Il prezzo del petrolio americano ha superato ieri i 100 dollari al barile, portandosi ai livelli più alti da quasi quattro mesi. Il West Texas Intermediate (WTI), riferimento per il greggio statunitense, ha chiuso in rialzo del 6,7% a 102,48 dollari al barile, la chiusura più alta dal 19 maggio. Il Brent, riferimento internazionale, è salito del 6,3% a 107,63 dollari. Dall'inizio di settembre il greggio ha guadagnato oltre il 18%, proprio mentre il mercato si prepara alla possibilità di una guerra prolungata in Medio Oriente.
Dopo un agosto relativamente più calmo, dall'inizio di questo mese lo scontro tra Washington e Teheran si è nuovamente intensificato. L'Iran ha tentato più volte di colpire navi da guerra americane e, da sabato, le forze statunitensi hanno distrutto per rappresaglia almeno 8 petroliere iraniane. Gli Houthi, alleati di Teheran nello Yemen, hanno intanto attaccato diversi impianti energetici e altri obiettivi in Arabia Saudita, ferendo oltre 70 civili. L'escalation ha alimentato i timori di un ulteriore allargamento del conflitto.
Mercoledì il presidente Donald Trump ha detto ai giornalisti che i prezzi del petrolio e della benzina scenderanno dopo le elezioni di metà mandato e che la guerra finirà "immediatamente dopo" il voto. Trump ha accusato l'Iran di voler influenzare le elezioni per ottenere a Washington "un bel gruppo di persone deboli", disposto a lasciarlo in pace e a consentirgli di mantenere il programma nucleare.
al barile
Benzina e diesel ai massimi
La pressione si fa sentire sempre di più anche alla pompa di benzina. Nel fine settimana del Labor Day la media nazionale della benzina era salita attorno a 4,15 dollari al gallone, circa 3,8 litri, un record per questo periodo dell'anno. Da allora la situazione si è ulteriormente aggravata, soprattutto sul fronte del diesel: venerdì la media nazionale ha superato per la prima volta nella storia i 6 dollari al gallone, secondo AAA, raggiungendo 6,06 dollari. Il prezzo è aumentato di circa il 14% in un mese e di oltre il 60% rispetto a un anno fa.
Il rincaro del diesel, carburante essenziale per il trasporto delle merci e per numerosi settori dell'economia, rischia di propagarsi ulteriormente ai prezzi al consumo. I dati sull'inflazione pubblicati giovedì hanno già mostrato forti aumenti dei costi nei trasporti e nei servizi di magazzinaggio. Secondo una stima della Brown University, dall'inizio della guerra il rincaro del diesel è costato ai consumatori statunitensi oltre 46 miliardi di dollari, circa il 20% dei quali concentrato in due Stati: Texas e California.
La Casa Bianca sostiene che i prezzi dei carburanti dovrebbero cominciare a scendere dopo le elezioni di metà mandato, con l'attenuarsi della guerra con l'Iran e il miglioramento dell'offerta di petrolio. Il Dipartimento dell'Energia dell'Amministrazione Trump, però, questa settimana ha rivisto nettamente al rialzo le proprie previsioni sul prezzo del diesel per tutto il 2027, evidenziando il rischio che i rincari durino più a lungo del previsto. Anche le prospettive per il greggio restano tese: Daan Struyven, co-responsabile della ricerca sulle materie prime di Goldman Sachs, ha spiegato alla CNBC che l'escalation aumenta il rischio di vedere il petrolio superare i 120 dollari al barile, soprattutto se gli attacchi contro le navi nella regione continueranno a intensificarsi.
I Treasury sfiorano il 5%
Intanto, le vendite hanno investito anche i titoli di Stato americani. Il rendimento del Treasury decennale, riferimento del mercato obbligazionario statunitense, è salito di 11 punti base al 4,95%, a un passo dalla soglia del 5%. A pesare sono stati un'asta deludente di titoli trentennali per 22 miliardi di dollari, i nuovi dati sull'inflazione alla produzione e l'ulteriore rialzo del petrolio. "Tutti vendono tutto", ha detto a MarketWatch Tom di Galoma, managing director di Mischler Financial Group.
Non è bastato neppure il primo riacquisto potenziato di titoli a lunga scadenza deciso dal Segretario al Tesoro Scott Bessent. Ad agosto Bessent aveva annunciato l'intenzione di almeno raddoppiare queste operazioni, da 2 a 4 miliardi di dollari ciascuna, una mossa con cui l'Amministrazione puntava ad alleviare le tensioni sul mercato dei titoli a lunga scadenza. Giovedì il Tesoro ha ricomprato soltanto 5,2 miliardi di dollari di titoli, dopo che il giorno precedente aveva deluso gli investitori fissando a 6 miliardi il tetto dell'operazione: il mercato si aspettava un intervento più consistente.
I dati sull'inflazione hanno intanto portato a circa il 70%, dal 61% del giorno precedente, la probabilità implicita nei futures che la Federal Reserve guidata dal neo presidente Kevin Warsh possa alzare i tassi nella riunione della prossima settimana, secondo il FedWatch Tool del Cme. Se la Fed decidesse invece di lasciare i tassi invariati, ha avvertito Ed Al-Hussainy, gestore di Columbia Threadneedle, i rendimenti a lungo termine rischierebbero di "disancorarsi" e di muoversi in modo più disordinato.
Al-Hussainy ha aggiunto che Dipartimento del Tesoro e Fed saranno probabilmente sempre più attenti al rischio che le tensioni sul mercato obbligazionario si trasformino in un problema di stabilità finanziaria. Per ora, ha precisato, non ci sono segnali in questo senso, ma la situazione richiede attenzione dopo i forti movimenti registrati anche sulle scadenze più brevi.
