, quando il risultato della Florida e il successivo intervento della Corte Suprema mostrarono quanto sottile potesse diventare il confine tra la volontà degli elettori e le procedure attraverso le quali quella volontà viene accertata. Nel suo dissenso in Bush v. Gore, il giudice John Paul Stevens osservò che forse non si sarebbe mai conosciuta con assoluta certezza l'identità del vincitore di quelle elezioni presidenziali. È una considerazione straordinaria, perché riconosce il ruolo dell'incertezza nella vita politica e ricorda che anche una democrazia dotata di istituzioni solide e di una lunga tradizione costituzionale può trovarsi di fronte a situazioni nelle quali la certezza del risultato e la legittimità delle procedure diventano oggetto di un confronto tanto giuridico quanto politico.

Da allora, e in realtà da molto prima, gli americani continuano a interrogarsi su cosa significhi votare. Cosa significhi esercitare un diritto che appare semplice nella sua manifestazione concreta, ma che racchiude una complessità straordinaria, soprattutto in un ordinamento costituzionale nel quale il potere viene distribuito tra istituzioni differenti e nel quale anche un cambiamento apparentemente minimo negli equilibri elettorali può determinare conseguenze enormi.

Da un lato, il voto è atomico, non può essere diviso. Dall'altro, in quella scelta indivisibile convergono almeno due forme di complessità: quella delle motivazioni del singolo individuo, delle sue convinzioni, delle sue aspettative e delle sue esperienze, e quella delle conseguenze prodotte dalla grammatica del voto e dal sistema elettorale, che trasforma milioni di decisioni individuali in una distribuzione collettiva del potere.

Il voto sembra comprimere queste due complessità, appiattirle in un'unica unità. Perché accade questo? Perché una democrazia affida a un gesto tanto semplice una responsabilità così grande? La ragione è che il voto è un'azione che deve poter essere contata, e per essere contata deve necessariamente tradurre la pluralità delle motivazioni umane in una scelta riconoscibile. Ma quella semplificazione non ne diminuisce il valore, perché votare significa agire, prendere posizione, contribuire a determinare il futuro della comunità alla quale si appartiene. Significa esercitare un potere che, per quanto limitato nella dimensione individuale, diventa decisivo quando incontra quello di milioni di altri cittadini.

È proprio questo il significato più profondo delle elezioni di oggi. Donald Trump non compare sulla scheda come candidato alla presidenza, ma la sua figura attraversa inevitabilmente l'intera competizione, perché i Repubblicani chiedono agli elettori di sostenere la direzione intrapresa dalla Casa Bianca, mentre i Democratici cercano di trasformare il voto in un'occasione per modificare gli equilibri del Congresso e rafforzare la propria capacità di opposizione. Sullo sfondo ci sono il costo della vita, l'immigrazione, le politiche commerciali, la sicurezza, i diritti individuali e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, questioni che si intrecciano con il giudizio sull'amministrazione e che finiscono per rendere queste midterm qualcosa di più di una semplice verifica del consenso presidenziale.

Le elezioni di metà mandato, del resto, possiedono una caratteristica che le distingue profondamente dalle presidenziali: non chiedono agli americani di scegliere direttamente chi debba occupare la Casa Bianca, ma possono determinare quanto spazio politico conserverà il presidente per realizzare il proprio programma e quanto potere avrà il Congresso per controllarlo, modificarne le iniziative o contrastarle. È qui che il sistema dei pesi e contrappesi torna a manifestare tutta la propria importanza, ricordando che la democrazia non consiste soltanto nell'attribuire il potere attraverso le elezioni, ma anche nel distribuirlo, limitarlo e renderne possibile il controllo. Perché un presidente può vincere un'elezione, ottenere un mandato e rivendicare la legittimità delle proprie scelte, ma non per questo può considerare il potere ricevuto come qualcosa di sottratto alle regole e agli equilibri dell'ordinamento costituzionale.

E tuttavia sarebbe un errore interpretare il voto di oggi esclusivamente come un referendum su Donald Trump. Milioni di americani entrano nei seggi portando con sé preoccupazioni che non coincidono necessariamente con quelle dei commentatori politici, delle grandi testate giornalistiche o degli osservatori europei. C'è chi vota pensando al prezzo della spesa, chi alla sicurezza del proprio quartiere, chi alla scuola dei figli, chi alle tasse, chi all'aborto, chi all'immigrazione e chi alla possibilità di conservare un lavoro. C'è chi considera Trump la risposta a problemi ignorati troppo a lungo e chi lo ritiene una minaccia per l'equilibrio delle istituzioni. E c'è anche chi non si riconosce pienamente in nessuna delle due grandi forze politiche, ma sa che il risultato di oggi contribuirà comunque a determinare il proprio futuro.

