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Howard Kurtz su Fox News: la stampa ha smesso di verificare quello che dice Trump
Donald Trump risponde alle domande dei giornalisti alla Joint Base Andrews, in Maryland, prima di partire per il Michigan, il 25 ottobre 2026. Credito: Joyce N. Boghosian / The White House — foto ufficiale della Casa Bianca, opera del governo degli Stati Uniti.
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Howard Kurtz su Fox News: la stampa ha smesso di verificare quello che dice Trump

Secondo l'analista dei media, molti giornalisti, convinti che Trump menta comunque, hanno rinunciato a verificarne le affermazioni e si lasciano distrarre dalle sue provocazioni

Molti giornalisti americani hanno smesso di verificare persino le affermazioni di Donald Trump più facili da smentire, convinti che il pubblico sappia già quanto spesso il presidente dica il falso. È la tesi di Howard Kurtz, analista dei media ed ex conduttore di MediaBuzz, che in un editoriale pubblicato su Fox News parla di "Trump Exhaustion Syndrome", una sorta di "sindrome da sfinimento da Trump". L’espressione descrive la resa di chi, sopraffatto dal continuo ripetersi di affermazioni false, rinuncia a un compito essenziale del giornalismo: verificare ciò che dice chi governa.

Secondo Kurtz, il problema dipende in buona parte dai social media e dalla rapidità con cui una notizia scalza l'altra. Perché tornare sulle dichiarazioni o sulle decisioni del presidente per approfondirne le conseguenze, se nel frattempo l'attenzione si è spostata sui suoi complimenti al fondoschiena di Nicki Minaj, salita sul palco con lui domenica 25 ottobre durante un comizio repubblicano a Port Huron, in Michigan?

L'autore dell'editoriale precisa di non essere ostile a Trump. Lo segue, a fasi alterne, dal 1987, lo trova personalmente simpatico e lo ha intervistato sei volte durante la campagna elettorale del 2024. Ricorda che il presidente ha ottenuto il sostegno di circa metà degli elettori, anche se molti sono ora scontenti per la guerra in Iran e per il prezzo della benzina. Il suo obiettivo, spiega, è piuttosto analizzare il comportamento della stampa.

Le notizie che la stampa abbandona troppo presto

Il primo esempio riguarda l'intervento del Dipartimento della Giustizia nella corsa al Senato in Alaska, dove si presentano due candidati di nome Dan Sullivan. Secondo il New York Times, l'omonimo del senatore repubblicano sarebbe stato reclutato dai democratici. Il 23 ottobre Trump ha rivendicato di aver ordinato l'avvio dell'azione legale: "Sono io quello che ha detto di farlo".

Domenica 25 ottobre le giornaliste Dana Bash della CNN e Margaret Brennan della CBS News hanno incalzato sulla vicenda il Procuratore Generale Todd Blanche. Durante l'intervista a Face the Nation, Blanche ha contestato il riferimento alle dichiarazioni pubbliche del presidente: "No, no, non l'ha detto davanti alle telecamere". "Sì che l'ha detto", ha replicato Brennan. Blanche ha poi riconosciuto quelle parole, ribadendo però di non voler discutere i propri colloqui privati con Trump.

Ma per Kurtz, il vero punto è ciò che è successo dopo: il giorno seguente, sui grandi quotidiani da lui consultati, la vicenda sembrava già dimenticata. Eppure, osserva l'autore, che in passato si è occupato del Dipartimento della Giustizia come cronista, fra la Casa Bianca e il Dipartimento esisteva una separazione che non veniva scardinata in questo modo dai tempi del Watergate, lo scandalo per il quale l'ex Procuratore Generale John Mitchell finì in carcere. Kurtz si spinge a sostenere che, se Joe Biden avesse oltrepassato quel confine anche una sola volta, sarebbe stato messo in stato d'accusa, condannato e incarcerato.

Fra gli esempi di un Dipartimento di Giustizia totalmente piegato alla volontà del presidente cita anche la terza incriminazione dell'ex direttore dell'FBI James Comey, accusato di aver fatto arrivare informazioni riservate al New York Times.

Un altro esempio riguarda la sala stampa della Casa Bianca, ricavata nello spazio che un tempo ospitava la piscina coperta costruita durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt. Pochi giorni fa Trump ha scritto che potrebbe trasferire altrove la sala stampa, ma che "la vecchia piscina non verrà mai ripristinata", sostenendo di non aver "mai nemmeno pensato di fare una cosa così stupida". Kurtz racconta che gli sono bastati venti secondi per trovare un articolo di People del mese precedente, in cui il presidente proponeva proprio di ripristinare la piscina al posto della sala stampa. Ecco dunque, ironizza l’autore, una nuova definizione di fake news: una dichiarazione che Trump ha fatto davvero, ma che ora nega di aver mai pronunciato.

Le provocazioni che oscurano le notizie importanti

Secondo Kurtz, Trump sa manipolare l'attenzione dei media fin dai tempi in cui era un combattivo costruttore a New York. Sa come distogliere i giornalisti da una notizia sgradita e, racconta l'autore, glielo ha anche ammesso. Quando dice che la Norvegia "fa schifo" ed è un "Paese di m***", perché non ha ancora digerito il mancato Nobel per la Pace, sa che farà notizia. Lo stesso vale per i commenti sul fondoschiena di Nicki Minaj. Sono uscite che possono meritare spazio in una rubrica o in chiusura di un programma televisivo, osserva Kurtz, ma finiscono spesso per oscurare vicende più importanti.

Altri episodi, invece, richiedono maggiore attenzione. Per l'autore, Trump si avvicinava a una notizia di rilievo quando ha dato dello "stupido" a Barack Obama, che aveva paragonato la Casa Bianca a una "Cheesecake Factory di Saddam": una battuta che accostava la catena americana di ristoranti al gusto sfarzoso del dittatore iracheno.

Di ben altro peso è la perquisizione dell'abitazione della deputata democratica Ilhan Omar, che Kurtz attribuisce a un ordine diretto di Trump. Eseguita il 12 ottobre nell'ambito di un'indagine federale sui documenti di immigrazione della famiglia di Omar, l'operazione rappresenta, secondo l'autore, una notizia di indiscutibile importanza. Kurtz la considera inoltre una rottura con la prassi del Dipartimento della Giustizia di evitare, nei 60 giorni precedenti le elezioni, iniziative investigative pubbliche che possano influenzare il voto.

L'autore riconosce che una parte consistente dei media è ostile a Trump. Ma proprio i giornalisti convinti che sia inutile contestarne le affermazioni, perché il presidente mente di continuo, finiscono così per rinunciare al proprio compito. È questa, conclude, la "sindrome da sfinimento da Trump".

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