Trump non riprenderà la guerra con l'Iran se non moriranno soldati americani

Il presidente ha detto in privato ai collaboratori che romperebbe il cessate il fuoco solo se Teheran uccidesse militari statunitensi, mentre proseguono gli scontri sullo Stretto di Hormuz

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Trump non riprenderà la guerra con l'Iran se non moriranno soldati americani
Official White House Photo by Daniel Torok

Il presidente Donald Trump ha confidato ai suoi collaboratori che romperebbe il cessate il fuoco con l'Iran soltanto in un caso: se Teheran uccidesse soldati americani. Lo hanno riferito funzionari statunitensi al Wall Street Journal, che ha rivelato la notizia in esclusiva. Trump continua a sostenere che la pausa negli attacchi aerei, in vigore da settimane, resti valida nonostante il susseguirsi di scontri violenti negli ultimi giorni.

La sua riluttanza a riaccendere il conflitto suggerisce che il presidente sia disposto a sopportare questo tipo di episodi ancora per settimane, forse mesi, pur di evitare una guerra più vasta in Medio Oriente. Questa settimana Stati Uniti e Iran si sono scontrati nei combattimenti più intensi dall'entrata in vigore del cessate il fuoco, all'inizio di aprile. Teheran ha lanciato missili e droni contro basi americane nella regione e contro l'aeroporto internazionale del Kuwait. Gli attacchi hanno causato almeno una vittima e diversi feriti.

Lo scontro in corso per il controllo dello Stretto di Hormuz ha già provocato gravi ripercussioni sui mercati energetici globali e sul trasporto marittimo internazionale. L'Iran sta limitando il libero flusso degli scambi nella via d'acqua strategica, mentre gli Stati Uniti hanno imposto un severo blocco navale da e verso i porti iraniani.

La linea di Rubio: "Rispondiamo, non riapriamo la guerra"

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha descritto gli scontri reciproci come azioni difensive, non come l'inizio di una nuova guerra su vasta scala. "Avvengono in risposta a un'azione iraniana", ha detto ieri durante un'audizione alla Camera dei Rappresentanti. "Se non aprono il fuoco contro quelle navi, noi non apriamo il fuoco, ma risponderemo soltanto se attaccati".

Secondo i funzionari statunitensi, però, la ripetizione degli attacchi ha aumentato la pressione su Trump e alimentato i dubbi sulla tenuta del cessate il fuoco nel lungo periodo. Il presidente ha ripetuto più volte, prima di essere smentito dai fatti, di essere arrivato vicino a un accordo per porre fine alla guerra che, almeno nelle sue intenzioni, permetterebbe di riaprire lo Stretto di Hormuz, smantellare il programma nucleare iraniano ed eliminare le scorte di uranio arricchito ancora presenti nel Paese.

Trump sostiene comunque di non avere fretta di chiudere l'accordo. In un'intervista al New York Post pubblicata ieri, ha detto che è improbabile, anche se non impossibile, che il blocco navale statunitense duri fino al Labor Day, la festa del lavoro americana che cade all'inizio di settembre. Allo stesso tempo, il presidente è intervenuto fortemente per spingere il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a sospendere una pianificata offensiva militare in Libano, dopo che l'operazione aveva messo a rischio i progressi diplomatici.

Trump e i suoi collaboratori avevano inizialmente promesso che il conflitto, iniziato il 28 febbraio, non sarebbe durato più di sei settimane. L'obiettivo dichiarato era eliminare la minaccia nucleare e missilistica di Teheran. "In quella parte del mondo, il cessate il fuoco è quando spari in modo più moderato", ha spiegato ieri Trump ai giornalisti nello Studio Ovale, sostenendo ancora una volta che la situazione è sotto controllo e che i negoziati di pace con l'Iran stiano andando avanti. "Bisogna essere in due per ballare il tango. Li abbiamo colpiti molto duramente su qualcos'altro e così hanno risposto", ha aggiunto.

Il nodo dell'accordo e il ruolo di Israele

Da diverse settimane Trump e il suo team stanno lavorando a un memorandum d'intesa con l'Iran, che dovrebbe delineare gli obiettivi del negoziato e consentire la proroga del cessate il fuoco per circa sessanta giorni per raggiungere un accordo finale. Venerdì scorso il presidente ha respinto l'ultima proposta iraniana, spiegando ai suoi collaboratori che Teheran deve fare concessioni serie subito, non diluite nel tempo, e che non deve ricevere alcun beneficio finché non lo avrà fatto. L'Iran ha replicato che negozierà sul proprio programma nucleare solo dopo che gli Stati Uniti avranno sbloccato i suoi beni o concesso altro dal punto di vista finanziario.

Teheran chiede anche la fine dei combattimenti in corso tra Israele e Hezbollah, suo alleato in Libano. E' stato per questo motivo che Trump ha preteso con forza che Netanyahu annullasse gli attacchi pianificati su Beirut. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito ieri che eventuali raid israeliani sulla capitale libanese riporterebbero la regione alla guerra totale, legando così la sorte del fronte libanese al futuro del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.

L'intensificarsi dei combattimenti degli ultimi giorni rende però ancora più acuto il dilemma diplomatico di Trump: firmare un'intesa con l'Iran molto al di sotto dei suoi obiettivi iniziali, oppure continuare a negoziare a oltranza, intervallando i colloqui con le minacce, per ottenere condizioni che difficilmente sembra essere in grado di imporre. "Sembra davvero bloccato", ha detto Steven Cook, esperto di Medio Oriente del Council on Foreign Relations. "Gli iraniani stanno dimostrando di essere disposti a sopportare il dolore e non cedere. Questo lascia il presidente in una brutta situazione".

Secondo diversi analisti, a questo punto la guerra potrebbe finire rapidamente solo se Trump accettasse un'intesa vaga, con cui l'Iran si impegnerebbe formalmente a non sviluppare armi nucleari e a discutere in futuro temi più concreti come lo stop all'arricchimento e la consegna delle scorte di uranio arricchito quasi pronto per uso militare. In cambio, l'Iran si impegnerebbe a porre fine al blocco dello Stretto di Hormuz, e gli Stati Uniti da parte loro, a quello dei porti navali iraniani.

Finora Trump ha evitato di prendere una decisione definitiva, oscillando ogni giorno tra la minaccia di una nuova escalation militare e l'annuncio di un'intesa sempre più vicina, ma allo stesso tempo ancora aleatoria. "La guerra in Iran sembra il primo pasticcio creato dalla predilezione dell'Amministrazione per la forza e per le scommesse ad alto rischio, una situazione che il presidente non può più ignorare e da cui non riesce a tirarsi fuori", ha detto Suzanne Maloney, esperta di Iran e vicepresidente per gli studi di politica estera della Brookings Institution, sintetizzando la situazione attuale.

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