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La Corea del Nord respinge la denuclearizzazione e definisce l’atomica lo "scudo definitivo"
U.S. Department of State, 2018, Flickr, Opera del governo USA
Politica estera 4 min di lettura

La Corea del Nord respinge la denuclearizzazione e definisce l’atomica lo "scudo definitivo"

Kim Yo Jong, sorella di Kim Jong Un, dice che lo status nucleare del paese è definitivo e irreversibile. Zelensky sostiene che Mosca ha chiesto a Pyongyang altri 30mila soldati per l’Ucraina.

Kim Yo Jong, sorella del leader nordcoreano Kim Jong Un e una delle figure più influenti del regime, ha respinto le richieste di rinunciare all'arsenale atomico e ha detto che "la deterrenza nucleare è lo scudo definitivo per la sovranità nazionale e la garanzia suprema per difendere la sovranità". La dichiarazione è stata diffusa lunedì dall'agenzia di stampa statale KCNA e usa il nome ufficiale del paese, Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Kim ha parlato per criticare la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri riuniti nel Forum regionale dell'ASEAN, il principale tavolo di sicurezza dei paesi del Sud-est asiatico. Ha aggiunto che lo status nucleare della Corea del Nord è "definitivo e irreversibile" e che "la capacità nucleare sarà aggiornata con costanza senza un momento di stagnazione".

La dichiarazione arriva pochi giorni dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostenuto che la Russia vuole altri 30mila soldati nordcoreani e nuovi lanciatori di missili balistici, senza indicare da dove venisse l'informazione. "Da giugno, nella regione russa di Voronezh, sono in corso i preparativi per accoglierli", ha detto Zelensky.

Funzionari americani e sudcoreani hanno detto che la Corea del Nord fornisce truppe e armi alla Russia per sostenere la guerra contro l'Ucraina. La settimana scorsa la ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son Hui ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin, che ha ringraziato Pyongyang per il suo sostegno.

Il 27 luglio la Corea del Nord celebra il "Giorno della vittoria", l'anniversario di quello che presenta come il suo trionfo nella guerra di Corea. Pochi fuori dal paese accettano questa versione, ma la data ricorda un fatto: quella guerra non è mai finita formalmente. L'accordo del 1953 era un armistizio e ha lasciato la penisola in uno stato di conflitto sospeso. A firmarlo furono l'Esercito popolare coreano, le forze cinesi e gli Stati Uniti in rappresentanza del Comando delle Nazioni Unite, mentre la Corea del Sud rifiutò.

La responsabilità dell'instabilità nella penisola non è di un solo paese. I test missilistici nordcoreani, l'arsenale in crescita e la retorica aggressiva hanno indebolito la sicurezza regionale. Anche i governi sudcoreani hanno alimentato le tensioni: l'ultimo è quello di Yoon, poi destituito, accusato di aver cercato di provocare un attacco di Pyongyang per giustificare la dichiarazione della legge marziale. La cooperazione militare sempre più stretta con la Russia ha poi rafforzato la tenuta militare ed economica del regime nordcoreano.

Secondo un'analisi pubblicata sul South China Morning Post, la strategia americana verso Pyongyang è sempre più staccata dalla realtà. Per decenni le amministrazioni statunitensi hanno tenuto una linea che mette la denuclearizzazione al primo posto: si aspettano cioè che la Corea del Nord smantelli buona parte del suo programma nucleare prima che possano partire la normalizzazione dei rapporti, l'allentamento delle sanzioni o un processo di pace più ampio. Il risultato è che oggi il paese ha una forza nucleare più sofisticata e più difficile da neutralizzare di prima.

Nel 2018 le stime attribuivano alla Corea del Nord tra le 10 e le 20 testate nucleari assemblate. Oggi la maggior parte delle valutazioni ne conta tra 50 e 60, con materiale fissile sufficiente ad arrivare fino a 90 in tutto. I sette anni di paralisi diplomatica hanno coinciso con la più grande espansione delle capacità nucleari nella storia del paese.

L'occasione mancata più evidente è stata il primo mandato del presidente Donald Trump. I vertici di Singapore del 2018 e di Hanoi del 2019 avvicinarono Washington e Pyongyang come non accadeva da decenni. Una denuclearizzazione completa era probabilmente irraggiungibile già allora, ma un accordo più limitato, che congelasse o frenasse lo sviluppo nucleare e missilistico in cambio di un alleggerimento graduale delle sanzioni, avrebbe potuto rallentare in modo misurabile la modernizzazione militare del paese. I colloqui si interruppero senza alcuna tabella di marcia.

Dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 la Corea del Nord ha rafforzato la cooperazione militare con Mosca e ha stabilizzato i rapporti con Pechino, guadagnando margine di manovra e togliendo agli Stati Uniti buona parte della pressione che potevano esercitare. Anche l'impianto delle sanzioni ha perso gran parte della sua efficacia, perché Cina e Russia non le applicano più in modo serio. Nel 2024 Mosca ha posto il veto al rinnovo del mandato del gruppo di esperti dell'ONU che vigilava sul rispetto delle sanzioni, indebolendo il controllo internazionale.

I rapporti tra le due Coree sono al punto più basso da decenni. La rete diplomatica che rese possibili i colloqui del 2018 e del 2019, con Corea del Sud, Singapore e Vietnam nel ruolo di mediatori, oggi non ha equivalenti.

Washington ha fatto capire che le forze americane di stanza in Corea del Sud potrebbero assumere gradualmente un ruolo regionale più ampio, che va oltre la deterrenza verso Pyongyang e comprende il contenimento della Cina. Allo stesso tempo chiede a Seul di pagare una quota maggiore della propria difesa. Per il governo sudcoreano il risultato è una doppia incertezza: un avversario più forte e un'alleanza che potrebbe non avere più la penisola come priorità esclusiva.

Il Giappone sta portando avanti il suo più grande riarmo dal 1945, con più spesa militare e l'acquisto di capacità di attacco a lungo raggio. In Corea del Sud il dibattito su un deterrente nucleare nazionale è diventato sempre meno marginale.

Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente ha detto più volte di voler riprendere il dialogo con Pyongyang e ha elogiato la sua amicizia personale con Kim Jong Un. La Corea del Nord respinge queste proposte informali finché gli Stati Uniti non riconosceranno il suo status di potenza nucleare e non lasceranno cadere la richiesta di denuclearizzazione.

Finché la denuclearizzazione resta il prezzo d'ingresso per trattare, Pyongyang ha pochi motivi per sedersi al tavolo e molti per legarsi ancora di più a Mosca e Pechino. L'alternativa suggerita è smettere di costruire la politica americana attorno all'eliminazione dell'arsenale nordcoreano e considerare una convivenza gestita come obiettivo di breve periodo, lasciando la penisola senza armi nucleari come aspirazione di lungo periodo. Seul ha già cominciato a muoversi in questa direzione con la sua politica di coesistenza pacifica.

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