Gli Stati Uniti hanno colpito l'Iran per la seconda notte consecutiva, bombardando circa 90 obiettivi militari vicino allo Stretto di Hormuz, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva dichiarato finita la tregua raggiunta a giugno. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro le basi americane in Kuwait e Bahrein, i due Paesi del Golfo che ospitano le forze statunitensi.
Il Comando Centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari nella regione, ha spiegato di aver preso di mira sistemi di difesa aerea, radar costieri, capacità navali e infrastrutture logistiche, così da indebolire la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali. Gli attacchi hanno riguardato anche alcuni ponti che, secondo un alto funzionario americano, l'esercito iraniano usava per trasportare missili, droni e altro materiale bellico.
I raid della notte precedente avevano colpito più di 80 obiettivi, poche ore dopo che l'Amministrazione Trump aveva revocato la deroga che aveva permesso a Teheran di vendere petrolio sui mercati internazionali, cancellando il principale beneficio economico che la tregua aveva finora garantito all'Iran.
I Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare d'élite del regime islamico, hanno detto di aver preso di mira 85 siti militari americani in Bahrein e Kuwait e di aver abbattuto un drone da ricognizione statunitense. Il governo del Kuwait ha riferito di aver intercettato 2 missili balistici e 13 droni, senza vittime, mentre il Bahrein ha fatto scattare le sirene antiaeree.
Parlando ad Ankara, a margine del vertice della NATO, il presidente ha definito i leader iraniani "feccia", "bugiardi" e "gente violenta". Ha poi minacciato di reimporre un blocco navale e di colpire in futuro le infrastrutture civili del Paese. Ha aggiunto che si tratta di "gente malata" e che negoziare con loro è "una perdita di tempo", pur lasciando lavorare i suoi negoziatori.
Trump ha anche detto di valutare di nuovo la conquista dell'isola di Kharg, cuore dell'industria petrolifera iraniana, e ha ipotizzato attacchi contro le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione, che secondo diversi esperti potrebbero configurare un crimine di guerra. Allo stesso tempo ha ridimensionato le proprie minacce, dicendo di non aspettarsi un ritorno alla guerra su vasta scala.
Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro
Lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra l'Iran e l'Oman attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è il cuore dello scontro tra i due Paesi. L'Iran sostiene che l'intesa di giugno gli riconosca il controllo della navigazione e pretende che le navi seguano la rotta indicata da Teheran, vicino alle proprie coste. All'inizio della settimana 3 navi commerciali che attraversavano lo stretto, tra cui una petroliera saudita e una metaniera del Qatar, erano state colpite in attacchi attribuiti all'Iran, che però non li ha rivendicati.
"Lo Stretto di Hormuz si aprirà solo con modalità iraniane, non con le minacce americane", ha scritto sui social il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, accusando Washington di tradire le promesse. "L'era del bullismo e dell'estorsione è finita. Non ci piegheremo", ha aggiunto.
Il prezzo del petrolio è di conseguenza tornato a salire. Il Brent, il riferimento internazionale del greggio, è cresciuto di oltre il 5%, fino a circa 78 dollari al barile, ben sopra i 72 dollari del periodo precedente alla guerra. L'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite per la sicurezza della navigazione, ha invitato gli armatori a non attraversare lo stretto per non esporre gli equipaggi a pericoli inutili. Prima del conflitto passavano di lì più di 130 navi al giorno.
Cosa prevedeva l’intesa ora abbandonata
La tregua era stata firmata a giugno con un memorandum d'intesa che prevedeva una pausa dei combattimenti di 60 giorni e la riapertura dello Stretto, rimandando a un secondo momento i nodi più difficili, a partire dal programma nucleare iraniano. È saltata a meno della metà del percorso.
Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, il presidente sta pagando la fretta con cui quell'intesa di 14 paragrafi era stata messa insieme e si trova davanti a 3 opzioni tutte sgradevoli: sopportare una serie di scontri a bassa intensità nel Golfo, rilanciare la guerra su larga scala o accettare un ulteriore compromesso. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso circa 70 miliardi di dollari per le prime operazioni contro l'Iran, una spesa che cresce ogni settimana.
Lo stesso presidente ha detto che il materiale nucleare iraniano resta sepolto troppo in profondità per essere recuperato, un'affermazione che indebolisce la ragione con cui a febbraio aveva giustificato la guerra, quando parlava di una minaccia "imminente". Nei mesi scorsi aveva perfino elogiato la nuova leadership di Teheran, guidata da Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah ucciso, definendola più ragionevole della precedente.
La tregua ha intanto diviso anche la leadership iraniana. Il presidente Masoud Pezeshkian, favorevole al negoziato, ha accusato Washington di fare il prepotente e di imbrogliare, mentre una minoranza di oltranzisti contesta la linea del dialogo. Durante i funerali dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid americani e israeliani di fine febbraio, lo stesso Pezeshkian è stato aggredito da un gruppo di manifestanti radicali e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato colpito con un sasso.
Negli Stati Uniti la ripresa dei raid aerei ha spaccato il Congresso: i democratici l'hanno condannata, mentre i repubblicani sono rimasti in silenzio. A giugno Camera e Senato avevano approvato una risoluzione per impedire al presidente di riprendere le operazioni militari senza il loro via libera, un testo che la Casa Bianca considera privo di valore legale.
Ripartendo dalla Turchia il presidente ha usato il vecchio Air Force One al posto del nuovo aereo donato dal Qatar, per una precauzione di sicurezza legata alla ripresa delle ostilità. Ha ripetuto di essere "il bersaglio numero uno" di Teheran e, in volo verso Washington, ha sostenuto che l'Iran lo avesse chiamato perché vuole disperatamente un accordo. Il governo iraniano non ha confermato alcun nuovo colloquio.
