Venticinque anni dopo l'11 settembre 2001, il bilancio più semplice da fare è quello degli attentati: 2.977 morti, quattro aerei dirottati, due torri crollate in meno di due ore. Il bilancio più difficile è quello di tutto ciò che è venuto dopo. Le guerre lanciate in risposta agli attacchi hanno ucciso almeno 940.000 persone e sono costate agli Stati Uniti circa 8.000 miliardi di dollari. Un ministero nuovo, un'agenzia federale che controlla ogni passeggero in aeroporto e una legge sulla sorveglianza hanno cambiato la vita quotidiana degli americani. Un carcere militare a Cuba è ancora aperto e l'uomo accusato di aver ideato gli attentati non è ancora stato processato. E più di 9.000 persone sono morte per le malattie contratte respirando la polvere di Ground Zero, tre volte le vittime di quella mattina.
Su una cosa quasi tutti concordano: nessuno, nel settembre del 2001, avrebbe scommesso che gli Stati Uniti sarebbero arrivati al 2026 senza subire un altro attacco di quelle dimensioni. Su tutto il resto il dibattito americano è ancora aperto. Le sue posizioni sono più distanti oggi di quanto fossero vent'anni fa. Per chi guidò la risposta di allora, la "guerra al terrore" ha centrato l'obiettivo principale. Per molti storici e giuristi, quella risposta ha danneggiato gli Stati Uniti più degli attentati stessi, alimentando il terrorismo che voleva sconfiggere, indebolendo i contrappesi costituzionali e distraendo Washington dall'ascesa della Cina. Questo articolo prova a ricostruire, un pezzo alla volta, che cosa è cambiato nel mondo nato quel martedì.
Le guerre: un quarto di secolo in 85 Paesi
La prima guerra cominciò tre settimane dopo il discorso con il megafono che George W. Bush tenne sulle macerie del World Trade Center. Il 7 ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati attaccarono l'Afghanistan governato dai talebani, che ospitavano al-Qaeda e il suo capo Osama bin Laden. Fu un'operazione con una legittimità internazionale che pochi contestarono: per la prima volta nella sua storia la NATO invocò l'articolo 5 del trattato, la clausola di difesa collettiva, e il Consiglio di sicurezza dell'ONU riconobbe l'intervento come atto di autodifesa. Il Congresso approvò l'autorizzazione all'uso della forza con 98 voti a zero al Senato e 420 a uno alla Camera. I talebani furono rovesciati in pochi mesi.
La seconda guerra non ebbe nulla di tutto questo. Nel marzo 2003 gli Stati Uniti invasero l'Iraq sostenendo che Saddam Hussein fosse legato ad al-Qaeda e che possedesse armi di distruzione di massa. Le agenzie di intelligence americane avevano concluso che l'Iraq non c'entrava con l'11 settembre. Le armi non furono mai trovate. Il segretario di Stato Colin Powell le aveva descritte davanti alle Nazioni Unite, in una presentazione che oggi la stessa amministrazione di allora riconosce come basata su valutazioni sbagliate. La guerra in Iraq durò fino alla fine del 2011, quasi tre anni dopo l'uscita di scena di Bush. Bin Laden fu ucciso in Pakistan nel maggio dello stesso anno da un'unità dei Navy SEAL. L'Afghanistan invece andò avanti per vent'anni, fino al ritiro americano dell'agosto 2021 e al ritorno al potere dei talebani, con le immagini dell'aeroporto di Kabul che chiusero l'era aperta dagli attentati.
Il conto lo tiene il progetto Costs of War della Brown University, un gruppo di oltre cinquanta studiosi ed esperti legali che dal 2010 misura i costi delle guerre seguite all'11 settembre. Secondo le sue stime più recenti, le operazioni antiterrorismo americane hanno toccato 85 Paesi. I morti diretti per violenza bellica sono almeno 940.000, di cui circa 400.000 civili, soprattutto in Iraq e Afghanistan. Aggiungendo i morti indiretti, per fame e per malattie nelle zone di guerra rimaste senza ospedali, il totale sale a 4,5-4,7 milioni di persone. Gli sfollati sono 38 milioni. Il costo per il bilancio federale è di circa 8.000 miliardi di dollari, senza contare gli interessi sul debito contratto per finanziarle e senza contare i 2.200-2.500 miliardi che serviranno entro il 2050 per curare i veterani. Più di 7.000 militari americani sono morti nelle due guerre.
