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Buttigieg contro il "ritorno alla normalità": ai Dem non basta riparare i danni di Trump
Maryland GovPics, 2023, Flickr, CC BY 2.0
Elezioni 6 min di lettura

Buttigieg contro il "ritorno alla normalità": ai Dem non basta riparare i danni di Trump

L'ex Segretario ai Trasporti, tra i possibili candidati del 2028, dice che ricostruire quello che il presidente ha demolito, da USAID al Dipartimento dell'Istruzione, non è possibile né desiderabile.

Pete Buttigieg sta cercando di eliminare dal proprio vocabolario politico ogni parola che contenga il prefisso "ri-" e ogni richiamo al passato. L'ex Segretario ai Trasporti dell'Amministrazione Biden, uno dei nomi più citati in vista delle prossime primarie presidenziali democratiche del 2028, ha spiegato in un'intervista a Politico che promettere agli elettori di riportare gli Stati Uniti alla normalità precedente a Donald Trump è la strada sbagliata per il suo partito. "Il ritorno alla normalità, secondo me, non funzionerà", ha affermato.

Se i Democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato di novembre, il rischio è che il partito si affidi a una sorta di memoria muscolare e passi immediatamente alla modalità "annullare i danni". Per questo Buttigieg vorrebbe accantonare persino lo slogan con cui Joe Biden vinse nel 2020, Build Back Better, traducibile come "ricostruire meglio". "Costruire meglio. Non voglio nemmeno parlare di tornare indietro", ha detto.

Oltre il ritorno alla normalità

Quella promessa, secondo Buttigieg, ha già fallito la prova dei fatti. "Se avesse potuto funzionare, avrebbe già funzionato", ha osservato a proposito dell'esperimento di Biden: l'idea che il Paese desiderasse tornare alla normalità e che i risultati ottenuti attraverso riforme graduali avrebbero ricondotto gli elettori nella coalizione democratica. Nel 2020 Buttigieg si candidò contro quella visione, sostenendo la necessità di scelte più ambiziose, ma perse. "Joe Biden ha battuto me e altre venti persone alle primarie", ha ricordato. Oggi, però, è ancora più convinto di allora della propria analisi.

Neppure le istituzioni smantellate dall'Amministrazione Trump, a suo giudizio, dovrebbero essere ricostruite esattamente com'erano. Buttigieg ha citato USAID, l'agenzia federale che gestiva gli aiuti internazionali, e il Dipartimento dell'Istruzione. "Non penso che sia possibile, né auspicabile, provare a ricostruirli esattamente com'erano prima".

"Sinistra contro centro", "interni contro esterni", "establishment contro sfidanti": secondo Buttigieg, nessuna di queste contrapposizioni coglie pienamente la posta in gioco nelle primarie di quest'anno. La vera domanda è se il partito saprà costruire ciò che verrà dopo oppure si limiterà a riproporre una versione del vecchio status quo. Presentare la proposta più spostata a sinistra può essere un modo per mostrarsi audaci e prendere le distanze dal semplice ritorno alla normalità, ha spiegato. "Ma non credo che sia l'unico modo per essere audaci".

Il test del Michigan

Buttigieg ha rifiutato di rivelare per chi abbia votato alle primarie democratiche per il Senato in Michigan, lo Stato in cui vive e dove gli elettori del partito hanno appena scelto il proprio candidato. "Resterà un segreto dell'urna", ha risposto, spiegando che ora il suo obiettivo è aiutare il partito a ritrovare l'unità. Le primarie del Michigan si svolgono insolitamente tardi e lasciano poche settimane per ricompattare i Democratici in vista del voto di novembre. "Meno parlo su come ho votato, meglio potrò svolgere quel ruolo in seguito".

La sua posizione sulle elezioni di novembre, tuttavia, è già chiara. Secondo Buttigieg, il candidato repubblicano Mike Rogers si è reso inadatto all'incarico con i voti espressi al Congresso, a cominciare da quello contro l'Affordable Care Act, la riforma sanitaria approvata durante la presidenza di Barack Obama. "Molti elettori di questo Stato, molti dei miei vicini e alcuni membri della mia famiglia allargata hanno un'assicurazione sanitaria grazie a una legge contro la quale lui ha votato", ha dichiarato. Il Michigan rimane uno Stato in bilico e Rogers affronta la nuova campagna con ingenti risorse finanziarie e un'organizzazione già rodata dalla corsa al Senato combattuta e persa di stretta misura nel 2024.

La lezione del 2020

Il calendario delle primarie democratiche del 2028 proposto dal Comitato Nazionale Democratico (DNC) dovrebbe partire da South Carolina e Nevada, due Stati con una forte presenza di elettori afroamericani e ispanici della classe lavoratrice: proprio i gruppi con cui Buttigieg incontrò le maggiori difficoltà nel 2020. L'ex Segretario, tuttavia, non ha contestato la scelta. Collocare la South Carolina al primo posto rappresenta una risposta importante al tentativo sistematico di indebolire il potere politico degli afroamericani, ha spiegato, soprattutto alla luce dell'erosione del Voting Rights Act, la legge federale che tutela il voto delle minoranze, e della sentenza della Corte Suprema nel caso Callais.

Secondo Buttigieg, chi aspira alla presidenza deve infatti rivolgersi all'intera classe lavoratrice, parlando tanto dell'esperienza degli afroamericani quanto di quella dei latinos, senza però trattare ogni comunità come un blocco isolato. L'approccio politico fondato sulla suddivisione degli elettori in gruppi distinti, da conquistare uno alla volta, raggiunse il suo apice tra il 2019 e il 2020. Alla domanda se lo definirebbe il "picco woke", Buttigieg ha risposto che quel termine riconduce tutto a una contrapposizione tra sinistra e centro che non descrive adeguatamente il fenomeno.

