Alle primarie democratiche di quest'anno i candidati sostenuti dalla sinistra del partito hanno vinto 127 sfide su 162, il 78 per cento, e quasi 30 nuovi progressisti sono favoriti per entrare al Congresso a gennaio. I dati vengono da un'analisi di FiftyPlusOne, un sito americano di dati e previsioni elettorali che da gennaio ha seguito tutti i candidati e tutti gli appoggi ufficiali nelle primarie per la Camera, il Senato e i governatori, sul modello dei progetti condotti negli anni passati dal sito di analisi elettorale FiveThirtyEight.
Per misurare il peso della sinistra, FiftyPlusOne ha considerato progressista ogni candidato sostenuto da almeno uno di nove esponenti o gruppi: la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, il Congressional Progressive Caucus, che riunisce i parlamentari progressisti, i Democratic Socialists of America (DSA), la principale organizzazione socialista del paese, la rete di attivisti Indivisible, Justice Democrats, il Sunrise Movement, il movimento giovanile per il clima, e il Working Families Party, un piccolo partito di sinistra che di solito appoggia i candidati democratici. Il campione comprende così quasi tutti i progressisti che hanno avuto un sostegno organizzato, senza disperdersi tra i candidati che hanno preso poche centinaia di voti.
Nel 2024 i gruppi progressisti si erano concentrati sulla difesa dei seggi già conquistati, mentre quest'anno hanno sostenuto circa quattro volte più candidati. Erano così tanti che circa un terzo dei progressisti sconfitti ha perso contro un altro candidato appoggiato da un gruppo progressista. Considerando solo chi non era già in carica, i progressisti hanno vinto 38 primarie su 68, il 56 per cento. Sono percentuali simili a quelle delle elezioni precedenti, a partire dal 2018, l'anno dei grandi successi della sinistra democratica. La vera novità è il numero dei candidati, dopo un 2024 più tranquillo. I primi dati parziali, aggiornati al 30 giugno, mostravano già un andamento simile. Nel conteggio sono considerati vincitori anche i candidati che in California e nello stato di Washington sono arrivati tra i primi due e in Alaska tra i primi quattro, perché in questi stati le primarie sono uniche per tutti i partiti e al voto di novembre passano i più votati, a prescindere dal partito.
Il tasso di successo più alto è quello di Ocasio-Cortez, che è stata molto selettiva e ha sostenuto solo otto candidati non in carica. Sette hanno vinto, l'88 per cento. Il Working Families Party ha puntato su molti più nomi: ha sostenuto 33 candidati non in carica e 23 sono arrivati alle elezioni di novembre (il 70 per cento, oltre 15 punti meno di Ocasio-Cortez). Nel 2024 ne aveva sostenuti 17 e solo 10 avevano vinto la primaria.
I DSA e il Sunrise Movement hanno visto vincere il 60 per cento dei loro candidati non in carica, anche se il dato dei socialisti si basa su appena cinque nomi. Il risultato peggiore è quello del Congressional Progressive Caucus, con il 59 per cento sui suoi 22 candidati non in carica. Il gruppo ha subito anche le sconfitte più visibili tra i deputati in carica: quattro suoi membri, Diana DeGette, Shri Thanedar, Dan Goldman e Adriano Espaillat, hanno perso contro sfidanti più a sinistra di loro. A Denver la socialista Melat Kiros ha battuto DeGette, deputata da trent'anni. I loro seggi sono sicuri per i democratici e saranno quindi con ogni probabilità rappresentati da progressisti di un altro tipo. Il 2026 è l'anno con più parlamentari in carica sconfitti alle primarie dal 1970, se si escludono quelli in cui sono stati ridisegnati i collegi elettorali: 14 membri del Congresso non sono arrivati alle elezioni di novembre e altri ancora hanno perso la corsa per un incarico più alto.
Per ognuno dei gruppi analizzati hanno vinto circa tre candidati non in carica su cinque, o anche di più: i progressisti premiati dagli elettori sono quindi molto diversi tra loro. Hanno vinto tanti candidati sostenuti da esponenti più vicini ai vertici del partito, come il Congressional Progressive Caucus ed Elizabeth Warren, quanti quelli appoggiati da gruppi più radicali come Justice Democrats e Indivisible. Le vittorie dei candidati socialisti-democratici contro deputati in carica, come Darializa Avila Chevalier a New York e Kiros a Denver, e le divisioni interne sul sostegno a Israele hanno attirato più attenzione, ma non rappresentano tutti i progressisti che hanno vinto.
Dodici candidati progressisti non in carica erano sostenuti anche da J Street, un'organizzazione filoisraeliana, e sette di loro hanno vinto la primaria. Lo stesso gruppo appoggiava 56 progressisti in carica e 53 sono stati confermati. In più di una decina di primarie si sono sfidati progressisti di correnti diverse. Nel 9° distretto dell'Illinois Daniel Biss, sostenuto da J Street, dal Congressional Progressive Caucus e da Warren, ha battuto un campo affollato di candidati. La sua principale avversaria era Kat Abughazaleh, che si definisce socialista-democratica, è molto critica verso Israele ed era appoggiata da gruppi di attivisti come Justice Democrats e il Sunrise Movement.
