Le sanzioni americane rischiano di paralizzare la Corte Penale Internazionale (Cpi) e stanno già impedendo ad alcuni dei suoi giudici di svolgere molte attività quotidiane. A denunciarlo è il magistrato italiano Rosario Aitala, presidente aggiunto della Corte, in un’intervista a Fiorenza Sarzanini pubblicata domenica 11 ottobre dal Corriere della Sera, due giorni dopo che il Segretario di Stato Marco Rubio ha esteso le misure alla stessa istituzione. Ai colleghi sanzionati sono state revocate carte di credito e chiusi conti bancari, mentre alcune assicurazioni hanno interrotto i rimborsi delle spese mediche e disdetto i contratti. Sono diventati problematici anche l’uso delle app e le prenotazioni online di alberghi e voli. “Veniamo trattati con gli stessi metodi riservati ai terroristi”, afferma.
Aitala non è tra i magistrati sanzionati da Washington. Lo è invece la metà dei giudici della Corte: nove su diciotto, compresa la presidente, la giapponese Tomoko Akane. Il magistrato italiano conosce però le ritorsioni di Mosca. Per quasi nove anni si è occupato di procedimenti sui crimini commessi in Ucraina, Darfur, Afghanistan, Uganda e Repubblica Centrafricana. Nel dicembre 2025 un tribunale russo lo ha condannato in contumacia, cioè in sua assenza, a 15 anni di carcere per aver contribuito a emettere il mandato d’arresto contro Vladimir Putin. Oggi vive sotto scorta e, secondo quanto riferisce nell’intervista, la Russia ha appena chiesto a numerosi Stati di estradarlo.
Altri magistrati hanno già descritto gli effetti concreti delle sanzioni americane. Al giudice francese Nicolas Guillou, Amazon, Airbnb e PayPal hanno chiuso gli account, mentre Expedia ha cancellato le prenotazioni, anche per alberghi in Francia. Fare acquisti online è diventato di fatto impossibile: Guillou paragona la sua vita a un ritorno agli Anni Novanta.
La giudice canadese Kimberly Prost ha invece perso le carte di credito e l’account Amazon e non riesce più a inviare denaro alla famiglia. Persino Alexa, l’assistente vocale di Amazon, ha smesso di risponderle. Il viceprocuratore senegalese Mame Mandiaye Niang non può più prenotare viaggi e alberghi né effettuare operazioni bancarie. Alla figlia di un altro collega sanzionato è stato revocato il visto per gli Stati Uniti. Secondo Guillou, però, il rischio più grave è l’autocensura: che giudici e funzionari si lascino condizionare, nelle loro decisioni, dalla paura delle conseguenze personali.
Questo isolamento deriva dall’inserimento nella lista dei soggetti sanzionati dall’Office of Foreign Assets Control (Ofac), l’ufficio del Dipartimento del Tesoro americano che amministra le sanzioni economiche. Nella stessa lista figurano anche terroristi e capi della criminalità organizzata. I divieti si applicano ai soggetti statunitensi e alle operazioni che ricadono nella giurisdizione americana, comprese molte transazioni in dollari. Gli effetti, però, si estendono spesso ben oltre gli Stati Uniti: anche banche e imprese straniere interrompono i rapporti con i sanzionati per evitare violazioni o rischi per le proprie attività sul mercato americano.
Il 24 giugno 2026 Prost, la giudice ugandese Solomy Balungi Bossa e la beninese Reine Alapini-Gansou hanno citato in giudizio l’Amministrazione Trump davanti al tribunale federale di Manhattan. Nel ricorso descrivono le misure come una “condanna a morte finanziaria”, che le priva di servizi bancari, piattaforme digitali e, in alcuni casi, persino di assicurazioni sanitarie e sostengono che il governo statunitense abbia oltrepassato i poteri economici d’emergenza concessi dal Congresso, senza che esista una reale emergenza nazionale tale da giustificare le sanzioni.
La campagna dell’attuale Amministrazione è cominciata il 6 febbraio 2025, quando Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo che ha colpito per primo Karim Khan, allora procuratore della Corte. Nel giugno 2025 sono stati sanzionati quattro giudici, mentre ad agosto altri due, Prost e Guillou, insieme ai viceprocuratori Nazhat Shameem Khan e Niang. A dicembre è toccato ai giudici Gocha Lordkipanidze ed Erdenebalsuren Damdin. Nel luglio di quest’anno Rubio ha annunciato una campagna per smantellare la Corte e ad agosto ha sanzionato Akane e Abdoulaye Seye, alto funzionario dell’ufficio del procuratore. Le persone colpite all’interno della Cpi sono così diventate tredici: nove giudici, due viceprocuratori, l’ex procuratore e un funzionario.
