Trump è passato da imprevedibile a caotico
Per i due autori dell'analisi il presidente "sta annaspando": i sondaggi crollano, i repubblicani temono una disfatta alle elezioni di metà mandato e alcuni senatori lo sfidano.
Donald Trump, che ha costruito la sua immagine sulla forza e sulla capacità di prosperare nel caos, oggi appare "ridimensionato" e "sta solo annaspando". Lo scrivono Jonathan Lemire e Russell Berman in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui i sondaggi del presidente sono crollati, i repubblicani temono una disfatta alle elezioni di metà mandato di novembre, il voto che a metà del mandato presidenziale rinnova il Congresso, e parte del suo stesso partito comincia a sfidarlo.
Solo un anno fa, ricordano i due giornalisti, Trump aveva "travolto Washington": aveva tagliato le tasse, avviato guerre commerciali, irritato gli alleati storici, stretto i controlli alla frontiera e svuotato l'amministrazione federale, arrivando a ipotizzare apertamente di aggirare la Costituzione per candidarsi a un terzo mandato nel 2028. Il 4 luglio dell'anno scorso aveva firmato una legge di bilancio vasta e costosa, da lui battezzata One Big Beautiful Bill Act, in una cerimonia alla Casa Bianca con il sorvolo del bombardiere B-2 che aveva appena colpito i siti nucleari iraniani.
All'origine delle difficoltà attuali, secondo l'analisi, c'è una guerra con l'Iran che ha fatto salire i prezzi per gli americani e ha indebolito la posizione del paese nel mondo. Un memorandum d'intesa firmato la settimana scorsa ha prolungato una tregua fragile e ha aperto un primo giro di negoziati guidato dal vicepresidente JD Vance, ma restano aperti nodi come il futuro del programma di arricchimento dell'uranio iraniano e il controllo dello stretto di Hormuz, una trattativa che potrebbe durare molti mesi.
Trump ha cercato con affanno di presentare la guerra come una vittoria, scrivono gli autori, pur rinunciando ad alcuni degli obiettivi che si era posto e che in gran parte non sono stati raggiunti, mentre l'Iran potrebbe richiudere lo stretto in qualsiasi momento. Sul suo social network Truth Social il presidente ha difeso l'accordo e si è scagliato contro i paragoni con l'intesa raggiunta da Barack Obama oltre dieci anni fa, arrivando a minacciare la ripresa dei bombardamenti se Teheran non rispetterà i patti, una minaccia che in pochi prendono sul serio. I suoi tentativi di apparire imprevedibile, annotano i due giornalisti, sono stati "piuttosto prevedibili".
Nell'entourage del presidente molti ritengono che la guerra non avrà un peso politico duraturo e guardano soprattutto alle elezioni di metà mandato, nella speranza che lo stretto riapra e che il prezzo della benzina scenda. Alcuni collaboratori hanno indicato agli autori una serie di eventi, tra cui alcune sentenze della Corte suprema e perfino i Mondiali di calcio, capaci di far passare in secondo piano il conflitto. "Le elezioni sono lontane mesi", ha detto uno di loro. "Da qui ad allora avremo molti colpi di scena."
Le tensioni con i senatori repubblicani crescono da mesi. Trump aveva sostenuto uno sfidante alle primarie contro il senatore Bill Cassidy della Louisiana, che ha perso la corsa per un terzo mandato, e aveva poi scaricato il senatore John Cornyn del Texas a favore del suo sfidante Ken Paxton, procuratore generale dello Stato coinvolto in diversi scandali, segnando di fatto la sconfitta di Cornyn al ballottaggio delle primarie del mese scorso. Il leader della maggioranza al Senato John Thune aveva sostenuto con forza Cornyn.
