Le fabbriche di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici nate con la legge sul clima di Joe Biden hanno spostato voti verso Kamala Harris alle presidenziali del 2024. Lo sostiene Leah C. Stokes in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, che si basa su un suo studio ancora in forma di working paper. Stokes ha partecipato alla battaglia politica per far approvare quella legge e ci ha scritto sopra un libro, quindi il pezzo è una tesi d'autore e non un resoconto neutrale.
L'Inflation Reduction Act non era soltanto una legge sul clima. Era anche una scommessa su una precisa teoria politica: approvare una norma che crea fabbriche e lavori ben pagati nelle comunità di tutto il paese e vedersi premiare dagli elettori, fino a rendere la legge troppo popolare per essere abrogata. Il pilastro di quella scommessa era un grande credito d'imposta per la produzione industriale di tecnologie pulite, che entro il giorno del voto aveva contribuito ad attrarre annunci di investimenti privati per 185 miliardi di dollari.
L'opinione prevalente oggi è che la scommessa sia fallita. Secondo questa lettura i miliardi sono finiti in territori lasciati indietro senza cambiare nulla e nel 2024 gli elettori hanno respinto i Democratici. Persino Lordstown, in Ohio, che grazie agli incentivi ha ottenuto una nuova fabbrica di batterie, si è spostata verso Donald Trump. Poi il presidente, tornato alla Casa Bianca con un Congresso repubblicano, ha smontato una parte della legge.
I primi studi sul tema non avevano trovato quasi nessun premio elettorale, ma avevano due limiti. Guardavano ai risultati per contea, unità che vanno da poche centinaia di abitanti a molti milioni di persone: una contea grande può contenere una decina di collegi della Camera e una fabbrica costruita in una contea come quella di Los Angeles (dieci milioni di abitanti) sparisce nella media. Mettevano inoltre insieme le fabbriche, che danno lavoro a una comunità, con altri investimenti come impianti di generazione, reti di trasmissione e sistemi di accumulo, che non erano mai stati presentati come un vantaggio elettorale.
Stokes e il collega Denis Lomov hanno individuato 234 collegi della Camera in cui negli anni di Biden sono state annunciate 523 fabbriche di tecnologie pulite e li hanno confrontati con collegi simili per composizione demografica ma senza fabbriche in arrivo. Nelle quattro elezioni presidenziali precedenti i due gruppi si erano mossi allo stesso modo, salendo e scendendo con le tendenze nazionali. Nel 2024 si sono separati.
La nuova industria delle tecnologie pulite ha portato a Harris circa 1,5 punti percentuali in più, pari a 2,5 milioni di voti nei 234 collegi. Trump ha vinto il voto popolare nazionale per 2,3 milioni di voti. L'effetto cresceva con la dimensione dell'investimento e non c'è stata nessuna reazione contraria, nemmeno nei collegi più conservatori.
In Michigan, dove ogni singolo collegio ha avuto almeno una fabbrica annunciata, lo scostamento stimato è più grande dell'intero margine con cui Trump ha vinto lo Stato. Senza quegli impianti, secondo le stime dei due autori, Harris avrebbe perso il Michigan con uno scarto tre volte più ampio. Il Michigan è uno dei tre Stati, insieme a Pennsylvania e Wisconsin, che Trump ha conquistato con meno di due punti di margine e che hanno deciso il collegio elettorale, il meccanismo per cui il presidente non viene eletto dal voto popolare nazionale ma dai grandi elettori assegnati Stato per Stato.
I politologi chiamano questo fenomeno policy feedback: una legge che porta una fabbrica di batterie in un collegio cambia la politica di quel territorio e dà al deputato che lo rappresenta un motivo per difenderla. Più del 70 per cento degli investimenti annunciati nella produzione di tecnologie pulite è andato in collegi vinti da Trump nel 2020. Nel marzo dell'anno scorso, mentre il Congresso si preparava a votare la grande legge fiscale voluta dal presidente, 21 deputati repubblicani hanno firmato una lettera contro l'abrogazione dei crediti d'imposta per l'energia pulita e il mese dopo li hanno seguiti quattro senatori. Le aziende del settore hanno fatto pressione dietro le quinte e diversi senatori hanno lavorato per togliere i tagli più duri prima che il testo passasse.
