Lo smantellamento di USAID, l'agenzia federale americana per gli aiuti allo sviluppo, ha ridotto l'attività economica nelle zone dell'Africa che li ricevevano e ha spinto milioni di persone verso l'emergenza alimentare. È la conclusione di uno studio diffuso a fine maggio da due economisti italiani, Marcella Nicolini dell'Università di Pavia e Fabio Sabatini della Sapienza di Roma, che hanno trattato la chiusura improvvisa dell'agenzia come un esperimento naturale, cioè un evento esterno e imprevisto, del tutto slegato dalle condizioni locali africane, che permette di misurare che cosa succede quando il più grande programma di aiuti bilaterali del mondo si ferma da un giorno all'altro.
Il 28 gennaio 2025, otto giorni dopo l'insediamento del presidente Trump, il Dipartimento di Stato ordinò lo stop immediato di tutte le attività finanziate da USAID, operativa dal 1961 e con un bilancio di circa 45 miliardi di dollari nell'ultimo anno fiscale, un terzo dei quali destinato all'Africa subsahariana. Nel giro di poche settimane il DOGE, il Dipartimento per l'efficienza governativa, annunciò la cancellazione di circa l'83 per cento dei programmi attivi, mentre il personale veniva messo in congedo e poi licenziato. L'ordine era retroattivo e non prevedeva alcuna chiusura ordinata: gli stipendi dei dipendenti locali rimasero non pagati, i carichi di cibo e medicine si fermarono nei porti, le cliniche rifornite da PEPFAR, il programma americano contro l'HIV, restarono senza antiretrovirali e i servizi di assistenza agli agricoltori furono interrotti a metà stagione.
Gli autori misurano l'attività economica con la luminosità notturna rilevata dai satelliti attorno a 1.374 località di progetto in 50 paesi africani: le luci viste dallo spazio sono un indicatore standard dell'economia locale dove i dati ufficiali sono scarsi. La fame viene invece misurata con la classificazione IPC, un'iniziativa congiunta di agenzie internazionali che divide le crisi alimentari in cinque fasi di gravità crescente, in cui la fase 3 indica la crisi e la fase 4 l'emergenza, disponibile per 388 aree subnazionali di 27 paesi. Il metodo confronta, dentro lo stesso paese, le zone più esposte ai fondi di USAID con quelle meno esposte, prima e dopo lo stop, tra gennaio 2017 e aprile 2026.
Dopo il gennaio 2025 la luminosità notturna è calata in modo netto entro dieci chilometri dai progetti, con l'effetto più forte nei primi 500 metri e nullo oltre i 25 chilometri, segno che il colpo è stato locale e legato proprio ai siti finanziati. Il calo è uno scalino improvviso alla data dello stop, non un rallentamento graduale: si sono fermati insieme stipendi, uffici, magazzini e distribuzioni. Attorno ai due maggiori centri operativi dell'agenzia il fenomeno si vede a occhio nudo: rispetto all'anno precedente la luminosità media è scesa del 25 per cento nell'area di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, dove i progetti avevano ricevuto 877 milioni di dollari tra il 2017 e il 2020. In quella di Lusaka, in Zambia, è scesa del 32 per cento. Tradotto in prodotto interno lordo, per le zone attorno a un progetto con esposizione media lo studio stima una perdita cumulata dell'1,8 per cento in quindici mesi, pari a circa 1,4 punti di crescita annua.
Nelle aree più esposte agli aiuti umanitari la quota di popolazione in emergenza alimentare è salita rispetto a quelle meno esposte: per un'area con esposizione media lo studio calcola 1,3 punti percentuali di popolazione in più in fase 4 e 2,1 punti in più in fase 3 o peggio a ogni rilevazione. Aggregando le 110 aree della rilevazione di settembre 2025, che copre circa 400 milioni di persone nell'Africa subsahariana, lo stop degli aiuti risulta responsabile di circa 1,6 milioni di persone in più in emergenza e 2,7 milioni in più in crisi alimentare o peggio. L'effetto è cresciuto nel tempo: nei primi mesi le scorte accumulate nei magazzini dei partner locali hanno attutito il colpo, poi si sono esaurite e il secondo semestre dopo lo shock è stato peggiore del primo. Per gli autori le stime sono un limite inferiore, sia perché l'effetto era ancora in corso alla fine del periodo osservato sia perché manca l'Etiopia, uno dei maggiori beneficiari, che non ha pubblicato analisi aggiornate.
Quasi tutto l'effetto sulla fame si concentra nei paesi con le istituzioni più deboli: dove le istituzioni democratiche sono più solide l'impatto stimato è circa un quattordicesimo, perché quegli stati riescono meglio ad assorbire lo shock e a compensarlo con risposte proprie. Colpisce inoltre le popolazioni già fragili: nelle aree che prima dello stop avevano una quota di persone in crisi alimentare sopra la mediana l'effetto è pieno, in quelle più sicure è nullo. Lo stop, scrivono gli autori, non spinge in emergenza chi stava relativamente bene: fa superare la soglia a chi era già al margine.
A guidare entrambi gli effetti è la componente umanitaria del portafoglio di USAID, cioè aiuti alimentari, trasferimenti di denaro e risposta alle emergenze, che valeva circa un terzo dei fondi; sul calo delle luci pesa anche il settore agricolo, con programmi come Feed the Future. Il settore sociale e sanitario, che con PEPFAR e gli altri programmi valeva più della metà delle erogazioni, non mostra invece effetti misurabili nei primi quindici mesi. Gli aiuti di Francia, Regno Unito, Germania e Cina non presentano nulla di simile nello stesso periodo: il segnale è specifico di USAID, non un generico peggioramento delle zone che ricevono aiuti. Un altro studio citato dagli autori ha documentato con gli stessi dati un aumento degli scontri armati nelle regioni storicamente più esposte all'agenzia.
Per gli autori la vicenda è "un esperimento naturale senza precedenti nella storia dell'assistenza bilaterale allo sviluppo": un programma attivo da più di sessant'anni, che versava diversi miliardi di dollari l'anno alla sola Africa, è stato chiuso in poche settimane per una decisione politica interna agli Stati Uniti, senza preavviso né transizione.