È questa pluralità a rendere il voto americano così difficile da ridurre a una sola interpretazione. Da lontano, soprattutto dall'Europa, siamo abituati a osservare gli Stati Uniti attraverso la contrapposizione tra due partiti, due leader e due visioni apparentemente inconciliabili della società. Ma l'America che vota è molto più vasta di quella che appare nei dibattiti televisivi. È fatta di piccole città e grandi metropoli, di comunità rurali e periferie industriali, di università e fabbriche, di generazioni che hanno conosciuto esperienze economiche e culturali profondamente differenti. Ogni voto porta con sé una storia che difficilmente trova spazio nelle analisi elettorali, eppure tutte quelle storie, sommate, finiscono per decidere la direzione politica di una delle nazioni più influenti del mondo.

Non è un caso che negli Stati Uniti il gesto del voto sia accompagnato da una ritualità così riconoscibile. Le file davanti ai seggi, gli adesivi con la scritta «I Voted», le fotografie condivise sui social, i volontari che accompagnano gli elettori e l'entusiasmo di chi partecipa per la prima volta sono espressioni di una cultura politica nella quale il momento elettorale conserva una forza simbolica straordinaria. Non perché la democrazia americana sia perfetta, e neppure perché tutti i cittadini abbiano le stesse possibilità di partecipazione, ma perché, nonostante le contraddizioni e le limitazioni, milioni di persone continuano a riconoscere in quel gesto la possibilità di incidere sulla vita collettiva.

Alexis de Tocqueville, osservando gli Stati Uniti nell'Ottocento, comprese quanto la partecipazione alla vita pubblica fosse essenziale per il funzionamento della democrazia americana. Non soltanto perché consentiva ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, ma perché contribuiva a costruire un senso di responsabilità verso la comunità, trasformando la politica da qualcosa che si subisce in qualcosa alla quale si prende parte. È una lezione che attraversa ancora oggi l'esperienza americana, anche in un'epoca nella quale la sfiducia nelle istituzioni, la polarizzazione e la frammentazione dell'informazione sembrano mettere continuamente alla prova quel legame.

E allora, mentre gli Stati Uniti votano, vale la pena tornare alla domanda che Reagan rivolse al Paese nel 1980. La storia ha ancora un posto per l'America? Forse la risposta non si trova soltanto nella forza della sua economia, nella capacità delle sue imprese di innovare o nell'influenza che Washington continua a esercitare sugli equilibri internazionali. Si trova anche nella possibilità che i cittadini conservano di intervenire sul corso degli eventi, di modificare gli equilibri del potere e di ricordare a chi governa che nessun mandato democratico può essere considerato indipendente dalla volontà di chi lo ha conferito.

Il risultato di queste midterm non è ancora scritto. Non sappiamo quale partito controllerà la Camera, quali equilibri emergeranno al Senato o quale messaggio politico gli elettori decideranno di inviare alla Casa Bianca. E forse è proprio questa incertezza a custodire uno degli aspetti più importanti della democrazia, perché un'elezione il cui risultato fosse già inevitabile, una competizione nella quale il voto non potesse cambiare nulla, perderebbe gran parte del proprio significato. L'incertezza, quando nasce da una competizione libera e autentica, non è un difetto del sistema democratico: è la prova che il futuro non appartiene ancora a nessuno.

Oggi milioni di cittadini esprimeranno una preferenza attraverso un gesto che dura pochi istanti, ma che racchiude generazioni di battaglie per il riconoscimento dei diritti politici, per l'uguaglianza davanti alla legge e per la possibilità di partecipare alle decisioni collettive. Un gesto semplice soltanto in apparenza, perché dietro ogni scheda esiste una storia personale e davanti a ogni scheda si apre una conseguenza pubblica.

Fra qualche ora conosceremo i primi risultati. Nei giorni successivi discuteremo di vincitori e sconfitti, di maggioranze e minoranze, delle strategie dei partiti e delle prospettive della presidenza Trump. Ma ci sarà una verità che nessuna mappa elettorale potrà raccontare interamente: la democrazia americana continuerà a dipendere dalla capacità dei cittadini di riconoscere nel voto non soltanto uno strumento per scegliere chi governa, ma anche un diritto attraverso il quale impedire che il potere smetta di rispondere a chi lo ha conferito.

Perché la storia non riserva un posto a una nazione per ciò che è stata, né per ciò che pretende di rappresentare. Quel posto deve essere conquistato continuamente, attraverso le scelte, le responsabilità e le libertà di chi ne fa parte.

E se oggi la storia ha ancora un posto per l'America, non sarà un presidente a deciderlo: saranno gli americani.

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Salvatore Stanizzi
Autore

Salvatore Stanizzi

Salvatore Stanizzi è giornalista pubblicista, pubblico impiegato e dottorando di ricerca. Visiting PhD Researcher alla London Business School e alumnus dell’Ambasciata USA, ha svolto esperienze presso Governo e AGCM, ricevendo un encomio.

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