Haley Stevens, la deputata democratica sconfitta di misura da Abdul El-Sayed alle primarie di agosto per il Senato in Michigan, ha ritirato il sostegno al vincitore e ieri ha annunciato il proprio appoggio al repubblicano Mike Rogers. La decisione arriva a soli due giorni dal voto di martedì 3 novembre, in una delle sfide decisive per il controllo del Senato. In un’analisi a caldo pubblicata su Silver Bulletin, Nate Silver ipotizza che la scelta possa ridurre di un punto percentuale il margine a favore di El-Sayed: uno spostamento sufficiente a ribaltare il risultato in Michigan nel 5% delle simulazioni del suo modello e a consegnare ai repubblicani il controllo del Senato in circa l’1% dei casi.
Nelle quattro ore successive all’annuncio, la campagna di El-Sayed afferma però di aver raccolto 1,2 milioni di dollari, secondo quanto riferito da Politico. Lo staff indica quella di ieri come la seconda migliore giornata di raccolta fondi dalla sua vittoria alle primarie democratiche e ricorda i 2,3 milioni incassati nelle 48 ore successive al successo su Stevens. La scelta della deputata ha suscitato dure condanne nel Partito Democratico. Ieri sera il Comitato Nazionale Democratico ha inviato, insieme alla campagna di El-Sayed, un’email di raccolta fondi dal titolo "Che cosa c’è davvero in gioco in queste elezioni". "Non mi farò distrarre", ha scritto il candidato democratico. A due giorni dal voto, tuttavia, il tempo per utilizzare efficacemente le nuove donazioni è limitato.
Le primarie di agosto si erano decise per circa un punto, dopo una campagna in cui AIPAC, la principale organizzazione di lobbying filo-israeliana degli Stati Uniti, aveva speso oltre 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens attraverso i comitati a lei collegati. Rogers, ex deputato, aveva già corso per il Senato nel 2024, perdendo di pochissimo contro Elissa Slotkin. Silver giudica meschino e vendicativo il video con cui Stevens ha annunciato il proprio appoggio a Rogers, ma ritiene che anche El-Sayed abbia mostrato scarsa maturità nella gestione dei rapporti con la rivale e nella rottura sugli eventi elettorali. Potendo tornare indietro, scrive, forse i democratici avrebbero scelto Mallory McMorrow o convinto il senatore uscente Gary Peters a ricandidarsi.
Quanto può incidere sul risultato in Michigan
Nella media dei sondaggi riportata da Silver, El-Sayed ha ora il 49,7% contro il 45,5% di Rogers. Il vantaggio di 4,2 punti si è ampliato nelle ultime settimane, mentre nelle altre sfide i rapporti di forza sono rimasti sostanzialmente stabili. La quota di indecisi e sostenitori dei candidati minori, che il modello considera insieme, è del 4,8%: fra le corse per il Senato, soltanto il Maine registra una percentuale inferiore, pari al 3,5%.
Silver osserva che è relativamente raro che un candidato ottenga una percentuale finale inferiore a quella già attribuitagli dai sondaggi, anche quando questi sbagliano il risultato. Nel 2016, per esempio, Hillary Clinton raccolse il 48,2% del voto popolare nazionale, contro il 46,8% indicato dai sondaggi: Donald Trump guadagnò più terreno, pur restando dietro nel voto popolare. FLIPR, il modello di Silver, tiene conto della quota di indecisi e considera meno incerte le previsioni quando sono pochi. Anche per questo ha finora assegnato a El-Sayed buone probabilità di vittoria.
C’è però un precedente meno rassicurante per il candidato democratico: in estate, durante lo scontro alle primarie con Stevens, era Rogers a essere in vantaggio. Per Silver è un indizio del fatto che gli elettori del Michigan possano risentire delle divisioni tra i democratici. In generale, comunque, gli studi di scienza politica attribuiscono un peso limitato alle dichiarazioni di endorsement, salvo quando risultano inattese. Questa lo è almeno in parte, anche se lo scontro fra Stevens ed El-Sayed era già pubblico da tempo e, fino a quel momento, non sembrava aver danneggiato il candidato democratico nei sondaggi.
A limitare il possibile impatto della notizia c’è anche il voto anticipato in corso. Circa 1,9 milioni di elettori del Michigan hanno già votato: secondo Silver, potrebbero rappresentare circa il 40% dell’affluenza finale, senza contare le schede già spedite per posta ma non ancora ricevute. Chi vota in anticipo tende ad avere una scelta politica consolidata, quindi non appartiene necessariamente al gruppo più influenzabile. Resta comunque una parte consistente dell’elettorato sulla quale l’annuncio ormai non può più incidere. Silver ritiene inoltre che la notizia avrebbe potuto fare più danni una settimana fa, con più tempo per imporsi sui media nazionali, mentre ora le redazioni sono già assorbite dai preparativi per la notte elettorale.
