Israele teme di perdere il sostegno americano dopo le primarie democratiche a New York

La vittoria di tre candidati pro-palestinesi nelle primarie democratiche viene letta da molti analisti israeliani come un nuovo segnale di crisi nel rapporto con Washington, già incrinato dai negoziati di Trump con l’Iran.

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Israele teme di perdere il sostegno americano dopo le primarie democratiche a New York

Da settimane, in Israele, il rapporto con gli Stati Uniti viene osservato con crescente inquietudine. Per decenni l’alleanza con Washington è stata considerata una certezza strategica, quasi un pilastro intoccabile della sicurezza nazionale israeliana. Ma la spinta del presidente Donald Trump verso un accordo di pace con l’Iran, interpretata da molti israeliani come un tradimento, e le sue ripetute critiche al primo ministro Benjamin Netanyahu hanno incrinato una convinzione radicata: quella di avere alla Casa Bianca il più solido degli alleati.

Poi è arrivata un’altra doccia fredda: i risultati delle primarie democratiche di martedì a New York. Tre candidati filo-palestinesi sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani, tra i critici più duri di Israele, hanno sconfitto candidati moderati in primarie molto combattute. Nessuno, in Israele, propone ora davvero di cercare alternative strategiche in Cina o in Russia. Ma tra diplomatici, analisti ed ex funzionari governativi israeliani cresce la sensazione che il rapporto con gli Stati Uniti stia entrando in una fase molto più fragile che in passato.

Il voto di New York e il cambio di clima negli Stati Uniti

Gli esperti avvertono che Israele potrebbe non poter contare ancora a lungo sul sostegno automatico di Washington: dagli aiuti militari per miliardi di dollari l’anno ai veti americani contro le risoluzioni anti-israeliane alle Nazioni Unite, fino alle agevolazioni fiscali per le associazioni statunitensi che finanziano cause israeliane.

Tra i vincitori delle primarie ci sono Brad Lander e Claire Valdez, che accusano Israele di genocidio a Gaza, e Darializa Avila Chevalier, che ha messo in discussione lo stesso diritto di Israele a esistere. Valdez e Avila Chevalier definiscono inoltre Israele uno Stato che pratica l’apartheid. Le loro vittorie, secondo molti osservatori, non sono solo episodi locali: segnalano invece una crescente ostilità verso Israele dentro una parte sempre più visibile della politica americana.

Il calo di consenso verso Israele viene da lontano, ma si è aggravato soprattutto con la guerra a Gaza, iniziata dopo gli attacchi guidati da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui furono uccise circa 1.200 persone e circa 250 vennero prese in ostaggio. Nella guerra successiva sono morti decine di migliaia di civili palestinesi, la carenza di cibo ha provocato una crisi umanitaria diffusa e gran parte dell’enclave è stata distrutta.

In questo contesto, per la prima volta In assoluto in un sondaggio New York Times/Siena College di settembre, la simpatia degli americani per i palestinesi ha superato quella per Israele. Un’indagine Pew Research di fine marzo ha quindi rilevato che il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole di Israele, un numero in forte aumento rispetto al 2022.

Per i critici democratici, la frattura crescente nasce dall’idea che Stati Uniti e Israele non condividano più gli stessi valori sui diritti umani e sul trattamento dei palestinesi. Per i critici repubblicani, molti dei quali accusano Israele di trascinare Washington nelle proprie guerre, l’interrogativo è invece diverso: quanto davvero coincidono ancora gli interessi nazionali dei due Paesi?

Il timore più grande: restare senza copertura

Il problema per Israele è ora anche il fatto che più gli elettori americani associano la guerra con l’Iran all’aumento del prezzo della benzina, ha aggiunto, più i loro rappresentanti saranno spinti a chiedersi che cosa ottenga davvero l’America da questa alleanza con Israele.

Per ora, però, il sostegno americano -: Israele resta ancora solido. L’Amministrazione Trump ha infatti accelerato le vendite di armi e gli aiuti militari d’emergenza per miliardi di dollari, ha sostenuto Israele nei colloqui di pace con Hamas e ha agito per contenere le proteste filo-palestinesi nei campus universitari. Ma se l’alleanza dovesse logorarsi ulteriormente, Israele avrebbe molto da perdere.

Già oggi, proprio a causa dei negoziati in corso con l’Iran, Washington sta cercando di limitare le iniziative israeliane nella regione, soprattutto in Libano. E lo stesso Netanyahu ha di fatto riconosciuto quest’anno che la certezza degli aiuti americani non può più essere data per scontata, proponendo che Israele impari gradualmente a farne a meno.

La tensione è entrata anche nella campagna elettorale israeliana, in vista del voto d’autunno. Naftali Bennett, che nel 2021 detronizzò Netanyahu e oggi punta a ripetere l’impresa, ha definito l’alleanza con gli Stati Uniti ai minimi storici. “Per la prima volta dalla fondazione di Israele”, ha detto, “Israele ha una immagine negativa negli Stati Uniti. È un disastro.”

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