Il Central Command (CENTCOM) statunitense ha attaccato oggi tre petroliere iraniane nel Golfo dell’Oman, in risposta al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione iraniane contro una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili americani. Nessuna delle due unità militari è stata colpita e non si sono registrati feriti. Secondo il comando statunitense, invece, le petroliere Downy e Stark 1 sono state messe definitivamente fuori uso, mentre la Kylo è stata distrutta dopo che al suo equipaggio era stato ordinato di abbandonare la nave.
Il CENTCOM ha diffuso sui social le immagini degli attacchi, accompagnate da un messaggio dell’ammiraglio Brad Cooper: “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, vi imporremo un costo economico ancora maggiore, mettendone fuori uso tre delle vostre”. La nuova rappresaglia si inserisce nella strategia approvata dal presidente Donald Trump di colpire la flotta petrolifera iraniana in risposta agli attacchi di Teheran. Un funzionario americano l’aveva riassunta nella formula “una petroliera per una petroliera” e le parole di Cooper indicano ora una risposta più pesante.
“Let the message to the IRGC be clear: If you shoot at two of our ships, we will impose an even higher economic cost —taking out three of yours. We will not hesitate to defend American forces, and if necessary, destroy Iran’s limited and exposed oil fleet.” — Adm. Brad Cooper,… pic.twitter.com/UGGcSGsUtd
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 5, 2026
Lo scontro prosegue da oltre sei mesi, ben oltre le previsioni iniziali del presidente. Come ricorda Axios, all’inizio del conflitto Trump aveva dichiarato di poter scegliere tra una campagna prolungata e una conclusione “in due o tre giorni”. Il giorno successivo aveva parlato al Daily Mail di “quattro settimane o meno”. Giovedì ha invece liquidato il conflitto come “roba da poco”, mentre due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che non ci fosse più alcuna guerra in corso.
Hormuz, i numeri dietro le dichiarazioni di Trump
Al centro del confronto resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Da luglio il blocco navale americano impedisce all’Iran di esportare petrolio dal Golfo Persico, mentre Washington è riuscita in qualche modo a scortare attraverso lo Stretto quantità significative di greggio dei Paesi arabi, nonostante gli attacchi iraniani con droni e missili. “Il blocco iraniano fa più acqua di quello americano: gli iraniani non riescono a chiudere tutto”, ha detto al Wall Street Journal Samir Madani, cofondatore di TankerTrackers.
Quanto petrolio riesca effettivamente a passare, però, resta un dato controverso. Prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Trump ha scritto su Truth Social che i flussi sarebbero tornati a 18 milioni di barili al giorno, ovvero quasi ai livelli precedenti al conflitto. La cifra si riferisce però a una singola operazione del 2 settembre, quando 40 navi mercantili hanno attraversato lo Stretto sotto scorta, e non a una media giornaliera su un periodo più lungo.
Invece il Segretario all’Energia Chris Wright ha parlato alla CNBC di oltre 17 milioni di barili transitati in una giornata, precisando poi che la media su più giorni si aggira intorno agli 8 milioni. Il suo Dipartimento ha inoltre riferito ad Axios che mercoledì 2 settembre il volume avrebbe sfiorato i 12 milioni di barili: una cifra però già di per se diversa da quella indicata da Trump per la stessa giornata.
Le stime delle società di tracciamento navale restituiscono un quadro più distante dalla normalità, ma vanno distinte per periodo e tipo di carico. Al 31 agosto, Vortexa calcolava una media di circa 8 milioni di barili al giorno nei 28 giorni precedenti. TankerTrackers, considerando soltanto il greggio, indica invece una media giornaliera di 5,94 milioni di barili negli ultimi sette giorni e di circa 5 milioni negli ultimi 28, quasi interamente di produzione non iraniana.
Secondo TankerTrackers, altri 2,5 milioni di barili al giorno sono stati caricati nei porti sul Golfo dell’Oman, come Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. Sommando questi carichi al greggio passato da Hormuz si arriva a circa 7,5 milioni di barili al giorno. Il totale, però, non misura il traffico attraverso lo Stretto e non è direttamente confrontabile con i 20 milioni di barili precedenti alla guerra, che comprendevano anche i prodotti raffinati.
