Nessun carico di greggio iraniano ha superato il blocco navale statunitense da quando la Marina statunitense lo ha ripristinato il 13 luglio. Secondo la società di tracciamento marittimo Kpler, Teheran continua a imbarcare piccole quantità di petrolio, ma le petroliere restano intrappolate nel Golfo Persico. Le entrate dipendono ormai dai carichi trasferiti all’estero prima della ripresa del blocco: una riserva che si sta rapidamente esaurendo.
A oltre sei mesi dall’inizio della guerra, cominciata il 28 febbraio con i raid americani e israeliani, insomma, la pressione sulle esportazioni sta privando l’Iran della sua principale fonte di valuta estera. Intanto, però, gli attacchi iraniani contro le navi e le infrastrutture energetiche della regione stanno rallentando nuovamente il traffico attraverso Hormuz e spingendo il prezzo del Brent vicino ai 100 dollari al barile.
Le riserve si esauriscono, l’economia iraniana crolla
Secondo Kpler, il greggio iraniano a bordo delle petroliere fuori dall’area del blocco è sceso dai 90 milioni di barili di metà luglio a circa 29 milioni. Questa riserva si era accumulata grazie al Memorandum d’Intesa firmato a metà giugno tra Washington e Teheran: la sospensione del blocco per alcune settimane aveva permesso all’Iran di trasferire all’estero consistenti volumi di petrolio da consegnare successivamente.
“La vendita del petrolio e la consegna ai clienti sono avvenute a migliaia di km di distanza dal Golfo Persico e dal Golfo dell’Oman”, ha dichiarato venerdì il Ministro del Petrolio iraniano Mohsen Paknejad. Le consegne proseguono ora al ritmo di circa un milione di barili al giorno, soprattutto verso la Cina. Kpler stima che possano esaurire le scorte in viaggio entro metà ottobre, mentre gli ultimi pagamenti per i carichi già consegnati potrebbero arrivare entro metà dicembre.
I commercianti di petrolio del Golfo, che monitorano gli acquisti dei clienti prima di fissare i prezzi mensili, hanno riferito al Wall Street Journal di aver rilevato pochissime compravendite di carichi iraniani nelle ultime settimane. Ad agosto, intanto, Teheran ha imbarcato nel Golfo appena 255.000 barili al giorno, l’85% in meno rispetto alla media tra febbraio e aprile. Nessuno di questi carichi ha ancora raggiunto un acquirente.
Il blocco sta così costringendo Teheran anche a ridurre l’estrazione. Le scorte a terra non sono aumentate in misura significativa: secondo Homayoun Falakshahi, responsabile dell’analisi sul greggio di Kpler, è un segnale che la produzione si è avvicinata al livello necessario a soddisfare il solo fabbisogno interno. Le alternative terrestri offrono, infatti, ben poco margine. L’Iran dispone di pochi vagoni adatti al trasporto di greggio e prodotti raffinati e, su strada, non riuscirebbe a movimentare più di 40.000 barili al giorno, contro esportazioni prebelliche vicine ai due milioni.
Anche riscuotere i proventi delle vendite già concluse però diventa più difficile, perché le nuove sanzioni americane colpiscono banche e canali finanziari utilizzati per le transazioni iraniane. Normalmente il petrolio finanzia circa un terzo del bilancio statale e contribuisce direttamente alle risorse dell’apparato militare. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, le Forze Armate iraniane, compresi i Guardiani della Rivoluzione, integrano infatti i propri bilanci vendendo greggio attraverso società dedicate e reti di navi ombra.
La perdita di valuta estera sta a sua volta indebolendo il rial e rendendo più costose le importazioni, comprese le materie prime per l’industria, alimentando ulteriormente l’inflazione. Dall’annuncio della campagna di pressione economica di Donald Trump, ad agosto, la moneta iraniana ha perso quasi il 15% rispetto al dollaro, secondo i calcoli di Hamad Hussain, economista di Capital Economics. L’inflazione ufficiale ha così superato l’80% su base annua ed il Fondo monetario internazionale stima per l’intero anno un’inflazione media del 68,9% e una contrazione del PIL del 5,4%.
A complicare il quadro si aggiunge la decisione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere, il mese scorso, le transazioni finanziarie ed economiche con l’Iran. Parte del commercio si sta spostando verso Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, con tempi più lunghi e costi maggiori.
Gli attacchi alle petroliere rallentano Hormuz
L'aumento della pressione sull’Iran si accompagna però a un nuovo peggioramento della sicurezza marittima. Sabato le forze americane hanno attaccato tre petroliere iraniane: secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, la Downy è stata colpita al largo dell’isola di Kharg, principale terminale petrolifero del Paese, la Stark 1 vicino al porto di Jask e la Kylo, nota anche come Noxen, è stata distrutta.
