Il governatore repubblicano dell’Alaska, Mike Dunleavy, ha annunciato mercoledì sera, 28 ottobre, di aver ordinato un’indagine sul presunto coinvolgimento della campagna di Mary Peltola nel reclutamento di candidati destinati a sottrarre voti al senatore repubblicano uscente Dan S. Sullivan. Al centro della vicenda c’è Dan J. Sullivan, un insegnante in pensione che, secondo un’inchiesta del New York Times, sarebbe stato reclutato proprio perché omonimo del senatore. Il Dipartimento statale della Sicurezza Pubblica dovrà verificare se siano state violate le leggi dell’Alaska e se vi siano i presupposti per procedimenti penali o azioni civili. Dunleavy non ha precisato quali norme potrebbero essere state violate.
Nelle ore precedenti il presidente Donald Trump aveva già chiesto che Peltola e l’altro Sullivan fossero esclusi dalla scheda elettorale e perseguiti penalmente. Il presidente ha definito l’operazione una "frode elettorale ai massimi livelli", senza però indicare quale reato sarebbe stato commesso. Peltola ha liquidato la vicenda come "un’altra distrazione", mentre il suo comitato elettorale ha ribadito di non avere alcun coinvolgimento nelle campagne dei due Sullivan. Anche il Democratic Senatorial Campaign Committee (DSCC), il comitato del Partito Democratico che coordina le campagne per il Senato, nega di aver reclutato l’omonimo.
La controversia arriva a pochi giorni dalle elezioni di martedì 3 novembre, in una sfida che potrebbe contribuire a decidere il controllo del Senato. Sulla scheda compariranno Peltola, i due Sullivan e Gerald Heikes, un altro candidato repubblicano. Secondo Alaska Public Media, la maggior parte dei sondaggi assegna alla candidata democratica un lieve vantaggio.
La ricerca di un altro Dan Sullivan
L’operazione ricostruita dal New York Times sarebbe cominciata nell’estate del 2025. Un collaboratore di Peltola ricevette dai vertici della sua squadra una richiesta insolita: cercare nelle liste elettorali tutte le persone di nome Dan Sullivan. L’obiettivo era trovare un omonimo disposto a sfidare il senatore uscente, nella speranza che la confusione tra i nomi gli costasse voti decisivi. In primavera un insegnante in pensione di Petersburg, una piccola comunità di pescatori raggiungibile soltanto in aereo o via mare, ha annunciato la propria candidatura: si chiama Dan J. Sullivan.
L’inchiesta si basa su interviste a 12 persone che avrebbero partecipato al piano o ne sarebbero state informate, su decine di messaggi e su documenti preparati per una possibile causa contro la campagna. Secondo il giornale, lo staff di Peltola ha collaborato con chi cercava di convincere Sullivan a candidarsi e ha tentato di reclutare altre persone per dividere il voto conservatore. Il progetto, chiamato internamente ballot composition project, cioè "progetto per la composizione della scheda", avrebbe coinvolto gli avvocati della campagna e alcuni dirigenti del DSCC. Fu valutata persino la creazione di un nuovo partito che potesse attirare elettori alla destra del senatore.
Molti dettagli provengono da Elisa Rios, collaboratrice di lunga data di Peltola e responsabile della sua campagna fino al licenziamento durante il rimpasto di agosto. Secondo Rios, Peltola non partecipava direttamente al progetto, ma ne era al corrente. Dopo aver concesso diverse interviste al quotidiano newyorkese, la settimana scorsa Rios ha chiesto di ritirare tutte le proprie dichiarazioni. Il New York Times ha deciso di pubblicarle comunque, spiegando di non aver mai concordato che fossero riservate e di aver trovato riscontri nelle altre informazioni raccolte.
Il ruolo del consulente Jerid Kurtz
In una delle prime riunioni, racconta Rios, i dirigenti del DSCC presentarono a lei e ad Anton McParland, allora capo dello staff di Peltola, il consulente democratico Jerid Kurtz. Originario dell’Ohio, Kurtz veniva descritto come un esperto di operazioni elettorali riservate. All’inizio del 2026 avrebbe annunciato durante una videochiamata di aver trovato il Dan Sullivan di Petersburg, disposto a candidarsi per aiutare Peltola. Sempre secondo Rios, Kurtz disse che Sullivan detestava Trump, apprezzava Peltola e non aveva alcun interesse personale a entrare in politica.
