Il modello di Focus America per le elezioni di metà mandato del novembre 2026
Vi presentiamo il nostro nuovo modello che stima seggio per seggio chi vincerà a novembre. Oggi dà i democratici avanti di 5,2 punti nel voto nazionale, il che significa che sono favoriti alla Camera dei Rappresentanti e testa a testa al Senato.
Abbiamo costruito un nostro modello statistico per provare a rispondere a una domanda semplice: chi vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026? Le elezioni di metà mandato, in inglese midterm, si svolgono dopo due anni da ogni elezione presidenziale. Servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato.
Si tratta del primo grande test elettorale per il presidente in carica, che oggi è il repubblicano Donald Trump, e stabiliscono chi controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il loro risultato è decisivo: da esso dipenderà infatti se il presidente potrà contare ancora su una maggioranza favorevole per approvare le sue leggi o se sarà costretto a trattare con l’opposizione per la parte finale del suo mandato.
Il nostro modello di previsione combina 3 elementi: i sondaggi nazionali e locali, i “fondamentali”, cioè le caratteristiche strutturali di ogni Stato e di ogni collegio che possono influenzare il voto al di là delle rilevazioni, e alcuni andamenti storici ricavati dai cicli elettorali precedenti. Il risultato è stato consentirci di fare una previsione seggio per seggio per entrambe le camere, che viene aggiornata più volte al giorno. Con una premessa importante: un partito indicato come favorito non è un partito certo della vittoria. Il modello ragiona in termini di probabilità e margini, non di verdetti definitivi.
Il modello completo, con la mappatura di tutti i seggi, le previsioni Stato per Stato e i numeri aggiornati in tempo reale, è disponibile qui:

Cosa ci dice il modello oggi
Il punto di partenza è il generic ballot, cioè la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli elettori se, alle elezioni per il Congresso, voterebbero genericamente per il candidato democratico o per quello repubblicano. Oggi i democratici sono al 47,2% e i repubblicani al 42,0%, con un vantaggio democratico di 5,2 punti e un margine di incertezza compreso tra 3,7 e 6,5 punti. Questa è la fotografia dell’umore nazionale: il dato da cui parte tutto il resto.
Alla Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi e la maggioranza si raggiunge a quota 218, il modello indica al momento i democratici come favoriti. La proiezione, che include anche l’assegnazione dei cosiddetti seggi in bilico, attribuisce loro 224 seggi contro i 211 dei repubblicani. Ma anche considerando soltanto i seggi già assegnati a un partito, e lasciando quindi fuori quelli ancora incerti, i democratici arrivano già a 218, esattamente la soglia della maggioranza, contro i 198 dei repubblicani. Restano 19 seggi in bilico.
Al Senato il quadro è invece di sostanziale parità. La maggioranza si raggiunge a quota 51 seggi su 100, ma con un’avvertenza: se l’aula dovesse dividersi 50 a 50, il voto decisivo ("tie breaker" in linguaggio politico americano) spetterebbe al vicepresidente, che per Costituzione presiede il Senato, oggi il repubblicano JD Vance. Per questo ai democratici servono 51 seggi per ottenere la maggioranza, mentre ai repubblicani ne bastano 50. La nostra proiezione assegna esattamente 51 seggi ai democratici e 49 ai repubblicani, ma con soli 4 seggi in bilico il controllo dell’aula resta appeso a poche migliaia di voti. Per questo il modello classifica la sfida come un sostanziale testa a testa.

Se alla Camera dei Rappresentanti ogni due anni vengono rinnovati tutti i 435 seggi, rimettendo interamente in gioco la maggioranza, al Senato il meccanismo è diverso: i senatori restano, infatti, in carica sei anni e solo un terzo dell'aula viene rinnovato a ogni ciclo elettorale. Questo significa che a novembre 2026 saranno in palio 35 seggi, mentre gli altri 65 non saranno sottoposti al voto e resteranno in mano ai senatori attualmente in carica fino ai cicli successivi. I democratici partono quindi da 34 seggi e, per arrivare a quota 51, devono conquistarne 17 dei 35 in palio. È un margine strettissimo, che spiega perché lo spostamento di pochi Stati possa bastare a cambiare il controllo dell'aula.