In ogni Stato che visiterà da ora in avanti, Buttigieg potrà contare su una rete di relazioni e su un'esperienza che nel 2020 non possedeva. Quando arrivò per la prima volta in South Carolina da candidato, lo fece per chiedere il sostegno degli elettori. Negli anni successivi vi è invece tornato da membro del governo per portare investimenti e progetti concreti, dal porto di Charleston ai lavori stradali di Orangeburg. Da quando ha lasciato l'Amministrazione Biden ha già visitato trenta Stati.

L'effetto sorpresa, però, non può ripetersi. "Si può irrompere sulla scena una volta sola", ha osservato, ricordando che nel 2019 la sua campagna procedeva come un treno i cui binari venivano posati mentre era già in corsa. Non crede, tuttavia, che l'esperienza accumulata renda necessariamente più semplice una nuova candidatura. "Non so se sia mai stato facile, per qualcuno, competere seriamente per la presidenza".

Harris, Miller e la politica dell'appartenenza

Secondo Buttigieg, una nuova candidatura di Kamala Harris non implicherebbe necessariamente una ripetizione del 2024. Ha ricordato le due campagne presidenziali di John McCain e le tre di Joe Biden: "Il mondo cambia, la politica cambia, le persone cambiano. Tutti cresciamo". Il 2024 è stato un anno traumatico per il partito, ha riconosciuto, e i Democratici continuano a interrogarsi sulle ragioni della sconfitta.

Nel suo libro Harris ha scritto di non aver scelto Buttigieg come vicepresidente perché riteneva che il Paese non fosse pronto per un ticket formato da una donna nera e da un uomo gay. "È una questione molto più grande del risentimento che qualcuno può provare leggendo una pagina di un libro. Riguarda la traiettoria della civiltà occidentale", ha commentato Buttigieg.

La linea politica del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller è "grottesca", ma Buttigieg gli riconosce di aver compreso la portata della posta in gioco, forse persino in modo eccessivo. "Alcune delle cose che stanno accadendo in questo momento non mettono alla prova soltanto la destra o la sinistra, e nemmeno il solo modello democratico. Mettono alla prova l'Illuminismo, che negli ultimi quattro o cinque secoli ha avuto una certa importanza".

Quanto alla propria omosessualità, Buttigieg sostiene di essere troppo coinvolto per stabilire se lo abbia favorito o penalizzato. Ci sono stati momenti in cui temeva che avrebbe stroncato la sua carriera politica prima ancora che cominciasse e altri in cui sembrava non avere alcuna importanza. Il tema intorno al quale ha costruito il proprio racconto politico è quello dell'appartenenza. La stessa esigenza di sentirsi parte di qualcosa, osserva, alimenta anche il consenso per Trump e JD Vance; in quel caso, però, l'appartenenza viene definita soprattutto attraverso l'esclusione degli altri.

L'episodio più grave vissuto dalla sua famiglia da quando è entrato in politica risale a quando una persona con problemi psichici fece una falsa segnalazione alle autorità, provocando la temporanea separazione di Buttigieg e del marito dai figli. Dopo l'accaduto ricevette la solidarietà di molte persone, compresi alcuni avversari politici. "Se non riusciamo nemmeno a considerare i figli degli altri un limite invalicabile, allora non ci resta più nulla".

Il 2028 dopo Trump

Sono trascorsi undici anni dalla discesa di Trump lungo la scala mobile della Trump Tower, con la quale nel giugno 2015 annunciò la sua prima candidatura alla Casa Bianca. Per Buttigieg, quel momento ha segnato l'inizio di un'epoca in cui comportamenti un tempo considerati inaccettabili sono diventati normali. Trump, tuttavia, è tanto una causa quanto un sintomo di tutto questo.

Le elezioni del 2028 saranno inevitabilmente anche una risposta a Trump, ma dovranno offrire l'occasione per voltare davvero pagina. Limitarsi a fare campagna contro un presidente la cui popolarità è in calo costituisce una base troppo fragile: quel vantaggio potrebbe rischiare di convincere i Democratici di poter fare a meno di elaborare nuove idee.

Quando in Michigan si sono aperte le corse per il governatorato e per il Senato, Buttigieg ha preso in considerazione entrambe le possibilità, ma ha infine deciso di non candidarsi. Si era trasferito da poco nello Stato, dove si era stabilito per avvicinarsi alla famiglia del marito Chasten, e non si sentiva nelle condizioni di salire su un palco e spiegare perché la scelta dovesse ricadere su di lui anziché su persone impegnate da anni nella politica locale. L'ex senatrice Debbie Stabenow, comunque, lo ha sempre incoraggiato nel suo percorso all'interno del Partito Democratico del Michigan.

I quattro anni trascorsi nel governo federale hanno profondamente cambiato la sua idea di quanto sia necessario trasformare il sistema. Quando si candidò alla presidenza da sindaco in carica, poteva soltanto immaginare il funzionamento di Washington; successivamente da Segretario, invece, ha potuto osservare direttamente ciò che funziona e ciò che deve essere cambiato. Ricorda, infine, anche il momento, intorno ai 32 anni, in cui si rese conto che, quando qualcuno parlava metaforicamente di assaltare il municipio e rovesciare chi comandava, la persona al potere era ormai diventata lui.

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