A fine maggio, poco prima che Sullivan depositasse la candidatura, Kurtz telefonò a un collaboratore della campagna dicendo di essere appena atterrato a Petersburg. Sullivan ha sempre sostenuto di essersi candidato di propria iniziativa e non ha risposto alle richieste di commento del giornale.
Secondo i dati della Federal Election Commission, l’agenzia federale che vigila sui finanziamenti elettorali, quest’autunno il 49th State PAC, un super PAC favorevole a Peltola, ha versato circa 87.000 dollari a Wingspan Strategies, una società di cui Kurtz è socio. I super PAC possono raccogliere e spendere somme illimitate per sostenere o contrastare candidati, ma devono mantenere indipendenti le proprie attività elettorali. Il comitato ha dichiarato di non aver mai pagato Kurtz per alcun servizio. Il consulente non ha risposto alle domande del New York Times e negli ultimi giorni ha nascosto il profilo LinkedIn e reso privato quello su X.
I messaggi esaminati dal giornale mostrano che la campagna e il DSCC si scambiavano aggiornamenti sul progetto. McParland chiedeva notizie del "nostro amico" e i funzionari del comitato organizzavano rapidamente delle chiamate. A gennaio scrisse di aver sentito che "il nostro amico" in Alaska cominciava a farsi notare, mentre Andrew Piatt, direttore delle campagne del DSCC, ha risposto che avrebbero verificato. Lo staff temeva che i movimenti di Kurtz potessero attirare l’attenzione, per esempio quando pubblicò su Instagram una fotografia dell’aeroporto di Anchorage. Secondo Rios, il consulente raccontava di usare pseudonimi e false identità per non farsi riconoscere.
Gli altri candidati e l’ipotesi di un "partito MAGA"
L’inchiesta descrive anche tentativi di reclutamento che non riguardavano gli omonimi. Matthew Salisbury, già candidato alla Camera e residente ad Anchorage, ricevette a dicembre una telefonata da un numero di Google Voice con prefisso dell’Ohio. L’interlocutore si presentava soltanto come Zane. Per mesi lo incontrò nei pub e lo chiamò per convincerlo a candidarsi al Senato, prospettando il sostegno economico di finanziatori esterni che non voleva identificare. Quando il New York Times gli ha mostrato una fotografia di Kurtz, Salisbury lo ha riconosciuto come Zane. L’indirizzo e-mail usato dall’uomo conteneva la parola buckeye, soprannome associato all’Ohio. Salisbury, alla fine, non si è candidato.
Dopo le primarie del 18 agosto, alle quali si sono qualificati entrambi i Sullivan, il quarto posto sulla scheda è andato a David Leslie, un democratico progressista che avrebbe potuto sottrarre consensi a Peltola. Il partito gli ha però chiesto di ritirarsi. Tra chi lo contattò c’era Kurtz, che lo incontrò in un caffè di Fairbanks. Leslie rinunciò il 31 agosto e quello stesso giorno Kurtz gli scrisse di essere orgoglioso della sua scelta. Il posto passò così a Heikes, un artigiano di Palmer. Anche lui ha raccontato al giornale di essere stato convinto a candidarsi in primavera da "un tizio del Midwest", che gli aveva promesso sostegno pur precisando di non potergli dare denaro. Heikes, tuttavia, non ha riconosciuto Kurtz nella fotografia.
Secondo Rios, a marzo alcuni membri della campagna di Peltola discussero dell’operazione durante una cena con Jim Lottsfeldt, consulente politico dell’Alaska che lavora con super PAC vicini alla candidata. Lottsfeldt avrebbe accettato di guidare un’iniziativa per sostenere i candidati minori con finanziamenti esterni e alimentare così una competizione interna al campo repubblicano. Nei documenti federali di Alaska Values, un nuovo super PAC favorevole a Heikes, il suo nome compare questo mese nelle richieste di spazi pubblicitari ad alcune radio dell’Alaska. Lottsfeldt nega qualsiasi coinvolgimento o legame con il comitato e sostiene che il nome sia stato inserito per errore.
