Base Group, principale investitore di una società sudcoreana dell'alluminio che contesta i dazi imposti dal Dipartimento del Commercio su alcune esportazioni verso gli Stati Uniti, ha versato lo scorso anno 2 milioni di dollari alla holding di Donald Trump. Il pagamento è emerso per la prima volta dalla dichiarazione patrimoniale annuale del presidente, pubblicata alla fine di giugno.
Il documento offre una spiegazione piuttosto vaga: la somma sarebbe collegata a una "lettera d'intenti" e rappresenterebbe una "commissione di sviluppo non rimborsabile". Interpellate dal New York Times, la società e la famiglia Trump hanno riferito che il versamento riguarda un progetto golfistico non ancora annunciato.
Coinvolto in un contenzioso sui dazi americani, un gruppo coreano ha versato 2 milioni alla holding di Trump
Il versamento di Base Group — principale investitore di Korea Aluminium, società dell’alluminio sotto indagine del Dipartimento del Commercio — compare nella dichiarazione patrimoniale del presidente. La Trump Organization lo attribuisce a un progetto golfistico non ancora annunciato e nega ogni legame con il contenzioso.
versati nel 2025 alla holding di Donald Trump, indicati nella dichiarazione patrimoniale come una «commissione di sviluppo non rimborsabile» legata a una «lettera d’intenti».
Base Group nega di aver violato le norme commerciali statunitensi. La Trump Organization definisce «pura finzione» ogni legame tra il pagamento e i dazi.
Quasi dieci anni per avvicinare la famiglia Trump
Prima del versamento, una lunga rete di relazioni commerciali.
Due milioni sono una frazione minima degli incassi del presidente
Nel 2025 la holding di Trump ha dichiarato entrate per oltre 2,24 miliardi di dollari. Il pagamento coreano ne è appena una scheggia.
Il dazio su Korea Aluminium potrebbe quasi quadruplicare
Una vicenda che parte da Washington nel 2022 e non è ancora chiusa. Apri ogni tappa per i dettagli.
Un rapporto coltivato da quasi dieci anni
Base Group cerca da quasi un decennio di consolidare i rapporti con la famiglia Trump. La società distribuisce in esclusiva in Corea del Sud i vini a marchio Trump e, più recentemente, ha ospitato Eric Trump nella propria sede centrale a Seul. Durante l'incontro, avvenuto a febbraio, si è discusso di come incrementare gli scambi commerciali tra Corea del Sud e Stati Uniti, secondo quanto riferito da un dirigente del gruppo.
Queste iniziative coincidono con le difficoltà di Korea Aluminium, società collegata a Base Group, che ha ridotto le esportazioni verso gli Stati Uniti dopo che il Dipartimento del Commercio ha stabilito che alcune aziende sudcoreane hanno aggirato i dazi sull'alluminio prodotto in Cina. Il New York Times non ha trovato prove che Trump o un membro della sua famiglia siano intervenuti presso funzionari americani in favore delle due società. Base Group, da parte sua, nega di aver violato le norme commerciali statunitensi.
Alan Garten, responsabile legale della Trump Organization, ha assicurato al quotidiano che il pagamento non ha alcun legame con il contenzioso commerciale. "Operiamo da decenni nel golf, nell'ospitalità e nel settore immobiliare e abbiamo concluso transazioni con innumerevoli aziende in tutto il mondo", ha dichiarato. "Qualsiasi insinuazione secondo cui questa operazione sarebbe stata motivata da ragioni diverse da legittime considerazioni commerciali è pura finzione".
Gli affari esteri della holding del presidente
Il caso si inserisce in un quadro senza precedenti nella storia americana moderna. Trump conserva interessi economici personali in quasi trenta iniziative imprenditoriali all'estero. Prima del suo primo mandato, lui e la famiglia si erano impegnati a non sottoscrivere nuovi accordi internazionali durante la presidenza. Una promessa che però è stata abbandonata all'inizio del secondo mandato.
I 2 milioni versati da Base Group rappresentano soltanto una piccola parte degli almeno 125 milioni di dollari incassati nel 2025 dalla holding del presidente attraverso attività in tredici Paesi, tra cui Regno Unito, India, Qatar, Arabia Saudita, Romania, Turchia, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti. Una somma comunque modesta rispetto ad altre fonti di reddito: nello stesso anno, gli affari nel settore delle criptovalute avrebbero fruttato al presidente 1,4 miliardi di dollari.
Storici ed ex funzionari interpellati dal New York Times sottolineano che rapporti finanziari diretti di questa portata tra un presidente e soggetti stranieri non hanno precedenti. George W. Bush vendette la propria quota nella squadra di baseball dei Texas Rangers mentre valutava la candidatura alla Casa Bianca; Ronald Reagan liquidò le proprie partecipazioni azionarie; Calvin Coolidge non volle neppure acquistare una casa. "Non ho mai visto nulla di simile", ha dichiarato Peter J. Wallison, già consigliere della Casa Bianca e funzionario del Dipartimento del Tesoro durante l'Amministrazione Reagan. "Crea conflitti di interesse e rende difficile per un presidente decidere, oppure rischia di condizionarne le scelte".
Il dazio potrebbe salire al 105%
Il contenzioso risale almeno al 2022, quando il Dipartimento del Commercio dell'Amministrazione Biden avviò un'indagine sulle aziende sudcoreane sospettate di aiutare i produttori cinesi ad aggirare i dazi sull'alluminio. Nel 2023 l'indagine concluse che Pechino cercava di eludere le misure antidumping facendo transitare i propri prodotti attraverso società coreane. Due anni dopo furono introdotti dazi specifici su alcune importazioni provenienti da fornitori sudcoreani, tra cui proprio la Korea Aluminium, le cui vendite negli Stati Uniti ne hanno risentito.
Il mese scorso il Dipartimento del Commercio ha comunicato di aver ricevuto da un'associazione americana del settore una richiesta di estensione dei dazi, senza fare alcun riferimento ai rapporti con il presidente. Nei giorni scorsi l'agenzia ha inoltre adottato una decisione preliminare che porterebbe al 105% l'aliquota sulle esportazioni di Korea Aluminium, quasi quattro volte il livello attuale. La decisione definitiva però non è ancora stata presa.
La Casa Bianca respinge ogni sospetto. "Non esistono conflitti di interesse", ha dichiarato al New York Times il portavoce Kush Desai. Emily Davis, portavoce dell'International Trade Administration del Dipartimento del Commercio, ha definito questi procedimenti "quasi giudiziari e apolitici", escludendo qualsiasi interferenza politica.