Bob Brooks in Pennsylvania e Rebecca Cooke in Wisconsin, che corrono in due distretti in bilico, hanno ottenuto una combinazione di sostegni poco comune: quello di Bernie Sanders, quello della Blue Dog Coalition, il gruppo dei deputati democratici moderati, e quello del DCCC (Democratic Congressional Campaign Committee), il comitato con cui i vertici del partito gestiscono le campagne per la Camera. Per gli autori dell'analisi casi come questi mostrano che non esiste un movimento progressista definito in modo chiaro e che bisogna stare attenti alle conclusioni generali.
I candidati non in carica sostenuti da Ocasio-Cortez hanno vinto più spesso degli altri, ma con alcuni dei margini più stretti: solo quelli dei DSA hanno vinto con un vantaggio medio più basso. Secondo FiftyPlusOne molti di loro hanno quindi vinto in condizioni più difficili. Il margine conta perché può pesare sulla capacità di unire gli elettori in vista di novembre. I candidati di Warren hanno ottenuto le vittorie più nette, con un margine medio di 26 punti, pur affrontando in media più di quattro avversari, il numero più alto tra i gruppi analizzati. In parte dipende da un paio di primarie vinte in Illinois con dieci o più candidati.
Dei 37 progressisti non in carica che hanno vinto la primaria, circa la metà corre in distretti sicuri per i democratici e sei in distretti dove sono favoriti, secondo il modello di previsione di FiftyPlusOne. Altri sette corrono in seggi dove i repubblicani sono favoriti o sicuri di vincere. Per la maggior parte di loro il risultato è quindi già deciso. Restano sei progressisti in corsa nei seggi più combattuti: i loro risultati diranno se un candidato di sinistra può vincere anche nei territori in bilico, una domanda che torna a ogni elezione.
Per chi corre in questi seggi conteranno molto i soldi raccolti direttamente dalle campagne. La spesa dei super PAC, i gruppi che possono raccogliere e spendere somme illimitate senza coordinarsi con i candidati, e quella dei comitati di partito pesano molto, ma i fondi dei candidati rendono di più: nelle settimane prima del voto le campagne hanno diritto a tariffe scontate sugli spot televisivi e pagano una frazione di quanto spendono i gruppi esterni per gli stessi spazi.
Secondo i dati della Federal Election Commission, l'agenzia federale che controlla i finanziamenti elettorali, a metà anno i progressisti avevano raccolto più soldi degli avversari nei distretti a loro favorevoli ed erano indietro in quelli più favorevoli ai repubblicani, dove spesso corrono deputati in carica che hanno accumulato grandi riserve negli anni. Nelle 16 sfide classificate come in bilico o come favorevoli ma non sicure per uno dei due partiti, i progressisti erano in media indietro di circa 690.000 dollari rispetto ai repubblicani, soprattutto quando sfidavano un deputato in carica. I dati arrivano al 30 giugno o, per chi ha votato più tardi alle primarie, a 20 giorni prima del voto.
Nel 7° distretto dell'Ohio, leggermente favorevole ai democratici, al 30 giugno il deputato repubblicano Max Miller aveva raccolto 1,5 milioni di dollari più del democratico Brian Poindexter. Quattro progressisti che sfidano deputati repubblicani in carica in seggi dove i democratici sono favoriti erano indietro in media di 2,6 milioni. Chi corre per un seggio senza deputato in carica era messo un po' meglio: nel 1° distretto del Montana, in bilico, il democratico Sam Forstag aveva raccolto 80.000 dollari più del repubblicano Aaron Flint. Molti candidati dovranno ora raccogliere grandi somme in poco tempo oppure contare sulla spesa dei gruppi alleati e del partito.
Poindexter è già aiutato dal Partito Democratico, che punta sul seggio di Miller anche per le accuse di violenza domestica contro il deputato. Secondo un aggregatore, la spesa esterna a favore di Poindexter o contro Miller supera di oltre 3 milioni di dollari quella dell'altra parte. Anche Brooks, nel 7° distretto della Pennsylvania, ha un vantaggio simile in una corsa dove la spesa esterna è molto alta. Nel secondo trimestre ha aumentato la raccolta fondi e organizza raccolte congiunte con Poindexter, Forstag e altri candidati.
Nella corsa per il Senato del Michigan Abdul El-Sayed, che ad agosto ha vinto le primarie democratiche, a metà luglio aveva raccolto 3,7 milioni di dollari più del suo avversario repubblicano. I gruppi vicini ai repubblicani hanno però speso quasi 50 milioni di dollari più di quelli vicini ai democratici, una cifra che cancella il vantaggio del candidato.
Il denaro comunque non decide sempre. William Lawrence, nel 7° distretto del Michigan, è uscito da una primaria molto combattuta con milioni di dollari in meno del suo avversario repubblicano ed è ancora leggermente indietro nella spesa esterna. Da allora ha ottenuto il sostegno dei vertici del partito e dei rivali moderati battuti alle primarie. Secondo il modello di FiftyPlusOne ha 9 possibilità su 10 di vincere.