Un'altra conseguenza di quelle guerre ha un nome che nel 2001 non esisteva: lo Stato Islamico. "Sappiamo molto bene che l'ascesa dell'IS è stata una conseguenza diretta della caduta di Saddam Hussein nel 2003", ha detto lo storico Bernd Greiner in un'intervista alla Deutsche Welle. Gran parte dei primi combattenti dell'IS veniva dall'esercito iracheno, sciolto dagli americani da un giorno all'altro. "Ha lasciato centinaia di migliaia di giovani per strada senza prospettive di lavoro. Quel genere di cose è humus per la radicalizzazione". Greg Barton, che insegna politica islamica alla Deakin University, ha scritto che il grande errore non fu non aver fermato gli attentati, che pure si potevano fermare, ma non aver capito "come il terrorismo possa amplificare il proprio impatto attraverso la nostra reazione all'oltraggio". Al-Qaeda, secondo Barton, non è mai stata così efficace come quando l'occupazione dell'Iraq generò lo Stato Islamico. Oggi le due organizzazioni continuano a espandersi in Africa, in una decina di zone di conflitto.
Chi difende la scelta di allora parte da un fatto diverso. "Per 25 anni i nostri nemici non sono riusciti a compiere un altro attacco delle dimensioni dell'11 settembre sugli Stati Uniti", ha scritto sul Washington Post Douglas Feith, sottosegretario alla Difesa dal 2001 al 2005. Feith riconosce gli errori in Afghanistan e in Iraq, dalle valutazioni sbagliate sulle armi di distruzione di massa all'occupazione troppo lunga, ma sostiene che la strategia nel suo insieme abbia funzionato: "Non hanno trasformato l'America in uno Stato di polizia", scrive dei terroristi, che in un quarto di secolo non hanno fatto esplodere né grattacieli né centrali elettriche. Lo storico Robert Kagan, in un lungo saggio pubblicato dal Washington Post al momento del ritiro da Kabul, ha ricordato che nel 2004 uno dei più autorevoli esperti di politica estera di Harvard, Graham Allison, riteneva "più probabile che no" che i terroristi avrebbero fatto esplodere un'arma nucleare negli Stati Uniti entro dieci anni. Non fu l'arroganza, secondo Kagan, a portare l'America in Afghanistan: fu la paura. Un anno dopo gli attentati, più di sei americani su dieci temevano un nuovo attacco e più della metà credeva che i responsabili vivessero già negli Stati Uniti.
Lo Stato della sicurezza: aeroporti, sorveglianza, un dipartimento nuovo
Il cambiamento più visibile per chiunque prenda un aereo porta la data del 19 novembre 2001. Quel giorno Bush firmò la legge che creò la Transportation Security Administration, la TSA, l'agenzia federale che da allora controlla passeggeri e bagagli in tutti gli aeroporti americani. Fu una delle agenzie federali create più in fretta nella storia del Paese. Prima dell'11 settembre i controlli erano affidati dalle compagnie aeree a società private, con personale pagato poco e con un ricambio altissimo. Amici e parenti potevano accompagnare i viaggiatori fino al gate. I 19 dirottatori passarono tutti i controlli perché i metal detector erano tarati per rilevare una pistola o un coltello grande, non i taglierini con cui presero il controllo dei quattro aerei. Il protocollo in caso di dirottamento prevedeva di non opporsi ai pirati, prendere tempo e far atterrare l'aereo per lasciare la trattativa alla polizia.
Dopo il 2001 le porte delle cabine di pilotaggio furono blindate e rese impossibili da aprire dall'esterno, i bagagli in stiva cominciarono a essere scansionati sistematicamente e il servizio degli agenti armati a bordo fu ampliato. Ogni nuovo tentativo di attentato aggiunse una regola. Il controllo delle scarpe dopo il caso di Richard Reid, che nel dicembre 2001 nascose esplosivo nelle suole su un volo Parigi-New York, il limite ai liquidi dopo un complotto sventato in Gran Bretagna nel 2006, i body scanner dopo un attentatore con l'esplosivo nella biancheria su un volo Amsterdam-Detroit nel 2009. Le regole americane si imposero a qualsiasi aeroporto del mondo che volesse un collegamento con gli Stati Uniti e l'Unione Europea adottò la sua prima normativa comune sulla sicurezza aerea nel 2002. I risultati sono misurabili secondo l'Organizzazione dell'aviazione civile internazionale, negli anni Settanta gli aerei civili subivano una trentina di attacchi criminali all'anno, scesi a una ventina tra il 1980 e il 2000. Dopo il 2001 il massimo è stato cinque in un anno e nella maggior parte degli anni tra zero e due, mentre i voli annuali passavano da 20 a quasi 40 milioni.
