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Trump si prepara a contestare il voto dopo le midterm
Patrick Witty, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Elezioni 6 min di lettura

Trump si prepara a contestare il voto dopo le midterm

Il Dipartimento di Giustizia vuole bloccare schede in California e la certificazione in Alaska se vince Peltola. Finora ha perso in tribunale, ma le cause possono allungare le contese oltre il voto.

A tre giorni dalle midterm, con i sondaggi che danno in svantaggio i repubblicani, il presidente Donald Trump e il Dipartimento di Giustizia stanno moltiplicando cause e indagini che potrebbero prolungare le contese sul voto ben oltre il 3 novembre. Finora la strategia è fallita in tribunale ma, secondo una ricostruzione del Washington Post, sembra pensata per dare al dipartimento più tempo per contestare i risultati dopo le elezioni.

Il presidente teme che i democratici conquistino il Congresso e avviino contro di lui un terzo impeachment, la messa in stato d'accusa da parte del Congresso. Per questo ha spinto il Dipartimento di Giustizia, il ministero federale che guida le procure e che tradizionalmente si occupa di facilitare l'accesso al voto, verso il ruolo opposto: creare ostacoli dell'ultimo minuto che potrebbero impedire ad alcune persone di votare. Il dipartimento sta cercando di costringere la California a mettere da parte migliaia di schede e l'Alaska a non certificare il risultato se un democratico vincerà la corsa per il Senato. Ha minacciato di fare causa allo stato di Washington se non scarterà le schede di centinaia di elettori e ha lasciato intendere che potrebbe fare lo stesso altrove.

In tribunale l'amministrazione ha incontrato molte difficoltà, anche perché la Costituzione affida la gestione delle elezioni agli stati e non al governo federale. "Gran parte di quello che si vede è una specie di capriccio sotto forma di causa", ha detto al Washington Post Sam Oliker-Friedland, ex avvocato del dipartimento specializzato nei diritti di voto che oggi guida l'Institute for Responsive Government.

La mossa più aggressiva riguarda la California, dove il dipartimento ha fatto causa per bloccare il conteggio delle schede di oltre 20.000 elettori che, a suo dire, potrebbero non essere cittadini americani. Ha anche avvertito i funzionari elettorali che potrebbero essere incriminati per concorso in voto illegale se conteranno quelle schede. La settimana scorsa un grand jury federale, la giuria che negli Stati Uniti decide se ci sono gli elementi per avviare un processo, ha ordinato ai funzionari della contea di Los Angeles di consegnare email, messaggi e altre comunicazioni su come hanno gestito le richieste del dipartimento. Non è chiaro chi sia oggetto dell'indagine: i funzionari elettorali, gli elettori o qualcun altro.

Questa settimana il giudice federale David O. Carter ha respinto la richiesta del dipartimento, scrivendo che il piano per accantonare le schede violerebbe probabilmente il Voting Rights Act, il Civil Rights Act e il National Voter Registration Act, le leggi federali che tutelano il diritto di voto e regolano l'iscrizione nelle liste elettorali. Alla fine di una lunga udienza, Carter aveva avvertito gli avvocati del dipartimento che "sarebbe saggio che qualunque minaccia contro i dipendenti statali e delle contee cessasse immediatamente". Venerdì la Corte d'appello del Nono circuito, il tribunale federale di secondo grado competente per la California, ha confermato la decisione con due voti contro uno. Secondo la maggioranza dei giudici, il dipartimento non ha indicato alcuna norma federale che gli permetta di "prendere in mano o intervenire nella gestione statale di un'elezione in corso". È stata la terza sconfitta della settimana per il dipartimento in questo caso: in un'altra sentenza un giudice aveva scritto che i piani dell'amministrazione rischiavano di creare il caos elettorale.

Sempre venerdì, a San Francisco, la giudice federale Trina L. Thompson, nominata da Joe Biden, ha emesso un ordine d'urgenza che vieta al dipartimento di chiedere ancora ai funzionari elettorali della California di cancellare elettori dalle liste o di non contare determinate schede. La decisione, arrivata dopo una causa dei sindacati che rappresentano i funzionari elettorali dello stato, impedisce anche di minacciare di incriminazione chi non obbedisce. Quando i dipendenti pubblici distribuiscono, esaminano o contano le schede secondo le leggi statali e federali, ha scritto Thompson, "non violano la legge penale federale anche se una determinata scheda appartiene a un elettore registrato che [l'amministrazione] sostiene non abbia diritto di voto".

La trasformazione del Dipartimento di Giustizia è cominciata subito dopo l'insediamento del presidente, nel gennaio 2025. I vertici si sono concentrati sulle indagini contro gli avversari politici di Trump e nelle ultime settimane le hanno intensificate, nonostante la tradizione che da decenni impone di evitare casi politicamente delicati nei 60 giorni prima di un'elezione. Molti avvocati di lunga esperienza della Civil Rights Division, la sezione del dipartimento che da decenni difende il diritto di voto, si sono dimessi o sono stati licenziati e sono stati sostituiti da persone scelte per motivi politici.