Le migliori occasioni per strappare un seggio ai repubblicani sono concentrate in 4 Stati. La più promettente è la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 5,7 punti in una sfida per un seggio aperto, cioè senza un senatore uscente candidato alla rielezione. Seguono 3 Stati considerati in bilico dal nostro modello: il Maine, dove il democratico Graham Platner sfida la repubblicana uscente Susan Collins; l'Ohio, dove l'ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare al Senato contro l'attuale senatore Jon Husted; e il Texas, dove il candidato democratico James Talarico corre per un seggio aperto contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, che alle primarie ha battuto il senatore uscente John Cornyn.
Secondo il nostro modello, i 4 seggi più decisivi per il controllo del Senato sono quelli in gioco in Maine, Ohio, Texas e Alaska. In Maine i democratici sono attualmente avanti di 2,8 punti, in Ohio di 1,5 e in Texas di 1,1. L'Alaska è l'unico tra gli Stati più contendibili in cui risultano ancora in vantaggio i repubblicani, ma con un margine di appena 0,7 punti. Il modello considera un seggio in bilico quando la distanza tra i due candidati è inferiore a 3 punti, una soglia compatibile con il margine d'errore tipico di un sondaggio.
Come si costruisce la media nazionale
Nella media del generic ballot ogni rilevazione entra con un peso diverso, perché non tutti i sondaggi hanno la stessa affidabilità. Nel nostro modello contano quindi di più quelli realizzati da istituti con una storia di previsioni accurate, secondo la classifica di qualità che usiamo come riferimento. Ma pesano di più anche i sondaggi condotti sugli elettori probabili rispetto a quelli sugli elettori registrati o sugli adulti in generale, perché stimare il comportamento di chi andrà davvero a votare è più significativo che misurare soltanto chi avrebbe diritto a farlo. I sondaggi commissionati da un partito, invece, hanno un peso minore e vengono corretti spostando il risultato di un punto e mezzo nella direzione opposta allo sponsor.
Un secondo correttivo riguarda le inclinazioni sistematiche dei singoli istituti di sondaggi. Alcuni sondaggisti tendono infatti a produrre, in modo abbastanza costante nel tempo, risultati leggermente più favorevoli ai democratici, altri ai repubblicani. Il modello misura questa inclinazione, chiamata in gergo house effect, e la sottrae prima di includere il loro dato nella media, così da rendere gli istituti più comparabili tra loro. È previsto anche un tetto al peso degli istituti che pubblicano molti sondaggi in rapida successione, per evitare che un singolo istituto di sondaggio particolarmente prolifico finisca per dominare la media.
Tutti questi sondaggi, ciascuno con il proprio peso, vengono poi trasformati da una nuvola di punti in una linea continua. Lo strumento che usiamo si chiama filtro di Kalman e funziona come segue: invece di inseguire ogni singola rilevazione, il nostro modello stima un livello “reale” dell'andamento della sfida, che si muove gradualmente giorno dopo giorno, e considera ogni sondaggio come una misura imperfetta di quel livello. Nei giorni senza nuove rilevazioni la linea resta sostanzialmente stabile, ma l’incertezza aumenta: per questo la banda intorno alla stima si allarga quando i dati sono più scarsi. È da qui che nasce il dato di oggi: democratici avanti di 5,2 punti, ma con un intervallo di confidenza compreso tra 3,7 e 6,5 punti.
Questa media fotografa la situazione a oggi e non include ancora alcuna correzione storica. Le due correzioni successive non modificano invece il numero mostrato in pagina, ma servono a trasformare l’umore nazionale in una previsione di seggi. Per stimare chi vincerà a novembre, infatti, il margine grezzo dei sondaggi non basta.