Il resto della macchina fu costruito nei due anni successivi. Nell'ottobre 2001 il Congresso approvò il Patriot Act, che ampliò i poteri di sorveglianza e indagine di polizia e intelligence, rendendo più facile intercettare telefonate ed email e seguire le comunicazioni di una persona su più dispositivi. In parallelo, con un ordine esecutivo segreto, Bush autorizzò la National Security Agency, l'agenzia per le intercettazioni elettroniche, a controllare le comunicazioni di cittadini americani senza mandato. Nel novembre 2002 nacque il Department of Homeland Security, il ministero della sicurezza interna, che fuse 22 agenzie e uffici federali, tra cui la protezione civile e la guardia costiera, sotto un'unica struttura per correggere la mancanza di condivisione delle informazioni che aveva reso possibili gli attentati. Da quella riorganizzazione nacque anche l'Immigration and Customs Enforcement, l'ICE, l'agenzia che oggi esegue le espulsioni e i raid contro gli immigrati irregolari ordinati dal presidente Trump.
Il legame tra sicurezza e immigrazione è una delle eredità meno discusse. Nel 2002 il governo federale introdusse un sistema di registrazione obbligatoria per gli uomini non cittadini con più di 16 anni provenienti da 25 Paesi, quasi tutti a maggioranza musulmana. Fu smantellato nel decennio successivo dopo le accuse di profilazione razziale e religiosa. "L'idea che dobbiamo fare tutto il possibile per proteggerci da qualunque sia questa minaccia, una minaccia indefinita, è diventata del tutto normale", ha detto all'Associated Press Jayesh Rathod, professore di diritto alla Georgetown University. Quattro giorni dopo gli attentati, in Arizona, un uomo uccise Balbir Singh Sodhi, benzinaio di religione sikh, scambiandolo per un arabo a causa della barba e del turbante.
Anche la polizia è cambiata. Rashawn Ray, sociologo della Brookings Institution, ha documentato come l'equipaggiamento militare tornato dalle guerre in Afghanistan e Iraq sia finito nei dipartimenti di polizia locali attraverso programmi federali che lo cedono gratis o a prezzo scontato. Nel 2020 quasi il 65 per cento delle 18.000 forze di polizia americane aveva ricevuto materiale dal Pentagono, dalle munizioni ai veicoli blindati. Secondo le ricerche citate da Ray, i dipartimenti più militarizzati uccidono più civili e non riducono la criminalità.
Il diritto sospeso: Guantanamo e i tribunali che non decidono
Il carcere militare di Guantanamo, nella base navale americana a Cuba, aprì nel gennaio 2002 per detenere i sospetti terroristi fuori dalla giurisdizione dei tribunali ordinari. Venticinque anni dopo è ancora aperto. A gennaio 2026 vi restavano 15 detenuti, tutti reclusi da più di quindici anni, sei dei quali senza alcuna accusa. Tra gli altri c'è Khalid Sheikh Mohammed, l'uomo che secondo gli investigatori federali ideò gli attentati. Fu arrestato nel 2003 e non è mai stato processato: il tribunale militare che dovrà giudicarlo insieme a tre coimputati è fissato per il 2028, ventisette anni dopo gli attentati. Un accordo per farlo dichiarare colpevole in cambio della rinuncia alla pena di morte è stato negoziato e poi annullato dal Pentagono.
Per Ben Wizner, vicedirettore legale dell'American Civil Liberties Union, la più grande organizzazione americana per i diritti civili, l'eredità giuridica dell'11 settembre è l'assenza di responsabilità. In un intervento sul Los Angeles Times Wizner elenca le pratiche adottate sotto la bandiera della guerra al terrorismo: tortura, uccisioni extragiudiziali, commissioni militari, detenzione a tempo indefinito, consegne segrete di prigionieri ad altri Paesi, intercettazioni senza mandato. Alcune sono state interrotte, altre continuano. Il punto, scrive, è che in un quarto di secolo nessun tribunale si è pronunciato sulla loro legalità: le cause intentate dalle vittime sono state respinte senza esaminare né i fatti né il diritto, in nome della sicurezza nazionale.