L'anno scorso il dipartimento ha chiesto agli stati di consegnare le liste elettorali complete, con dati sensibili come una parte del numero di previdenza sociale (il codice personale con cui gli americani sono identificati dal fisco e dallo stato sociale). La maggior parte degli stati ha rifiutato e il dipartimento ha fatto causa a 30 stati e a Washington DC. Ha perso tutti i 27 casi decisi finora. Senza le liste complete, l'amministrazione sta usando versioni parziali per cercare i non cittadini, che non possono votare alle elezioni federali. Secondo i funzionari elettorali il metodo è sbagliato e alcuni cittadini vengono indicati per errore come stranieri: per questo si oppongono, temendo che vengano scartate le schede di elettori in regola.

Dall'inizio del secondo mandato di Trump il dipartimento ha incriminato quasi 200 persone in 22 stati per aver votato o essersi iscritte alle liste senza essere cittadine, una frazione minima delle decine di milioni di persone che di solito votano nelle grandi elezioni. Oltre il 70 per cento di questi casi è stato aperto negli ultimi due mesi, compresi i 18 annunciati giovedì in North Carolina.

Sempre giovedì il dipartimento ha inviato ai responsabili elettorali di tutti gli stati lettere che ricordano l'obbligo di conservare i registri dei votanti e gli altri documenti elettorali, minacciando di incriminare chi non lo farà. È un altro segnale che le contese potrebbero proseguire anche dopo l'assegnazione dei seggi. Le lettere sono firmate da Trent McCotter, vice procuratore generale facente funzioni e numero due del dipartimento, che ha detto ai giornalisti: "Reprimere il voto illegale e indagare su questi casi non è una minaccia per le elezioni. Non è una minaccia per la democrazia, non è una minaccia per i funzionari elettorali. Esattamente il contrario. Stiamo cercando di garantire che ogni cittadino veda contato il suo voto e che non venga annullato da qualcuno che non ha diritto di votare".

In Alaska il dipartimento ha scelto una strada diversa ma altrettanto insolita. Questo mese ha fatto causa allo stato per impedirgli di certificare il risultato se la democratica Mary Peltola vincerà la corsa per il Senato. Sostiene che gli elettori potrebbero essere confusi perché uno dei candidati, Dan J. Sullivan, ha un nome quasi identico a quello del senatore repubblicano uscente, Dan S. Sullivan. Venerdì ha chiesto a un giudice di ordinare allo stato di tenere separate alcune schede.

La causa chiede di sospendere il risultato se il senatore Sullivan dovesse perdere di poco, così da verificare con un'indagine se gli elettori volessero davvero quell'esito. Il dipartimento però non ha spiegato come potrebbe condurre un'indagine del genere senza violare la segretezza del voto. L'Alaska usa inoltre il ranked-choice voting, il voto a preferenza ordinata: gli elettori mettono i candidati in ordine di gradimento e, se nessuno supera la metà dei voti, il meno votato viene eliminato e le sue schede passano alla seconda scelta indicata, finché un candidato non ottiene la maggioranza. È un meccanismo che renderebbe ancora più complicata qualunque verifica.

Secondo gli esperti di diritto elettorale, la causa si basa su un'interpretazione senza precedenti della legge federale. Il dipartimento invoca il National Voter Registration Act, che regola l'iscrizione nelle liste elettorali e non l'eleggibilità dei candidati o la gestione del voto, citando un passaggio dell'introduzione secondo cui la legge serve a "proteggere l'integrità del processo elettorale". Se i tribunali accettassero questa lettura, il dipartimento potrebbe avviare una serie di cause negli stati in cui non gradisce l'andamento del voto. Usare la legge in questo modo equivarrebbe a "una delega illimitata di potere per l'interferenza federale nelle elezioni gestite dagli stati", hanno scritto giovedì gli avvocati dell'Alaska, chiedendo al giudice di respingere quell'interpretazione.

Robert Weiner, consigliere della Civil Rights Division durante l'amministrazione Biden e oggi responsabile dei diritti di voto del Lawyers' Committee for Civil Rights Under Law, ha detto al Washington Post che le cause in Alaska e California sono deboli e rappresentano un tentativo "disperato" di contestare risultati sgraditi all'amministrazione. Secondo Weiner il dipartimento ha abbandonato la sua tradizionale indipendenza dalla Casa Bianca: "Sembra che il Dipartimento di Giustizia segua l'idea del procuratore generale [Todd] Blanche, secondo cui lui lavora per Trump". Il procuratore generale è il capo del dipartimento, l'equivalente del ministro della Giustizia.

Il dipartimento ha anche aperto un'indagine penale sulle origini della candidatura di Dan J. Sullivan. L'inchiesta ha ripreso slancio dopo che il New York Times ha rivelato che la campagna di Peltola aveva contribuito a reclutarlo, accusa che lei respinge. Nei giorni successivi i procuratori federali hanno inviato decine di ordini di consegna e di conservazione dei documenti per ottenere i messaggi e le altre comunicazioni citate dal quotidiano. Non è chiaro chi sia indagato, ma secondo un funzionario del dipartimento i procuratori valutano accuse di violazione dei diritti civili per una presunta cospirazione volta a privare gli elettori dell'Alaska di un'elezione regolare. "Ogni abitante dell'Alaska merita un'elezione regolare", ha detto venerdì ai giornalisti il procuratore federale per l'Alaska, Michael J. Heyman. "E l'avrà".

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