La prima correzione che effettuiamo per affinare il calcolo dei seggi riguarda una distorsione nota del generic ballot, che storicamente tende a sovrastimare i democratici rispetto al risultato effettivo alla Camera dei Rappresentanti. Nel 2022, per esempio, la media dei sondaggi indicava i democratici avanti di 1,5 punti, ma alle urne i repubblicani vinsero il voto nazionale di 2,8 punti. Per questo, prima di alimentare i modelli sui singoli seggi, abbiamo scelto di correggere il dato riducendo leggermente il margine di vantaggio democratico stimato dai sondaggi.
La seconda correzione tiene invece conto di come tendono a evolvere i sondaggi sulle midterm man mano che ci si avvicina al voto. Le rilevazioni fotografano la situazione attuale, ma l’elezione si terrà solo a novembre. Osservando i cicli elettorali dal 1994 al 2024 emerge un andamento piuttosto chiaro: il partito del presidente in carica tende a perdere terreno con l’avvicinarsi delle urne. È il cosiddetto il cosiddetto effetto di rigetto contro il partito al potere: nelle elezioni di metà mandato, infatti, gli elettori tendono spesso a usare il voto come un referendum sul presidente in carica. A pochi mesi dal voto, questo effetto vale in media poco più di 2 punti e si esaurisce il giorno dell’elezione.
Poiché oggi il presidente è un repubblicano, la seconda correzione sposta il clima nazionale verso i democratici, cioè nella direzione opposta rispetto alla prima correzione. In sintesi, il “clima politico nazionale” che entra nella parte del modello che usiamo per stimare i seggi nasce dalla somma di 3 distinti elementi: il margine dei sondaggi attuali, meno la distorsione storica del generic ballot, più l'effetto di rigetto atteso a favore dell’opposizione con l’avvicinarsi delle midterm.
I modelli del Senato e della Camera
Per il Senato, il modello stima il risultato in ciascuno Stato chiamato al voto partendo dai fondamentali: cioè dagli elementi che permettono di valutare la sfida elettorale prima ancora di considerare i sondaggi locali. I fondamentali combinano 4 elementi: il clima politico nazionale calcolato come descritto in precedenza; l’orientamento dello Stato alle ultime elezioni presidenziali, misurato rispetto alla media nazionale, con il risultato del 2024 che pesa più di quello del 2020; il risultato dell’ultima elezione al Senato per quello stesso seggio; e il vantaggio di chi è già in carica e si candida per la rielezione.
Nel nostro modello, un senatore uscente che si ricandida parte con un vantaggio stimato di circa 4 punti. Questo beneficio viene però ridotto in alcuni casi: per esempio quando il senatore non è stato eletto direttamente dagli elettori, ma nominato per occupare un seggio rimasto vacante dopo la morte o le dimissioni del predecessore.
Su questa base di partenza, il modello innesta poi i sondaggi dei singoli Stati, smussati nel tempo con lo stesso metodo usato per la media nazionale. Questo significa sostanzialmente che dove una sfida è molto sondata, come in Ohio o in Texas, pesano soprattutto le recenti rilevazioni locali, mentre dove dove invece i sondaggi sono pochi o assenti, resta centrale la stima basata sui fondamentali.
Per il Senato abbiamo scelto, in generale, di dare maggiore peso ai sondaggi. In alcuni degli Stati più contesi, infatti, i fondamentali da soli tenderebbero a spostare la stima troppo verso i repubblicani, mentre le rilevazioni locali più recenti indicano spesso una dinamica diversa. In questi casi preferiamo quindi dare più fiducia ai dati raccolti sul campo. Solo in pochi Stati, quando i fondamentali non riescono a descrivere pienamente la natura della sfida, applichiamo correzioni esplicite e dichiarate. È il caso, per esempio, della North Carolina e del Maine.

Alla Camera dei Rappresentanti il meccanismo è diverso, perché i collegi da stimare sono 435 e, a differenza del Senato, quasi nessuno dispone di sondaggi propri. Il nostro modello parte quindi dal risultato di ogni collegio nel 2024, ricalcolato però sui nuovi confini dei distretti in vigore nel 2026. Negli Stati Uniti le mappe dei collegi elettorali vengono ridisegnate periodicamente, una pratica che i due partiti usano spesso per costruire distretti a loro più favorevoli, il cosiddetto gerrymandering.