La legge fiscale di Trump ha cancellato i programmi di finanziamento a fondo perduto per le comunità svantaggiate e i crediti d'imposta per i consumatori, che davano uno sconto su pannelli solari da tetto, veicoli elettrici e pompe di calore. I crediti per la produzione industriale invece sono rimasti, proprio come prevedeva la teoria del policy feedback: delle 523 fabbriche censite dallo studio solo 37 erano state cancellate ad aprile, quando la ricerca è stata chiusa.
Per i crediti destinati alla costruzione di impianti solari ed eolici il Congresso ha accorciato la finestra temporale invece di eliminarli. Una scadenza vicina tende ad anticipare i progetti, non a fermarli. Nella prima metà di quest'anno gli sviluppatori hanno aperto i cantieri di corsa per rientrare nel limite di luglio, assicurandosi i finanziamenti per impianti che entreranno in funzione entro il 2030. La capacità solare americana dovrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni e anche le installazioni eoliche cresceranno molto quest'anno.
Restano in piedi anche i crediti per le batterie a uso commerciale. Con queste misure in vigore gli Stati Uniti sono avviati verso la più grande espansione di capacità di generazione elettrica della loro storia, per il 93 per cento da fonti pulite. Il motivo di fondo è che la legge ha reso l'energia pulita più economica: da quando è stata approvata il prezzo delle batterie è sceso di circa un terzo. Un credito d'imposta si può abrogare, un calo dei prezzi no. I dazi decisi dal presidente però alzano il costo dei componenti e fanno pagare agli americani più che al resto del mondo le stesse tecnologie.
Per decenni gli economisti hanno indicato nel prezzo del carbonio la soluzione migliore per ridurre le emissioni, ma nella pratica quella strada si è rivelata perdente sul piano politico. L'Australia ha approvato una tassa sulle emissioni e l'ha abrogata in due anni. Il tentativo francese ha contribuito a far esplodere le proteste dei gilet gialli e il governo ha fatto marcia indietro. Il primo ministro canadese, un ex banchiere centrale che quella soluzione l'aveva sostenuta, ha cancellato la tassa sui consumatori il primo giorno in carica. Gli elettori non gradiscono le politiche che rendono l'energia più cara e la legge americana ha retto meglio perché puntava a renderla più economica.
Le aziende hanno annunciato le nuove fabbriche pochi mesi dopo l'approvazione della legge e alcuni cantieri erano già aperti, così il giorno del voto gli elettori vedevano qualcosa muoversi vicino a casa. I finanziamenti a fondo perduto sono andati in modo diverso. Una banca verde da 20 miliardi di dollari creata dalla legge si è mossa così lentamente che i soldi erano ancora fermi sui conti quando Trump si è insediato e il presidente li ha potuti congelare. Una politica che non viene mai attuata non produce nessun effetto sul voto.
Niente di tutto questo significa che la legge sul clima abbia salvato i Democratici. Il partito ha perso nel 2024 come quasi tutte le forze al governo in quell'anno, travolto dall'ondata di inflazione globale che ha fatto cadere esecutivi in mezzo mondo, una sconfitta su cui i Democratici continuano a discutere. Le fabbriche, secondo l'analisi, hanno soltanto reso il risultato meno pesante di quanto sarebbe stato altrimenti.
Gli Stati Uniti restano lontani dagli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030 e sotto questa presidenza hanno perso altro terreno, anche per una serie di ordini esecutivi. La lezione che Stokes propone ai legislatori per la prossima legge sul clima è che gli elettori rispondono ai benefici che riescono a vedere con i propri occhi e che quei benefici devono arrivare prima dell'elezione successiva.