A gennaio McParland aveva inoltre proposto al DSCC di fondare un partito statale di estrema destra, un "partito MAGA", che potesse sfidare Sullivan da destra. Piatt rispose che l’idea era intelligente e che sarebbe stata valutata. Secondo Rios, al progetto partecipava anche Jacquelyn Lopez, avvocata dell’Elias Law Group, lo studio che rappresenta sia il DSCC sia la campagna di Peltola. L’idea fu abbandonata a maggio. A giugno, dopo la decisione che consentiva all’omonimo di restare in corsa, Shelbi Dantic, dipendente del DSCC, scrisse in una chat interna che "l’altro Dan" aveva vinto e sarebbe comparso sulla scheda. Due collaboratori di Peltola e un membro del comitato reagirono con un cuore.
Come il sistema elettorale può limitare l’effetto dell’omonimia
Il sistema elettorale dell’Alaska facilita l’accesso alla scheda di candidati privi del sostegno dei partiti principali. Le primarie sono uniche: tutti partecipano alla stessa consultazione e i primi quattro passano all’elezione generale. L’affiliazione politica indicata sulla scheda non equivale all’approvazione del partito. Il Sullivan di Petersburg, che in passato ha sostenuto Peltola e altri democratici, si è presentato come repubblicano. Da settimane gli esponenti del partito temono che l’omonimia possa costare il seggio al senatore.
L’effetto sul risultato, però, non è automatico. Alle elezioni generali l’Alaska usa il voto a preferenze ordinate: gli elettori possono classificare i candidati dal più al meno gradito. Se nessuno supera il 50% delle prime preferenze, il candidato meno votato viene eliminato e le sue schede passano alla successiva preferenza valida. Chi indica prima il Sullivan di Petersburg e subito dopo il senatore può quindi vedere il proprio voto trasferito a quest’ultimo. Il rischio di dispersione rimane per chi non esprime ulteriori preferenze o sceglie altri candidati.
Le autorità elettorali statali avevano già tentato di escludere Dan J. Sullivan, sostenendo che la sua candidatura non fosse "in buona fede". I tribunali hanno però annullato la decisione: a giugno la Corte Suprema dell’Alaska ha confermato che non esisteva una base giuridica per estrometterlo a causa delle sue presunte motivazioni.
Reclutare candidati per indebolire un avversario, pratica nota come ballot-stacking, ha precedenti in entrambi i partiti e non costituisce di per sé un illecito penale. Anche in Alaska i repubblicani hanno usato strategie analoghe: nel 2024, quando Peltola cercava la rielezione alla Camera, il partito statale partecipò a una causa per mantenere sulla scheda un candidato democratico detenuto in un carcere di New York.
La causa federale per bloccare la certificazione
Prima ancora della pubblicazione dell’inchiesta, il Dipartimento della Giustizia, su indicazione di Trump, aveva chiesto a un tribunale federale di bloccare la certificazione dei risultati qualora il senatore Sullivan perdesse e i voti ottenuti dall’omonimo fossero sufficienti a ribaltare l’esito. La causa non indicava specifiche condotte illegali. Gli avvocati di Peltola e le autorità elettorali statali ne chiedono il rigetto, contestando il fondamento giuridico dell’intervento federale.
La giudice federale Sharon Gleason ha disposto un esame accelerato e ha dato al Dipartimento della Giustizia tempo fino al pomeriggio di giovedì 29 ottobre per rispondere alla richiesta di rigetto presentata dallo Stato. Ha inoltre osservato che l’Amministrazione Trump ha atteso a fare causa quando gli elettori avevano già cominciato a votare e quasi quattro mesi dopo la decisione della Corte Suprema statale.
Ieri il Dipartimento ha ritirato la propria opposizione all’ingresso nel procedimento della campagna di Peltola e del DSCC. Citando le rivelazioni del New York Times, ha annunciato di voler chiedere rapidamente documenti e informazioni sull’operazione.
Le rivelazioni hanno suscitato critiche anche da parte di Lisa Murkowski, la senatrice repubblicana moderata dell’Alaska che aveva in precedenza sostenuto Peltola nelle precedenti campagne, ma quest’anno appoggia Sullivan. Murkowski ha chiesto alla candidata e al suo staff di dire "la verità", denunciando una serie di menzogne e tentativi di occultamento. Diversi democratici hanno invece richiamato i precedenti repubblicani, sostenendo che il reclutamento di candidati di disturbo sia una pratica consolidata.