Poiché negli ultimi anni diversi Stati hanno ridisegnato i propri collegi, abbiamo prima ricostruito quale sarebbe stato il risultato del voto del 2024 con le mappe elettorali previste per il 2026. Per farlo siamo partiti dai risultati registrati nelle singole sezioni che compongono ciascun distretto. In questo modo, l’effetto del ridisegno dei collegi è stato già incorporato nella base di partenza del modello.
Su questa base il modello aggiunge lo spostamento nazionale, cioè quanto è cambiato il clima politico nazionale rispetto al 2024, quando i repubblicani vinsero il voto per la Camera con un margine di 2,6 punti. Questo spostamento, però, non viene applicato ovunque nello stesso modo. Ogni collegio, infatti, reagisce in maniera diversa ai cambiamenti dell'opinione pubblica nazionale: alcuni distretti si muovono molto quando cambia il clima politico, altri restano quasi fermi perché hanno un elettorato più stabile. Questo meccanismo si chiama elasticità. Nel modello viene calcolato collegio per collegio, applicando allo spostamento nazionale un moltiplicatore diverso per ciascun distretto.

A questi elementi si aggiunge il vantaggio del candidato uscente che si ricandida, stimato per la Camera in circa 2 punti. Il modello incorpora poi i pochi sondaggi locali disponibili e soprattutto anche un cosiddetto effetto di propagazione: le informazioni raccolte su un collegio influenzano, seppure in misura molto ridotta, anche la stima di altri distretti simili per area geografica, orientamento politico e profilo demografico, come livello di istruzione o grado di urbanizzazione.
Il peso dei fondamentali e quello dei sondaggi cambiano con l’avvicinarsi del voto. Quando l’elezione è ancora lontana, le rilevazioni sono storicamente meno affidabili nel prevedere il risultato finale: per questo il modello attribuisce maggiore importanza ai fondamentali. Man mano che ci si avvicina a novembre, però, i sondaggi diventano più indicativi e il loro peso aumenta progressivamente, mentre quello dei fondamentali si riduce. Alla Camera, in un collegio tipo, i fondamentali pesano oggi circa la metà della stima, ma arrivano al giorno del voto con un peso intorno al 10%. Al Senato, come detto, questo meccanismo è nei fatti disattivato: dove ci sono sondaggi locali, sono soprattutto quelli a guidare la previsione.

Un modello che si aggiorna ogni giorno
Il nostro modello è deterministico: a parità di dati in ingresso, produce sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali nella fase finale. Ogni volta che un nuovo sondaggio viene inserito nella base dati, il modello ricalcola tutte le stime. L’aggiornamento avviene più volte al giorno e continuerà fino al 3 novembre. I numeri mostrati oggi in questa pagina sono quindi una fotografia aggiornata al 20 giugno 2026, a 136 giorni dal voto. Cambieranno inevitabilmente con l’arrivo di nuove rilevazioni, con la definizione delle candidature e con l’evoluzione del clima politico nazionale.
Per il Senato, dove il controllo dell’aula si decide in pochi Stati, il modello compie un passaggio ulteriore: simula diecimila volte l’esito complessivo. Le simulazioni tengono conto di due tipi di errore. Il primo è un errore comune a tutte le sfide: i sondaggi, infatti, possono sbagliare nella stessa direzione in più Stati. Il secondo è un errore specifico per ciascuno Stato, legato alle caratteristiche della singola corsa.
In questo modo il modello non si limita a contare i seggi in cui ciascun partito è favorito, ma misura anche l’incertezza della previsione. È una distinzione essenziale: sapere chi è avanti non basta, bisogna capire quanto quel vantaggio sia solido. Per questo consideriamo giusto e trasparente indicare non solo quale partito ha più probabilità di conquistare la maggioranza, ma anche quanto riteniamo che quella previsione sia affidabile.