La scelta di Stevens potrebbe anche paradossalmente anche rafforzare il sostegno a El-Sayed fra alcuni elettori. Per chiarire il meccanismo, Silver propone un esempio: se una notizia orientasse verso il repubblicano una quota di indecisi pari al 3% dell’intero elettorato, il margine si sposterebbe di tre punti a suo favore. Se invece due punti andassero al repubblicano e uno al democratico, l’effetto netto sul distacco si ridurrebbe a un punto.
Silver cita il caso dell’ex deputata Mary Peltola, candidata democratica al Senato in Alaska, accusata a settembre di aver maltrattato il proprio personale. Nella sua lettura, in uno Stato conservatore alcuni elettori potrebbero persino interpretare quelle accuse come un segno positivo di durezza caratteriale. Nei sondaggi, osserva, la vicenda non sembra aver lasciato tracce: nella media riportata nell’analisi, Peltola ha il 47,9% contro il 44,8% del senatore uscente Dan Sullivan. Ben diverso, secondo Silver, fu il caso della riapertura dell’indagine dell’FBI sulle email di Clinton nell’ottobre 2016, una notizia che difficilmente un elettore avrebbe potuto interpretare a suo favore.
El-Sayed, del resto, ha impostato la propria campagna proprio sulla sfida ai vertici democratici, in uno Stato che ha spesso premiato candidati poco sostenuti dall’apparato del proprio partito. In Michigan, Bernie Sanders nel 2016 e Jesse Jackson nel 1988 sconfissero i favoriti alle primarie presidenziali democratiche, mentre prima ancora, nel 2000, John McCain ottenne nello stesso Stato una delle sue poche vittorie contro George W. Bush alle primarie repubblicane. Durante la campagna, Stevens era diventata il simbolo delle élite del partito contestate da El-Sayed. Quest’ultimo, però, ha vinto di stretta misura, mentre i sondaggi gli attribuivano un vantaggio ben più ampio. Silver lo descrive come un candidato carismatico, ma poco disposto a lasciar correre gli attacchi ricevuti.
Il rischio per il Senato e le conseguenze sul 2028
Una riduzione di un punto percentuale del margine di El-Sayed rientra tra gli effetti più ampi che Silver ritiene plausibili. Nelle simulazioni elaborate sabato, il democratico vinceva in Michigan con un vantaggio non superiore a un punto nel 5% dei casi. È solo in questi scenari che una perdita di consenso di tale entità potrebbe cambiare il vincitore.
In 316 simulazioni su 40.000, pari a circa lo 0,8% del totale, El-Sayed vinceva con meno di un punto di vantaggio e i democratici ottenevano esattamente 51 seggi. È lo scenario in cui il Michigan risulta decisivo per il controllo del Senato: con la perdita di quel seggio, i democratici scenderebbero a 50 e, a parità di voti in aula, i repubblicani avrebbero a disposizione il voto decisivo del vicepresidente. Silver arrotonda questa probabilità a circa l’1%. Se invece il margine di El-Sayed si riducesse di mezzo punto percentuale, la probabilità che questo spostamento cambi il vincitore in Michigan sarebbe di circa il 2,5%, mentre quella che cambi anche il controllo del Senato sarebbe dello 0,5%. Silver non intende comunque intervenire manualmente sulle stime del modello, pur riconoscendo che FLIPR non riesce a cogliere pienamente gli effetti delle notizie arrivate troppo tardi per essere recepite dai sondaggi.
Il risultato influenzerà anche il dibattito interno al Partito democratico in vista delle primarie presidenziali del 2028. La corsa in Michigan era già tra le più osservate perché sembrava offrire un confronto particolarmente chiaro tra la capacità dei candidati progressisti e di quelli moderati di conquistare voti. Se El-Sayed dovesse perdere, oppure vincere con un vantaggio molto più contenuto di quello di Jocelyn Benson nella corsa a governatrice, i progressisti avrebbero una spiegazione già pronta per il suo risultato deludente: l’intervento di Stevens.
Silver, però, ritiene discutibile attribuire a Stevens un eventuale risultato deludente di El-Sayed: i sondaggi potrebbero averne sovrastimato il consenso fin dall’inizio e il candidato avrebbe potuto fare peggio di Benson anche senza quell’intervento. La scelta di Stevens rende comunque più difficile usare il voto per confrontare la capacità di progressisti e moderati di conquistare consensi. Si potranno analizzare le scelte degli elettori che hanno deciso all’ultimo momento e l’eventuale sostegno a Rogers da parte di elettori democratici, ma sarà più difficile trarne conclusioni nette. Se invece El-Sayed vincesse con un vantaggio superiore a uno o due punti percentuali, ne uscirebbe rafforzato, mentre Stevens e i vertici del partito dimostrerebbero di avere sempre meno capacità di influenzare gli elettori.
