Trump vuole legare la fine della guerra con l’Iran al riconoscimento di Israele
Il presidente americano chiede che Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi arabi normalizzino i rapporti con Israele in cambio dell’accordo con l’Iran. Il Medio Oriente ha reagito con scetticismo e silenzio.
Donald Trump intende rendere il riconoscimento di Israele da parte di diversi Paese del Medio Oriente e dell’Asia meridionale una condizione preliminare per chiudere la guerra con l’Iran. Il presidente americano ha lanciato la proposta lunedì sui social, lasciando però perplessa gran parte della regione. Molti analisti dicono di non aver compreso nemmeno la logica dell’iniziativa.
Per Trump l’adesione agli Accordi di Abramo, l’intesa del 2020 che prevede la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele, “dovrebbe essere obbligatoria”. Ma metà dei Paesi citati, tra cui Egitto, Giordania e Turchia, ha già relazioni diplomatiche con Israele. L’altra metà, compresi Arabia Saudita, Qatar e Pakistan, non sembra in alcun modo intenzionata a stabilirle a breve.
Una proposta che spiazza la regione
Il nesso tra la guerra con l’Iran, iniziata il 28 febbraio con i bombardamenti americani e israeliani, e il riconoscimento di Israele resta difficile da decifrare. Il conflitto non offre infatti alcun incentivo evidente alla normalizzazione. Il Qatar, al contrario, aveva fatto pressioni proprio per evitare l’escalation.
“È semplicemente bizzarro”, ha dichiarato al New York Times Yoel Guzansky, ricercatore dell’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv. “Che collegamento c’è tra un accordo con l’Iran e tutto questo? Sono sinceramente perplesso”. Due diplomatici occidentali nella regione, parlando in forma anonima, hanno detto che nessuno sta prendendo davvero sul serio l’idea.
Una portavoce della Casa Bianca, interpellata sul rapporto tra i negoziati con l’Iran e l’espansione degli Accordi di Abramo, non ha risposto direttamente e ha rimandato alle parole pronunciate da Trump mercoledì. In quell’occasione il presidente aveva detto che l’intesa con Teheran poteva dipendere dal riconoscimento di Israele da parte di Arabia Saudita e Qatar. “Penso che quei Paesi ce lo debbano”, aveva affermato. “Non sono sicuro che dovremmo fare l’accordo, se non firmano”.
L’Arabia Saudita resta il vero obiettivo
Per Israele il traguardo principale sarebbe la normalizzazione con l’Arabia Saudita, la più grande economia araba e sede dei luoghi più sacri dell’islam. Riyadh non riconosce formalmente Israele e da anni lega ogni apertura alla creazione di uno Stato palestinese indipendente. L’attuale governo israeliano, il più a destra nella storia del paese, si oppone però con forza a questa prospettiva.
“L’Arabia Saudita non sarà spinta a una decisione storica che ignora lo Stato palestinese”, ha dichiarato l’analista politico saudita Salman al-Ansari. “Il nostro impegno per la soluzione a due Stati non è uno slogan e non è merce di scambio”.
La verità è che il tono usato da Trump è apparso più vicino a un ordine che a una richiesta diplomatica. Eppure riconoscere Israele, una scelta mai popolare tra le opinioni pubbliche arabe, è diventato ancora più difficile dopo le guerre condotte da Israele a Gaza, in Libano e in Iran dall’attacco di Hamas dell’ottobre 2023.
Il silenzio di Israele e il no del Pakistan
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha commentato pubblicamente la proposta. Il governo si è limitato a dichiarare che “Israele punta ad ampliare il cerchio della pace”. Ma con le elezioni israeliane attese in autunno e il futuro politico di Netanyahu ancora incerto, una svolta diplomatica di questa portata appare lontana.
Intanto, Trump ha suggerito anche che il Pakistan, che ha mediato tra Washington e Teheran, dovrebbe aderire agli Accordi di Abramo. La risposta di Islamabad è stata però un netto rifiuto. Il Ministro della Difesa Khawaja Muhammad Asif ha detto in televisione che l’adesione contrasterebbe con le “ideologie fondamentali” del Paese. Maleeha Lodhi, ex ambasciatrice pakistana negli Stati Uniti, ha definito la mossa un tentativo maldestro di spostare l’attenzione dai negoziati.