L’operazione è seguita al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione contro due navi da guerra americane, tra cui una portaerei, che non sono state colpite. “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, imporremo un costo economico ancora più alto attaccandone tre delle vostre”, ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM. La Marina dei pasdaran ha a sua volta affermato di aver preso di mira tre petroliere in transito su rotte non autorizzate nello Stretto e altre tre unità americane in aree diverse.
Il traffico commerciale sta risentendo pesantemente di questa situazione. Negli ultimi dieci giorni attraverso Hormuz sono passate in media 10 navi mercantili al giorno, il livello più basso da maggio. Secondo Kpler, sabato i transiti sono stati appena 2 e domenica 6, quasi tutti lungo la rotta iraniana. Domenica sono entrate una superpetroliera e 3 navi da carico secco; dal mercoledì precedente, invece, non risultava uscita alcuna superpetroliera.
Secondo la società di intelligence marittima Marisks, le petroliere sono ormai diventate strumenti di pressione economica reciproca, con una distinzione sempre meno netta tra operazioni militari e navigazione commerciale. La società considera “estremo” il rischio per le navi iraniane o collegate all’Iran e “sensibilmente elevato” quello per le unità americane o scortate dagli Stati Uniti nello Stretto e nel Golfo dell’Oman.
Dal 6 luglio la UKMTO, l’organismo della Marina britannica che monitora il traffico mercantile nella regione, ha registrato 27 episodi in cui navi sono state colpite e danneggiate nello Stretto e nelle acque circostanti. Dall’inizio del conflitto, l’Organizzazione Marittima Internazionale ha verificato 70 attacchi contro navi e la morte di 19 marinai. Tra le vittime ci sono due membri filippini dell’equipaggio della petroliera saudita Sidr, della compagnia Bahri, colpita a Hormuz il 31 agosto.
La minaccia si estende anche alle infrastrutture energetiche. Lunedì è stata attaccata anche la raffineria saudita di Jazan, un impianto di Aramco capace di trattare 400.000 barili al giorno, già preso di mira più volte dalla ripresa dei combattimenti tra Riyadh e i ribelli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran. Secondo il Financial Times, i danni sono ancora in corso di accertamento.
Teheran minaccia inoltre nuove restrizioni alla navigazione: Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato l’intenzione di dichiarare nei prossimi giorni una zona interdetta all’esterno dello Stretto.
Il Brent sfiora i 100 dollari, gli acquirenti cercano alternative
Il timore di un’ulteriore escalation sta facendo salire di nuovo i prezzi del petrolio. Lunedì il Brent, riferimento internazionale, è aumentato dell’1,1%, chiudendo a 97,31 dollari al barile dopo aver raggiunto 98,06 dollari, il massimo dal 24 luglio. Il WTI, riferimento del mercato americano, ha guadagnato l’1,3%, a 92,65 dollari. Nella settimana precedente erano già saliti rispettivamente di circa l’8% e di quasi il 10%.
A preoccupare i mercati è soprattutto la minaccia iraniana di colpire le infrastrutture energetiche di tutto il Medio Oriente in risposta ai nuovi attacchi americani. “Colpite i nostri beni e sarete colpiti a vostra volta”, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, replicando al Segretario alla Difesa Pete Hegseth, che aveva definito “indifesa” la flotta petrolifera iraniana.
Goldman Sachs ipotizza che il petrolio possa raggiungere i 120 dollari al barile se gli attacchi alla navigazione si dovessero intensificare, pur non considerandolo lo scenario di riferimento. Un ritorno alla normalità delle esportazioni regionali porterebbe invece, secondo la banca, il prezzo attorno agli 80 dollari. Per Priyanka Sachdeva, responsabile delle analisi di mercato di Phillip Nova, un rallentamento sostanziale del traffico delle petroliere potrebbe indurre gli operatori a prevedere una riduzione dell’offerta molto più grave.
Alcuni acquirenti cinesi stanno intanto sostituendo il greggio iraniano con quello saudita, iracheno ed emiratino. La scarsità dei carichi di Teheran li rende, in alcuni casi, più costosi delle alternative: l’Iraq ha offerto sconti fino a quasi 30 dollari al barile su alcune qualità. Arabia Saudita ed Emirati continuano invece a esportare volumi significativi attraverso gli oleodotti che aggirano Hormuz.
Queste alternative non bastano però a eliminare del tutto le tensioni sull’offerta. Negli Stati Uniti, primo produttore e consumatore mondiale di petrolio, le scorte di benzina e distillati, tra cui il gasolio, sono nettamente inferiori sia alla media stagionale degli ultimi cinque anni sia ai livelli di un anno fa, secondo gli analisti di PVM Energy. Gli Emirati stanno accelerando la costruzione di rotte alternative per le esportazioni energetiche e commerciali: l’obiettivo, ha spiegato lunedì il consigliere presidenziale Anwar Gargash, è non restare “ostaggio” della guerra tra Stati Uniti e Iran.