Lo scontro è esploso quando Trump ha annullato all'improvviso la cerimonia per firmare un'importante legge sulla casa, un raro esempio di provvedimento bipartisan, chiedendo che i repubblicani approvassero prima il SAVE America Act, una legge che imporrebbe di esibire la prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali e un documento con foto per votare, riducendo in alcune versioni anche il voto per posta. Per farla passare Trump ha provato a spingere i repubblicani a eliminare o aggirare il filibuster, la regola del Senato che richiede 60 voti su 100 per approvare gran parte delle leggi, ma il partito non ha mai avuto una maggioranza disposta a cancellarlo. In una riunione al Campidoglio il presidente ha poi rimproverato i senatori per aver lasciato passare, tra defezioni e assenze, una risoluzione che mira a limitare il suo potere di fare guerra all'Iran.
I tentativi di Trump di spingere al ritiro alcuni esponenti del suo partito hanno prodotto un gruppo di senatori che, non dovendo più ricandidarsi, si sentono liberi di criticarlo. Tra questi Cassidy, Cornyn e Thom Tillis della North Carolina, che annunciò il ritiro subito dopo essersi opposto alla grande legge di bilancio dell'anno scorso. Tillis ha definito Bill Pulte, direttore facente funzione dell'intelligence nazionale, "un sicofante incompetente", mentre Cassidy ha bollato l'accordo con l'Iran come "il peggior errore di politica estera da decenni".
Durante la riunione Cassidy ha affrontato il presidente sull'intesa con Teheran e i due hanno avuto un acceso diverbio, nel quale Trump gli avrebbe detto di sedersi. "Non mi scuso per aver tenuto testa al presidente", ha detto poi Cassidy ai giornalisti. "Difendo gli americani, anche quando sto parlando con il presidente." Trump ha comunque proclamato il successo dell'incontro: "Abbiamo fatto una riunione davvero ottima", ha detto, circondato da tre fedelissimi, i senatori Rick Scott della Florida, John Barrasso del Wyoming e Mike Lee dello Utah, tutti con una cravatta rossa come la sua, mentre Thune restava in disparte con la cravatta blu. In serata la tensione si è in parte allentata: l'aula ha rivotato in modo simbolico la risoluzione sui poteri di guerra e l'ha respinta, con due repubblicani che hanno cambiato voto, tra cui lo stesso Cassidy.
Interpellata dagli autori, la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha risposto con un elenco dei risultati del presidente, aggiungendo: "Il presidente Trump è il leader del mondo libero, e grazie alla sua guida coraggiosa gli Stati Uniti non sono mai stati così forti." Lo stesso giorno, ricevendo il segretario generale della NATO Mark Rutte, Trump ha attaccato alcuni membri dell'alleanza per non aver aiutato nella guerra con l'Iran, riservando parole particolarmente dure all'Italia. La frizione è nata dopo che il presidente aveva sostenuto che la premier Giorgia Meloni lo avesse "implorato" per una foto al vertice del G7 della settimana scorsa, cosa che Meloni ha smentito, facendolo infuriare.
Il caso più emblematico, scrivono Lemire e Berman, è quello dello specchio d'acqua davanti al Lincoln Memorial, una "metafora perfetta" dello stato della sua presidenza. Il restauro era stato affidato con un appalto senza gara a un suo sostenitore, come ha rivelato il New York Times: i costi sono lievitati, i lavori sono falliti e la vasca è finita sotto la sorveglianza di truppe federali. Il rivestimento si è rotto, l'acqua è diventata di un verde brillante e ostinato, lontano dal "blu bandiera americana" che Trump voleva, e il presidente, anziché assumersi la responsabilità, ha imboccato la strada delle teorie del complotto.
Per i festeggiamenti del 4 luglio, quest'anno il 250° anniversario della nazione, il concerto previsto sul National Mall si è trasformato in un comizio a favore di Trump e gran parte degli artisti si è tirata indietro. Il presidente è andato avanti lo stesso, mettendo sé stesso al centro della serata, con un discorso breve e pieno di lamentele, pronunciato dietro un vetro antiproiettile davanti a un pubblico ridotto, da cui molti si sono allontanati mentre ancora parlava. Il giorno dopo ha scritto sui social di aver avuto una folla enorme e che "tutti sono rimasti fino alla fine del mio discorso". Non ha invece commentato l'attacco iraniano a una nave in transito nello stretto di Hormuz. Per quanto ci provi, concludono gli autori, Trump non riesce a cambiare argomento.