Il caso che Wizner usa come esempio è quello del suo assistito Khaled El-Masri, cittadino tedesco rapito in Macedonia nel 2003 per uno scambio di persona, consegnato alla CIA, picchiato e drogato, poi trasportato in una prigione segreta in Afghanistan dove fu interrogato per mesi. Quando i funzionari americani si accorsero dell'errore, lo abbandonarono di notte su una strada in Albania. La sua causa negli Stati Uniti fu respinta sulla base di una dichiarazione del direttore della CIA secondo cui il processo avrebbe rivelato segreti di Stato. Lo stesso destino, ricorda Wizner, hanno avuto le cause sulle intercettazioni dei cittadini americani e persino quelle sull'uccisione con i droni di cittadini americani lontani da qualsiasi campo di battaglia. Da questo punto di vista la sentenza della Corte Suprema del 2024 sull'immunità del presidente per gli "atti ufficiali" non è stata una rottura ma una continuazione. Anche gli attacchi ordinati dal presidente contro le imbarcazioni dei presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico si appoggiano sulla stessa certezza che i tribunali non interferiranno.
Il termine ufficiale per la tortura, "tecniche di interrogatorio potenziate", non fu scelto a caso. "C'è un motivo per cui non la si chiama tortura", ha spiegato alla Deutsche Welle Johannes Thimm, esperto di Stati Uniti dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza, "perché la tortura è semplicemente e inequivocabilmente vietata dal diritto internazionale". Secondo il politologo Julian Junk, i metodi extralegali della guerra al terrore hanno avuto "un effetto mobilitante" sui gruppi salafiti e jihadisti anche in Europa. Feith, dal fronte opposto, sostiene che la preoccupazione dell'amministrazione Bush fosse esattamente la contraria: evitare che attacchi ripetuti creassero una pressione pubblica irresistibile per misure contrarie alla libertà. "Dovevamo cambiare il modo in cui vivevamo noi o il modo in cui vivevano i terroristi".
La polvere: una strage che continua venticinque anni dopo
Quando le torri caddero si sollevò una nuvola di polvere che coprì Lower Manhattan e arrivò fino a Brooklyn. Conteneva amianto e piombo, gesso e cemento polverizzati, oltre al fumo degli incendi che bruciarono sotto le macerie per tre mesi. Decine di migliaia di soccorritori e operai lavorarono per quasi nove mesi su quello che chiamavano "the pile", il mucchio, alto cinque piani, senza protezioni adeguate. I respiratori si intasavano in pochi minuti e molti li abbandonarono. Il 18 settembre 2001 la direttrice dell'agenzia federale per l'ambiente, Christine Todd Whitman, dichiarò che l'aria di New York era sicura da respirare. Nel 2003 un'indagine dell'ispettore generale della stessa agenzia stabilì che la Casa Bianca le aveva chiesto di rassicurare i newyorkesi senza avere i dati per farlo, anche per riaprire Wall Street il prima possibile.
I numeri di oggi li fornisce il World Trade Center Health Program, il programma sanitario federale che assiste chi si ammalò per l'esposizione. A giugno 2026 contava più di 150.000 iscritti, tra soccorritori e persone che vivevano, lavoravano o studiavano nella zona. Le certificazioni di malattie legate agli attentati erano circa 85.000, metà per aver inalato o ingerito la polvere, il 30 per cento per tumori. Più di 9.000 iscritti sono morti dal 2001, anche se il programma precisa che è difficile stabilire in ogni caso il ruolo dell'esposizione. Per la prima volta i casi di cancro tra i civili che vivevano o lavoravano nell'area hanno superato quelli tra i soccorritori. Quasi 29.000 sopravvissuti civili hanno una diagnosi di tumore collegata all'11 settembre.
I vigili del fuoco di New York persero 343 uomini quella mattina. Il rapporto sui venticinque anni pubblicato a inizio settembre dal dipartimento conta più di 600 membri morti da allora per malattie legate al World Trade Center, più di quelli uccisi negli attentati. Più di 12.000 membri del corpo hanno almeno una malattia certificata e quasi 5.000 hanno avuto un tumore. Per riconoscere questa seconda strage, la cerimonia annuale a Ground Zero ha aggiunto quest'anno un settimo minuto di silenzio, permanente, dedicato a chi è morto per le malattie contratte dopo. Il riconoscimento è arrivato lentamente. Il programma sanitario federale nacque solo nel 2011 con la legge intitolata a James Zadroga, un detective della polizia morto nel 2006 dopo 450 ore passate a Ground Zero. I tumori furono inclusi tra le malattie coperte solo nel 2012. Nel 2015 il Congresso lo ha finanziato fino al 2090, perché i tumori solidi possono avere latenze di venti o venticinque anni e il picco delle diagnosi potrebbe arrivare adesso.