Ricostruire i flussi è difficile anche perché molte petroliere disattivano il sistema automatico di identificazione, l’AIS, per ridurre il rischio di essere individuate. Le società specializzate devono quindi incrociare immagini satellitari e informazioni sui carichi. Bob McNally, presidente di Rapidan Energy Group, ha spiegato ad Axios che serviranno alcune settimane per avvicinarsi a un bilancio attendibile: il petrolio uscito dal Golfo dovrà raggiungere una destinazione, dove il suo arrivo potrà essere registrato. Ad ogni modo secondo Gregory Brew, di Eurasia Group, i volumi reali sarebbero inferiori a quelli indicati da Washington, ma sufficienti a convincere Trump che il tempo giochi a suo favore.
Washington e Teheran aspettano che l’altra ceda
Finora, però, nessuna delle due parti ha ottenuto il risultato sperato. Ostacolando il passaggio attraverso Hormuz, Teheran ha colpito una delle principali arterie energetiche mondiali, senza contemporaneamente provocare la crisi economica internazionale su cui contava per costringere Trump a chiudere la guerra alle condizioni iraniane. Il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti. Il blocco dei porti iraniani, imposto da Washington in aprile e ripristinato a luglio, non ha invece provocato né la rivolta popolare auspicata dagli Stati Uniti né il ritorno alla libera navigazione nello Stretto.
“Le previsioni di entrambe le parti non si sono avverate, e nessuna delle due ha una via d’uscita semplice da questa situazione”, ha detto al Wall Street Journal Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University. Nel Golfo restano bloccati anche carichi di gas naturale liquefatto, fertilizzanti e altre materie prime. Le conseguenze sono particolarmente pesanti per Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein, le cui esportazioni via mare dipendono dal passaggio attraverso Hormuz.
La pressione economica sull’Iran continua intanto ad aumentare. Il rial continua a perdere valore, l’inflazione a salire e la benzina a scarseggiare. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso in televisione un calo del commercio estero compreso tra il 25% e il 35%, criticando chi sostiene che le sanzioni non abbiano conseguenze. All’introduzione del blocco americano, funzionari iraniani stimavano inizialmente che il Paese potesse resistere per circa 5 mesi senza ripercussioni catastrofiche. La successiva interruzione e il ripristino del blocco rendono però difficile tradurre quella previsione in una scadenza precisa.
Sui calcoli di Teheran pesa però anche il calendario politico americano. Secondo un sondaggio Economist/YouGov di metà agosto, il 65% degli americani vuole un accordo che metta fine alla guerra il prima possibile. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l’aumento del prezzo della benzina rappresenta un chiaro problema per l’Amministrazione Trump. “Il ragionamento a Teheran è: perché mai dovremmo togliere pressione a Trump ora? Facciamogli sentire il dolore alle urne”, ha detto al Wall Street Journal Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.
Le decisioni decisive sulla guerra restano per ora nelle mani dei vertici dei Guardiani della Rivoluzione, a partire da Mohsen Rezaei, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e Ahmad Vahidi, comandante dei pasdaran. Pezeshkian e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf sono favorevoli a un ritorno al negoziato, ma hanno un’influenza più limitata. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, resta invece nascosta dopo le ferite riportate nel raid statunitense-israeliano che alla fine di febbraio ha causato la morte di suo padre, Ali Khamenei.
Il deterioramento dell’economia iraniana, quindi, non si sta traducendo necessariamente in una maggiore disponibilità al compromesso. Secondo Esfandyar Batmanghelidj, della fondazione Bourse & Bazaar, anzi l’impoverimento del ceto medio potrebbe persino favorire la parte più oltranzista della leadership, perché una popolazione economicamente stremata ha meno possibilità di mobilitarsi. Nasr indica due possibili scelte per Teheran: cedere oppure intensificare lo scontro, nella speranza di arrivare da una posizione di forza al negoziato e dover fare meno concessioni possibile.
