Una statua può essere abbattuta, ricostruita e trasferita. Può cambiare piazza, proprietario e significato. Ma difficilmente smette di raccontare qualcosa del Paese che ha deciso di innalzarla. Negli Stati Uniti, poche figure lo dimostrano quanto Cristoforo Colombo, protagonista di una controversia che attraversa la storia americana e arriva fino alla Casa Bianca. Il 12 ottobre 2026, mentre gli Stati Uniti celebrano il Columbus Day, una parte del Paese riconosce nella stessa ricorrenza l’Indigenous Peoples’ Day, dedicato alle popolazioni native. Non è semplicemente una disputa sul nome di una festività. È il confronto tra due memorie, due esperienze storiche e differenti interpretazioni dell’identità nazionale.
Da una parte, Colombo rappresenta il coraggio dell’esplorazione, il legame con l’Europa e, soprattutto per gli italoamericani, una lunga storia di integrazione e riscatto. Dall’altra, il suo arrivo nei Caraibi nel 1492 richiama l’inizio dell’espansione coloniale europea, con conseguenze devastanti per numerose società indigene. La domanda, allora, non riguarda soltanto chi fosse Colombo. Riguarda ciò che gli americani hanno scelto di vedere in lui per oltre due secoli e ciò che, oggi, una parte della società chiede di riconoscere.
Per comprendere il significato del Columbus Day bisogna tornare a un’America molto diversa da quella contemporanea. Alla fine dell’Ottocento, milioni di immigrati europei cercavano negli Stati Uniti opportunità che i rispettivi Paesi d’origine non riuscivano a offrire. Tra loro, gli italiani, spesso destinatari di pregiudizi, discriminazioni e violenze. L’episodio più drammatico avvenne a New Orleans nel marzo 1891, quando undici uomini di origine italiana furono linciati da una folla dopo l’assoluzione di alcuni imputati nel processo per l’omicidio del capo della polizia locale. La vicenda provocò una crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti e mostrò quanto fragile fosse il riconoscimento sociale della comunità italiana.
L’anno successivo, in occasione del quattrocentesimo anniversario del viaggio di Colombo, il presidente Benjamin Harrison invitò gli americani a commemorare l’esploratore genovese. La celebrazione si inseriva in un clima di tensioni sociali e contribuì anche a valorizzare un simbolo nel quale gli immigrati italiani potevano riconoscersi. Nel 1934, una risoluzione del Congresso diede impulso al riconoscimento nazionale della ricorrenza, successivamente consolidata come festività federale. Dal 1971 il Columbus Day viene osservato il secondo lunedì di ottobre. Colombo divenne così qualcosa di più di una figura storica: rappresentò, per molti italoamericani, la possibilità di sentirsi parte della storia nazionale. Celebrarlo significava rivendicare un’appartenenza che, per generazioni, non era stata affatto scontata.


Foto di Iacopo Luzi scattate alla Casa Bianca in occasione della celebrazione del 9 ottobre 2026
Ed è proprio questa origine a rendere il dibattito contemporaneo più complesso di quanto possa sembrare. Perché il simbolo che una comunità considera testimonianza del proprio riscatto può rappresentare, per un’altra, il ricordo di una sopraffazione. La narrazione tradizionale della scoperta dell’America ha a lungo privilegiato il punto di vista europeo. Eppure, prima dell’arrivo di Colombo, il continente era abitato da popolazioni con sistemi politici, culture, lingue, economie e tradizioni differenti.
Definire il 1492 come l’inizio della storia americana significa dunque adottare una prospettiva particolare, che rischia di relegare le civiltà preesistenti ai margini del racconto. Per molte comunità native, il Columbus Day rappresenta questa esclusione. Non soltanto per le violenze e lo sfruttamento che accompagnarono la colonizzazione, ma perché la celebrazione dell’esploratore ha contribuito a costruire una memoria nazionale nella quale le popolazioni indigene comparivano prevalentemente come protagoniste del passato, anziché come comunità ancora presenti, con proprie istituzioni, rivendicazioni e diritti.
L’Indigenous Peoples’ Day nasce da questa esigenza di riconoscimento. Nel 1990 il South Dakota adottò il Native American Day, mentre nel 1992 Berkeley, in California, introdusse una celebrazione dedicata ai popoli indigeni in coincidenza con il cinquecentesimo anniversario del viaggio di Colombo. Negli anni successivi, altre amministrazioni locali e statali hanno seguito percorsi analoghi, trasformando una ricorrenza storica in uno spazio di confronto sull’identità americana. Il punto non è soltanto riconoscere le ingiustizie del passato. È interrogarsi sulle loro conseguenze presenti: dalla tutela delle lingue indigene alla sovranità delle nazioni tribali, fino ai rapporti giuridici tra queste ultime e il governo federale. Questioni che dimostrano come la storia, negli Stati Uniti, continui a produrre effetti concreti sul funzionamento delle istituzioni.
È in questo contesto che il confronto sulla memoria è diventato anche una questione politica nazionale. Nel 2021, Joe Biden divenne il primo presidente americano a proclamare ufficialmente l’Indigenous Peoples’ Day. La decisione non cancellò il Columbus Day, che rimase una festività federale, ma introdusse a livello presidenziale un riconoscimento parallelo della storia e del contributo delle popolazioni native. L’iniziativa rifletteva un approccio alla memoria nazionale fondato sulla necessità di confrontarsi anche con le pagine più dolorose della storia americana.
