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Decine di aerei cisterna americani verso Israele in vista di un'offensiva più ampia contro l'Iran
Daniel Torok, White House, 2025, Flickr, Opera del governo USA
Politica estera 3 min di lettura

Decine di aerei cisterna americani verso Israele in vista di un'offensiva più ampia contro l'Iran

Trump valuta attacchi a centrali elettriche e siti nucleari per costringere Teheran a riaprire Hormuz. Al sesto giorno di raid il traffico di greggio nello stretto è quasi dimezzato

Gli Stati Uniti invieranno decine di nuovi aerei cisterna in Israele in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l'Iran. Lo ha rivelato Axios citando tre funzionari americani e israeliani, secondo cui l'amministrazione ha già informato il governo israeliano della decisione. Gli aerei cisterna servono a rifornire in volo i caccia e sono indispensabili per condurre raid a lunga distanza come quelli sul territorio iraniano.

Il presidente sta valutando un'offensiva su larga scala, molto più ampia degli attacchi in corso attorno allo Stretto di Hormuz, dopo che martedì gli sono stati presentati diversi nuovi piani militari in una riunione nella Situation Room, la sala operativa della Casa Bianca. Le opzioni comprendono il bombardamento di infrastrutture come le centrali elettriche, nuovi attacchi ai siti nucleari per seppellire ancora più in profondità l'uranio arricchito iraniano e un raid contro il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, sospettato di essere un impianto nucleare in costruzione. Trump non ha preso una decisione definitiva, ma appare disposto a intensificare la guerra fino a causare danni tali da convincere il regime a riaprire lo stretto e ad accettare le sue richieste sul programma nucleare. Secondo i funzionari, l'ordine potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Gli Stati Uniti hanno oggi circa 30 aerei cisterna all'aeroporto internazionale Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e altrettanti nell'aeroporto di Ramon, nel sud di Israele. Nei prossimi giorni ne arriverebbero diverse decine in più, riportando la flotta ai livelli dell'inizio della guerra. I militari americani preferiscono operare da Ben Gurion perché le altre basi della regione sono più esposte agli attacchi iraniani.

Per mesi le decine di aerei cisterna parcheggiati a Ben Gurion hanno intasato quasi completamente l'aeroporto, trasformando la loro presenza in un problema politico per il governo israeliano. Quando lo spazio aereo era chiuso e molte compagnie avevano sospeso i voli su Tel Aviv l'ingombro non pesava, ma ora l'aeroporto è tornato operativo, gli israeliani partono per le vacanze estive e nuovi velivoli americani potrebbero causare cancellazioni di massa a tre mesi dalle elezioni israeliane. La ministra dei trasporti Miri Regev, stretta alleata di Netanyahu, ha chiesto di spostare gli aerei americani o almeno di limitarne il numero, ma il ministero della difesa e l'esercito si sono opposti. La decisione finale spetta al primo ministro, che martedì ha avvertito Teheran: "Non contate sul fatto che tutto resterà tranquillo se ci attaccherete. Non contate su una replica, perché non sarà una replica: quella era già abbastanza potente. Questo sarà un evento diverso, molto più potente".

Venerdì gli attacchi americani sono arrivati al sesto giorno consecutivo. I raid hanno colpito almeno sette ponti attorno a Bandar Abbas, la città considerata lo snodo delle operazioni nello Stretto di Hormuz dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana, da cui passano munizioni, rifornimenti e rinforzi. Secondo i media di stato iraniani sono stati distrutti anche sei ponti stradali nel sud del paese, mentre il Comando centrale americano, che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha annunciato la distruzione della torre di controllo del porto di Chabahar. Altri attacchi hanno riguardato la zona di Bushehr, dove si trova l'unica centrale nucleare iraniana. Il ministero dell'energia di Teheran ha chiesto alle famiglie di limitare l'uso dell'aria condizionata per i danni agli impianti elettrici, in piena ondata di caldo.

L'Iran ha risposto lanciando colpi contro le basi americane in Kuwait, Giordania, Bahrein e Qatar, uno dei principali mediatori tra Washington e Teheran. In Kuwait sono stati danneggiati un impianto di desalinizzazione e una centrale elettrica. L'esercito iraniano ha avvertito che se Trump colpirà davvero ponti e siti energetici "tutto ciò che finora è rimasto intatto grazie alla nobiltà dell'Iran sarà fatto a pezzi". Cina e Pakistan hanno chiesto a entrambe le parti di cessare le ostilità e riprendere il dialogo.

L'escalation è nata dagli attacchi iraniani alle petroliere in transito nello stretto e dalla richiesta di Teheran che ogni nave chieda il suo permesso prima di attraversarlo. Gli Stati Uniti hanno reagito ripristinando il blocco navale dei porti iraniani e cancellando l'esenzione dalle sanzioni sulle esportazioni di petrolio, due concessioni fatte con l'accordo di pace provvisorio firmato il mese scorso. I negoziati sul programma nucleare, che secondo l'intesa dovevano svolgersi in 60 giorni, si sono di fatto fermati. Dopo cinque mesi di conflitto Trump non ha ancora trovato una via d'uscita dalla guerra. "Nessuna delle due parti vuole questa escalation, ma entrambe sono diventate dipendenti da una spirale da cui non riescono a uscire", ha detto a Bloomberg TV Mehran Kamrava, professore di scienze politiche alla Georgetown University in Qatar.

Il traffico nello stretto è crollato negli ultimi dieci giorni. Secondo i dati di tracciamento navale raccolti da Bloomberg, la media mobile a sette giorni dei flussi di greggio è scesa a circa 5,5 milioni di barili al giorno, dai 9,4 milioni della settimana precedente, e il passaggio è ormai limitato quasi solo alle navi legate all'Iran che usano la rotta settentrionale approvata da Teheran. Il Brent è salito vicino agli 87 dollari al barile, con un aumento del 13% in una settimana, e negli Stati Uniti il prezzo della benzina è tornato vicino ai 4 dollari al gallone, circa un dollaro al litro: un problema per Trump in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnova il Congresso.

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