I sondaggi che danno i democratici in netto vantaggio in diverse corse per il Senato potrebbero essere gonfiati dal periodo dell'anno in cui sono stati condotti. Negli ultimi quattro cicli elettorali, dal 2018 al 2024, la rilevazione media di fine agosto ha attribuito ai candidati democratici un margine migliore di circa 5 punti rispetto al risultato ottenuto poi alle urne, secondo i dati raccolti dal sondaggista Patrick Ruffini della società di ricerca Echelon Insights. Il giorno del voto la distorsione era invece molto più contenuta. Nate Silver, il più noto analista elettorale americano, ha dedicato a questo dato un'analisi sulla sua newsletter Silver Bulletin e sostiene che la storia sia più complicata di così.
Nell'agosto del 2018 il democratico Phil Bredesen era in vantaggio nelle medie dei sondaggi in Tennessee contro la repubblicana Marsha Blackburn: a settembre il vantaggio si è capovolto e Blackburn ha poi vinto con 11 punti di scarto. In South Carolina, nel 2020, il democratico Jaime Harrison era dato alla pari con il senatore repubblicano Lindsey Graham fino a settembre inoltrato e ha raccolto moltissime donazioni, salvo perdere di 10 punti.
Silver ritiene che quei numeri vadano letti con cautela. I dati arrivano da quattro sole tornate elettorali e i risultati all'interno di ogni ciclo sono fortemente correlati fra loro: se un sondaggio in South Carolina sovrastima il candidato democratico, quasi certamente lo fanno anche tutti gli altri. Le centinaia di rilevazioni che compongono la serie storica, secondo Silver, valgono quindi molto più come quattro osservazioni che come centinaia di casi indipendenti.
Due dei quattro cicli considerati sono elezioni presidenziali (il 2020 e il 2024), quando i sondaggi hanno sovrastimato i democratici quasi ovunque. Nelle ultime due elezioni di metà mandato, il 2018 e il 2022, le rilevazioni sono state invece accurate e prive di distorsioni sistematiche rispetto agli standard storici. Il modello di Silver, che si chiama FLIPR, dà per scontato che gli errori dei sondaggi siano correlati da uno Stato all'altro, tanto che un partito può vincere quasi tutte le corse in bilico come ha fatto Donald Trump nel 2024, ma assume anche che quegli errori possano avvantaggiare con la stessa probabilità i democratici o i repubblicani. È per questo che restano sul tavolo sia lo scenario in cui i democratici conquistano sei o sette seggi al Senato sia quello in cui non ne guadagnano nemmeno uno.
Un sondaggio di agosto fotografa un elettorato che ha visto pochissima pubblicità elettorale e ha ricevuto molte meno indicazioni di voto dai propri riferimenti politici rispetto a novembre. In Michigan le rilevazioni condotte durante e subito dopo una primaria democratica molto conflittuale davano Abdul El-Sayed in svantaggio sul repubblicano Mike Rogers, ma dopo la riappacificazione tra El-Sayed e i suoi avversari interni le ultime due rilevazioni lo danno in vantaggio, come il modello si aspettava.
Le versioni Classic e Deluxe di FLIPR partono dal presupposto che i sondaggi estivi possano essere distorti in modo prevedibile. Se la media delle rilevazioni in uno Stato dà i repubblicani avanti di 3 punti mentre i fondamentali (cioè le caratteristiche strutturali del collegio) indicano un vantaggio democratico di 7, il modello fa una media pesata delle due cose e può proiettare la corsa su un vantaggio democratico di un punto. Una previsione non è la fotografia di come andrebbe un'elezione tenuta oggi e per Silver il ritorno verso i fondamentali del collegio è esattamente quello che dovrebbe accadere, come è successo in Tennessee nel 2018.
Silver attribuisce il peso maggiore al quadro nazionale. FLIPR stima il clima politico attuale intorno a un vantaggio democratico di 7,5 punti, cioè quello che ci si aspetterebbe in un'elezione di metà mandato contro un presidente con il 38 per cento di consensi. La regressione sui dati storici indicherebbe addirittura 8,5 punti. Nel 2022 la situazione era diversa: i sondaggi dei singoli collegi erano molto favorevoli ai democratici mentre il quadro nazionale, con l'impopolarità di Joe Biden e la lunga tradizione di elezioni di metà mandato vinte dall'opposizione, suggeriva il contrario. Alla fine i due dati si sono incontrati a metà strada. Quest'anno, secondo Silver, quella distanza non c'è e i diversi indicatori sono già allineati.
Una parte della distorsione storica a favore dei democratici dipende da chi viene intervistato. In estate la maggioranza dei sondaggi è condotta tra gli elettori registrati alle liste o perfino tra tutti gli adulti, mentre a novembre prevalgono quelli sugli elettori probabili, che tengono conto di chi andrà davvero alle urne. Il vantaggio di partecipazione di cui godevano tradizionalmente i repubblicani si è però eroso e potrebbe essersi rovesciato, perché l'elettorato democratico è ormai centrato sui laureati, che alle elezioni di metà mandato votano più degli altri. Nei sondaggi di quest'anno che pubblicano entrambe le versioni, i democratici di solito guadagnano terreno in quella sugli elettori probabili.