Con Donald Trump, la questione ha assunto una direzione politica differente. Già nella proclamazione del Columbus Day del 2025, il presidente aveva presentato Colombo come un eroe della civiltà occidentale, denunciando i tentativi di rimuoverne il nome e i monumenti dallo spazio pubblico. La proclamazione del 7 ottobre 2026 ha confermato questa impostazione, collegando esplicitamente l’eredità dell’esploratore alla nascita della nazione americana e alla difesa delle sue tradizioni culturali.
Ma è soprattutto una statua a raccontare il significato politico di questa scelta. A Baltimora, durante le proteste del 2020 seguite alla morte di George Floyd, un monumento dedicato a Colombo era stato abbattuto e gettato nelle acque del porto. Sei anni dopo, una sua ricostruzione è diventata parte di un’iniziativa sostenuta dall’amministrazione Trump, con l’obiettivo di riportare la figura dell’esploratore al centro della celebrazione pubblica. La vicenda mostra come un monumento possa trasformarsi in un terreno di confronto politico.
Per i sostenitori del ripristino, rappresenta il recupero di una tradizione e il riconoscimento del patrimonio italoamericano. Per i critici, il rischio è quello di riaffermare una lettura celebrativa della colonizzazione senza riconoscerne adeguatamente le conseguenze. La contrapposizione, tuttavia, non può essere ridotta a una semplice divisione tra chi vuole conservare la storia e chi desidera cancellarla. Entrambe le posizioni rivendicano, con argomenti differenti, il diritto di vedere riconosciuta la propria interpretazione del passato.
Ed è qui che la controversia supera la figura di Colombo e investe direttamente il rapporto tra politica e memoria collettiva. Le democrazie non si limitano ad amministrare il presente. Attraverso le istituzioni, contribuiscono a stabilire quali eventi commemorare, quali figure celebrare e quali esperienze inserire nel racconto nazionale. Una festività, un monumento o un programma scolastico non costituiscono soltanto strumenti di conservazione della memoria. Sono anche espressioni di una scelta pubblica, capace di influenzare il modo in cui i cittadini comprendono la propria appartenenza.
Negli Stati Uniti, questa dinamica assume una rilevanza particolare per la struttura federale del Paese. Mentre il governo nazionale continua a riconoscere il Columbus Day, Stati e amministrazioni locali possono attribuire alla stessa giornata significati differenti. La coesistenza delle due ricorrenze riflette quindi anche il pluralismo istituzionale americano: una società nella quale la memoria pubblica non viene definita esclusivamente da Washington, ma prende forma attraverso decisioni adottate a livelli diversi di governo.
Il problema emerge quando il confronto storico si trasforma in una contrapposizione nella quale il riconoscimento di una memoria sembra richiedere necessariamente la negazione dell’altra. Eppure, la storia dell’immigrazione italiana e quella delle popolazioni indigene non sono esperienze equivalenti, né devono essere considerate reciprocamente esclusive. Appartengono a contesti differenti e pongono questioni differenti. Possono essere raccontate entrambe, senza ignorare le responsabilità storiche della colonizzazione e senza cancellare il significato che Colombo ha assunto per generazioni di italoamericani. Una democrazia pluralista dovrebbe poter sostenere questa complessità, distinguendo il riconoscimento delle identità collettive dall’approvazione incondizionata delle figure storiche attraverso cui esse si sono espresse.
Il dibattito sul Columbus Day assume un significato particolare nel 2026, anno in cui gli Stati Uniti celebrano il 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza. Nel 1776, i fondatori della nuova nazione affermarono principi destinati a influenzare profondamente la storia del costituzionalismo moderno. Libertà, uguaglianza e diritti individuali divennero elementi centrali dell’identità politica americana. Eppure, la realizzazione di quei principi fu segnata da esclusioni profonde. La schiavitù, la condizione delle popolazioni indigene e le successive discriminazioni mostrano la distanza che per lungo tempo separò gli ideali proclamati dalla loro applicazione concreta. La storia degli Stati Uniti può essere letta anche come il progressivo confronto con quella distanza: un processo attraversato da conflitti, riforme, mobilitazioni sociali e trasformazioni istituzionali.
In questo senso, il Columbus Day non rappresenta una controversia isolata. È parte di una domanda più ampia che accompagna il 250° anniversario dell’indipendenza: come può una nazione celebrare i propri principi fondativi senza sottrarsi alla responsabilità di esaminare criticamente la propria storia? La risposta non richiede necessariamente una memoria condivisa in ogni suo dettaglio. Una società democratica può convivere con interpretazioni differenti, purché il confronto non impedisca di riconoscere i fatti storici e la dignità delle esperienze coinvolte. Forse è proprio questa la sfida più difficile per l’America contemporanea: trovare un equilibrio tra il bisogno di riconoscersi in una storia comune e il dovere di ammettere che quella storia non è stata vissuta da tutti nello stesso modo.
Perché una nazione non diventa più forte quando riesce a raccontare soltanto ciò che la rende orgogliosa. Diventa più consapevole quando trova il coraggio di riconoscere anche ciò che la mette in discussione. E, a duecentocinquant’anni dalla propria indipendenza, gli Stati Uniti si trovano ancora davanti a questo interrogativo. Non è il passato a chiedere agli americani di scegliere da che parte stare. È il presente a chiedere loro quale rapporto vogliano avere con la propria storia. Perché il vero problema di una nazione non è avere un passato che divide. È pretendere un futuro nel quale tutti debbano ricordarlo allo stesso modo.