Hillary Clinton, che nel 2001 era senatrice di New York da otto mesi, ha ricostruito sull'Atlantic la battaglia parlamentare di quegli anni, dai 20 miliardi di dollari ottenuti da Bush per la ricostruzione al tentativo del Congresso, nel 2005, di ritirare 125 milioni già stanziati per il monitoraggio sanitario dei soccorritori. Il suo pezzo si chiude con un'accusa all'amministrazione attuale, che nel 2025 ha tagliato quasi il 20 per cento del personale del programma sanitario e ne ha licenziato il direttore storico John Howard, poi reintegrato e riconfermato per un altro mandato di sei anni proprio questa settimana. Sempre questa settimana il Comune di New York ha pubblicato 170.000 pagine di documenti interni sulla qualità dell'aria, che mostrano come anche i funzionari della città sapessero che intorno a Ground Zero non era sicuro respirare. Lower Manhattan, intanto, è cambiata. Nel 2001 ci vivevano 33.000 persone, oggi più di 70.000.
Un Paese diviso, un mondo che è andato avanti
Una settimana dopo gli attentati l'indice di approvazione di Bush toccò il 90 per cento nei sondaggi Gallup, il valore più alto mai registrato per un presidente americano. Era arrivato alla Casa Bianca otto mesi prima dopo un'elezione decisa da un riconteggio di 36 giorni in Florida e dalla Corte Suprema. Per qualche mese il Congresso lavorò in modo bipartisan e Bush, visitando una moschea, riuscì a contenere la demonizzazione dei musulmani americani. "Non c'era alcun dubbio nella mia mente che non fosse una questione di polizia. Era una guerra", ha detto martedì a Dallas, a un evento del suo centro presidenziale per il venticinquesimo anniversario.
Quell'unità durò poco. Secondo William Galston, politologo della Brookings Institution, furono le divisioni sull'Iraq e sul trattamento dei detenuti a trasformarla in recriminazioni che hanno alimentato la sfiducia degli americani verso il governo e verso le competenze di chi si occupa di politica estera e di intelligence. Nella sua analisi, scritta nei giorni del ritiro da Kabul, Galston arriva a una conclusione netta. Gli Stati Uniti sono "più deboli, più divisi e meno rispettati" di vent'anni prima e la risposta all'11 settembre ha contribuito a questo declino. Alla fine del secolo scorso l'America non aveva rivali militari o economici. "La nostra eccessiva concentrazione sul Medio Oriente ci ha distratto dalle forze geopolitiche che stavano rimodellando il mondo a nostro svantaggio. Mentre l'America guardava altrove, la Russia si è ripresa e la Cina è cresciuta". L'invasione dell'Iraq aprì una frattura profonda con l'Europa. Persino la scorta sanitaria d'emergenza, svuotata all'inizio della pandemia, è per Galston un costo indiretto di vent'anni in cui le guerre venivano finanziate fuori dai limiti di bilancio e la spesa interna no.
Il suo collega James Goldgeier, che studia la politica estera americana, ha osservato che la vera svolta dopo il 2001 non è stata il terrorismo ma il ritorno della competizione tra grandi potenze. Oggi a Washington la rivalità con la Cina "fa impallidire ogni altra questione di politica estera" e su questo democratici e repubblicani sono d'accordo come non lo erano da tempo. Anche la memoria del giorno ha cambiato proprietario. Circa 100 milioni di americani, quasi il 30 per cento dei residenti, sono nati dopo il 2001 e conoscono le Torri Gemelle solo dai libri e dai racconti. Per loro, ha scritto Stephanie Martin, professoressa di politica alla Boise State University, l'11 settembre è ormai "un'eredità politica" prima ancora che un ricordo. Le sue conseguenze competono con l'esperienza originaria per definirne il significato. In un sondaggio Pew del 2016 il 76 per cento degli americani lo indicava tra i dieci eventi più importanti della propria vita.
Venticinque anni dopo, i due bilanci restano incompatibili. Da una parte c'è un fatto. Nessun attacco paragonabile ha più colpito gli Stati Uniti e le reti terroristiche che producevano combattenti a migliaia hanno perso i loro capi e i loro fondi. Dall'altra ci sono i numeri. Quasi un milione di morti diretti, 8.000 miliardi di dollari, i talebani di nuovo a Kabul, lo Stato Islamico nato da una guerra sbagliata, un carcere che non chiude e un sistema di controlli che le corti americane non hanno mai voluto giudicare. Come ha scritto Kagan, la storia si vive in avanti, nel caos degli eventi, ma si giudica all'indietro, sapendo come è andata a finire. Chi decise nel 2001 sapeva solo la prima metà. Chi giudica oggi conosce la seconda e continua a non trovare un accordo sulla prima.
