Lunedì 14 settembre il rendimento dei titoli di Stato americani a 10 anni ha toccato il 5%, una soglia raggiunta solo brevemente nel 2023 e, prima di allora, mai più vista dalla Grande Recessione del 2007. Durante la seduta il decennale è salito fino al 5,01%, il massimo dall'ottobre 2023, prima di ripiegare intorno al 4,96% con il ritorno degli acquirenti. Sopra il 5,02% avrebbe raggiunto il livello più alto dal luglio 2007. Il rendimento del decennale è uno dei principali riferimenti per il costo del credito nell'economia americana: quando sale, tende a spingere verso l'alto anche i tassi su mutui, prestiti per l'acquisto di auto e altri finanziamenti. Per alcuni analisti, il 5% è anche la soglia oltre la quale potrebbe iniziare a sgonfiarsi la bolla dell'intelligenza artificiale che ha trainato Wall Street.
I rendimenti aumentano quando i prezzi dei titoli scendono e nel 2026 le vendite di obbligazioni hanno riportato il decennale verso livelli che non si vedevano da quasi vent'anni. L'anno era iniziato con un rendimento del 4,15%, poi sceso sotto il 4% a febbraio. Dopo l'inizio della guerra con l'Iran la tendenza si è invertita: a maggio il rendimento era al 4,5% e lunedì ha toccato il 5%. Cinque anni fa era intorno all'1,3%. Il rialzo è proseguito nonostante i tentativi del Segretario al Tesoro Scott Bessent di rassicurare il mercato. Ad agosto il suo Dipartimento ha raddoppiato i riacquisti di titoli a lunga scadenza e successivamente li ha aumentati ancora, ma l'effetto sui rendimenti è stato solo di breve durata.
La pressione sui titoli di Stato non riguarda soltanto gli Stati Uniti, anche se il mercato dei Treasury, che vale quasi 32.000 miliardi di dollari, resta al centro del movimento. Gli investitori devono fare i conti con l'impennata dei prezzi dell'energia, l'attesa di nuovi rialzi dei tassi da parte delle banche centrali, l'incertezza legata alla guerra e una spesa pubblica elevata mentre il debito continua a crescere. Anche in Germania, Francia e Regno Unito i rendimenti a 10 anni sono ai massimi da oltre un decennio e la settimana scorsa la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi per la seconda volta quest'anno, portando quello sui depositi al 2,5%.
Per diversi analisti il rialzo globale dei tassi non è sorprendente e potrebbe segnare la fine definitiva dell'era dei tassi ultrabassi iniziata dopo la crisi finanziaria del 2008, con un ritorno a livelli più vicini a quelli dei decenni precedenti. Luis Alvarado, co-responsabile della strategia sul reddito fisso globale del Wells Fargo Investment Institute, ha detto alla CNN di ripetere ai clienti che questa fase potrebbe durare a lungo: "Questi fattori sono destinati a restare".
Mutui più cari, ma Wall Street regge per ora
L'effetto più immediato si vede sul mercato immobiliare, perché i tassi sui mutui seguono da vicino l'andamento del decennale. Secondo Freddie Mac, società sponsorizzata dal governo federale che acquista mutui sul mercato secondario, la settimana scorsa il tasso medio su un mutuo trentennale a tasso fisso è salito al 6,76%, dal 6,15% di inizio anno.
Rendimenti più elevati pesano anche sulla Borsa: aumentano il tasso con cui gli analisti attualizzano gli utili futuri delle aziende e rendono i titoli di Stato, considerati più sicuri, un'alternativa più attraente alle azioni. Finora, però, l'S&P 500 resta in rialzo di oltre il 10% dall'inizio dell'anno, sostenuto da utili aziendali ancora molto solidi. La situazione era stata diversa nell'aprile 2025, quando i dazi di Donald Trump avevano fatto impennare il rendimento del decennale, indebolito il dollaro e fatto crollare i titoli azionari.
"Anche se non siamo convinti che il 5% sia quel numero magico, rendimenti più alti dei titoli del Tesoro porrebbero certamente un rischio per la sostenibilità dei conti pubblici americani e finirebbero a tendere per minacciare anche gli andamenti azionari", ha scritto in una nota John Higgins, capo economista per i mercati finanziari di Capital Economics.
La soglia della bolla dell'IA
Per Ruchir Sharma, presidente di Rockefeller International, il 5% è invece proprio il livello da tenere d'occhio. In un recente editoriale sul Financial Times ha scritto che la bolla dell'IA potrebbe scoppiare quando il decennale "supererà decisamente" il 5%, ovvero il limite superiore dell'intervallo in cui si è mosso dall'epoca della bolla delle dot-com. "Questo sfondamento segnerebbe l'inizio di una nuova era di denaro più caro, in cui i megaprogetti dei data center IA saranno sempre più difficili da finanziare", ha osservato.
Secondo Sharma, con costi di finanziamento così elevati i grandi gruppi del cloud che stanno guidando gli investimenti nell'intelligenza artificiale finirebbero per emettere meno obbligazioni e incontrerebbero sempre maggiori difficoltà a raccogliere capitale in Borsa. Rendimenti superiori al 5% si avvicinerebbero inoltre al tasso di crescita nominale del PIL, aggravando così anche i problemi di sostenibilità del debito pubblico. Con un debito superiore al 100% del Pil, gli Stati Uniti sarebbero molto più esposti all'aumento dei tassi rispetto al passato: "L'aumento dei costi di finanziamento pubblici colpirà prima gli altri debitori e colpirà più duramente i mercati dell'IA gonfiati dalla bolla".
Anche James Reilly, economista esperto di mercati di Capital Economics, ritiene che la Borsa sia ormai in una fase avanzata di una bolla. Ha confermato la previsione di un S&P 500 a 8.250 punti alla fine dell'anno, il 7,7% sopra la chiusura di venerdì, seguito da un calo del 21% fino a 6.500 punti entro la fine del 2027. "Nel complesso riteniamo che i dati siano coerenti con una bolla in fase avanzata", ha scritto giovedì in una nota. Secondo Reilly, il rapporto tra prezzi e utili corretto per il ciclo economico è vicino ai massimi raggiunti durante la bolla delle dot-com, così come la valutazione dell'S&P 500 rispetto ai titoli di Stato e la crescita degli utili attesa nei prossimi dodici mesi.
I colossi dell'IA, inoltre, stanno sostenendo investimenti enormi e il loro flusso di cassa complessivo dovrebbe diventare negativo nel 2027. A questo si aggiungono l'elevata concentrazione del mercato su pochi titoli e il boom delle nuove emissioni azionarie: secondo Reilly, in passato livelli simili di attività hanno segnalato che la fine di una bolla era questione di mesi, non di anni.
Non meraviglia dunque il fatto che anche alcuni tra gli osservatori più ottimisti comincino a mostrare cautela. Ed Yardeni, veterano di Wall Street, ha ridotto dall'80% al 70% la probabilità attribuita al suo scenario dei "Roaring 2020s", un decennio di forte crescita della Borsa, e ha aumentato dal 20% al 30% quella di uno scenario ribassista. "Bisogna ammettere che i recenti sviluppi sui mercati del petrolio e delle obbligazioni sono inquietanti", ha scritto sabato. Finché gli utili delle aziende resteranno solidi, Wall Street potrebbe assorbire rendimenti in salita. Se invece dovessero indebolirsi, un costo del denaro che non si vedeva da quasi vent'anni diventerebbe proprio il tipo di problema sul quale Sharma e Capital Economics stanno già mettendo in guardia.