Gli spostamenti del clima nazionale tra l'estate e l'autunno sono diventati più rari negli ultimi anni e Silver si dice sempre più scettico sulla possibilità che il quadro cambi molto entro novembre. Una delle modifiche introdotte quest'anno in FLIPR è proprio l'ipotesi di oscillazioni più contenute quando la polarizzazione è alta, perché gli elettori si schierano prima e i veri indecisi sono pochi. Se i sondaggi sovrastimeranno ancora una volta i democratici, secondo Silver sarà perché li hanno sovrastimati fin dall'inizio, non perché qualcosa è cambiato tra agosto e novembre.
L'estate resta comunque la stagione delle rilevazioni meno affidabili. Le campagne diffondono i propri sondaggi interni per attirare attenzione e raccogliere fondi, per esempio un democratico che si mostra indietro di soli 3 punti in un collegio dove i repubblicani vincono di 20. In autunno i sondaggisti sono più restii a pubblicare risultati anomali e tendono ad allineare le proprie stime a quelle degli altri, un fenomeno che in inglese si chiama herding. Anche la scelta delle corse da sondare non è casuale: dove il risultato è scontato i sondaggisti non sprecano risorse, mentre una corsa potenzialmente sorprendente come quella della South Carolina nel 2020 attira moltissime rilevazioni. Per questo Silver considera più solida la domanda generica su quale partito si voterebbe per il Congresso, che vale allo stesso modo per tutti gli Stati.
Un'ipotesi che Silver attribuisce all'analista Lakshya Jain riguarda la pubblicità elettorale. Se i democratici concentrano la spesa in estate per orientare il racconto dei media e lasciano che i repubblicani recuperino in autunno, un vantaggio di 5 a 1 sugli spot destinato a ridursi a 4 a 3 può gonfiare i sondaggi di agosto. L'effetto, a giudizio di Silver, resta comunque modesto, perché ritiene sopravvalutato il peso della pubblicità e della spesa elettorale in generale.
In Alaska il sistema di voto è il più complicato del paese: la primaria di agosto è unica per tutti i partiti e seleziona i quattro candidati più votati, che a novembre si affrontano con il ranked choice voting, il meccanismo in cui l'elettore ordina i nomi in base alle preferenze e i voti di chi viene eliminato passano al candidato indicato subito dopo. Alla primaria di martedì la democratica Mary Peltola ha ottenuto il 48 per cento dei voti con l'80 per cento delle schede scrutinate e il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan il 43. I due si sono qualificati per una sfida che FLIPR considera in perfetto equilibrio, insieme a un omonimo, Daniel J. Sullivan Jr., che i repubblicani hanno accusato di volere confondere gli elettori.
Nella corsa a governatore dell'Alaska i democratici Jonathan Kreiss-Tomkins e Tom Begich chiuderanno ai primi due posti con circa il 20 per cento dei voti ciascuno, ma sommando tutti i candidati i repubblicani hanno il 51 per cento contro il 42 dei democratici, quindi il primato vale meno di quanto sembri. Nei conteggi successivi del voto a preferenze ordinate le seconde scelte non restano tutte dentro lo stesso partito: molti elettori non indicano abbastanza nomi sulla scheda e una parte dei voti finisce a candidati di altri schieramenti. FLIPR ritiene che ai democratici sarebbe convenuto avere un solo candidato nettamente in testa e ora considera la corsa un testa a testa, con una leggera inclinazione a favore dei repubblicani.
In Florida la deputata statale Angie Nixon, iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana, ha vinto la primaria democratica per il Senato con 12 punti di vantaggio su Alexander Vindman, ex direttore per gli affari europei del Consiglio per la sicurezza nazionale, l'organo della Casa Bianca che coordina la politica estera. Nixon ha raccolto meno di un milione di dollari contro i più di 16 milioni di Vindman ed è leggermente più indietro nei sondaggi contro la repubblicana Ashley Moody. Per Silver anche Vindman, senza legami di lunga data con lo Stato né esperienza di cariche elettive, sarebbe stato un candidato debole, ma Nixon lo è ancora di più e la Florida difficilmente è lo Stato giusto per misurare la presa del socialismo democratico.
Le probabilità democratiche in Florida, nella versione Deluxe della previsione, sono scese dal 21 per cento con Vindman all'11 per cento con Nixon, anche se Silver ammette che il modello attribuiva forse troppo credito alla raccolta fondi di Vindman, che teneva in piedi un quadro per il resto sfavorevole. Nessuno dei due partiti considererà la corsa competitiva, in quello che era stato per anni il più conteso degli Stati americani e che i democratici hanno di fatto abbandonato. Secondo FLIPR perfino il Kansas è oggi un obiettivo più realistico per il partito.