Sei mesi di deroga per le attività ordinarie
Venerdì 9 ottobre l'Amministrazione Trump ha inserito nella lista delle entità sanzionate la stessa Corte, poche ore dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace a Navi Pillay, già giudice della Cpi. “O la Cpi smetterà con le sue minacce, o metteremo fine alla Cpi”, ha detto Rubio. Le misure presentate prevedono il congelamento dei beni della Corte presenti negli Stati Uniti o sotto il controllo di soggetti statunitensi e vietano le transazioni soggette alla giurisdizione americana, salvo deroghe e specifiche autorizzazioni.
Il Dipartimento del Tesoro ha, infatti, concesso quattro licenze generali, cioè autorizzazioni che consentono determinate operazioni altrimenti vietate. La prima permette, fino al 7 aprile 2027, di proseguire o chiudere in modo ordinato le attività e i contratti della Corte. Comprende i contributi degli Stati membri, gli stipendi, l’assistenza sanitaria, le assicurazioni, gli affitti e le utenze.
Le altre tre riguardano telecomunicazioni, servizi internet, software e servizi cloud, pagamenti delle pensioni e assistenza ai detenuti della Corte. La licenza per i servizi tecnologici non indica una scadenza: il 7 aprile non comporta quindi automaticamente l’interruzione di tutti i rapporti con i fornitori americani. Queste deroghe, inoltre, non revocano le sanzioni personali contro i singoli magistrati e funzionari.
Secondo Washington, i sei mesi concessi per le attività ordinarie devono permettere agli Stati membri di trovare soluzioni diplomatiche e giuridiche che rispondano alle richieste americane. L’Amministrazione potrà modificare la deroga in base ai risultati ottenuti. La richiesta principale è quella di chiudere le indagini e revocare i mandati d’arresto che riguardano cittadini statunitensi e israeliani. Ma Washington vuole inoltre modificare lo Statuto di Roma, il Trattato fondativo della Corte, per escludere dalla sua giurisdizione i cittadini dei Paesi che non vi aderiscono. La Casa Bianca ha anche invitato gli Stati membri a ritirarsi dalla Cpi e lasciato intendere che terrà conto dei loro rapporti con la Corte nell’assegnazione degli aiuti all’estero.
Sabato 10 ottobre Rubio ha ribadito la “necessità” delle sanzioni in una telefonata con il Ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi. All’Aia preoccupano ora sia l’accesso ai servizi finanziari e assicurativi sia la dipendenza dalla tecnologia americana. La Corte ha già avviato la sostituzione di Microsoft con un’alternativa europea. Ma resta sempre il rischio di sanzioni contro chi le fornisce beni, servizi o sostegno al di fuori delle attività autorizzate.
Aitala chiede all’Europa di proteggere la Corte
La Cpi ha definito le sanzioni un attacco allo stato di diritto e a un’istituzione cui aderiscono 125 Stati. I Ministri degli Esteri di Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta contro le misure, firmata per l’Italia dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani. L’Alta Rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ne ha chiesto il ritiro, ma considera i sei mesi concessi da Washington un’opportunità per la diplomazia. Il Segretario Generale dell’Onu, António Guterres, si è invece detto profondamente allarmato.
Per Aitala, queste prese di posizione non bastano per niente. La Commissione Europea, sostiene, dispone degli strumenti per proteggere persone e imprese nell’Unione, ma “è rimasta inattiva”. E “il destino della Corte per l’Unione non è una questione giudiziaria”: è una prova di autonomia politica. Lo strumento cui fa riferimento è il cosiddetto statuto di blocco, un regolamento europeo pensato per contrastare gli effetti nell’UE di determinate leggi straniere. Vieta alle persone e alle imprese europee cui si applica di rispettare le misure elencate nel suo allegato, salvo autorizzazione della Commissione.
Per estendere questa protezione alle sanzioni contro la Cpi, la Commissione dovrebbe aggiungerle all’elenco. Il regolamento potrebbe limitarne gli effetti nell’Unione, ma non eliminerebbe tutti i rischi per le imprese che operano anche sul mercato americano, né obbligherebbe le società statunitensi a continuare a fornire servizi alla Corte. La scadenza del 7 aprile resta quindi un passaggio decisivo per le attività ordinarie dell’istituzione che Aitala definisce “l’ultima speranza per milioni di vittime”.
