Donald Trump ha rimesso in discussione la promessa di concedere all’Ucraina la licenza per produrre gli intercettori Patriot, ma i negoziati tra Washington e Kyiv non si sono fermati. Al summit Nato di Ankara, all’inizio di luglio, aveva annunciato un’intesa. Ma al vertice del 28 luglio alla Casa Bianca non ha offerto garanzie sull’invio di nuovi sistemi e, pochi giorni dopo, durante una riunione di gabinetto a Camp David, ha sostenuto che nessun accordo fosse mai stato raggiunto neppure sulle licenze. Si è così dissolto l’ottimismo che Kyiv aveva accumulato dopo mesi di successi militari, come racconta un’analisi dell’Atlantic firmata da Missy Ryan e Simon Shuster.
Nella notte tra il 4 e il 5 agosto, la capitale ucraina Kyiv e la regione circostante sono state colpite da 24 missili balistici, quattro missili Zircon o Oniks e 115 droni. La contraerea ucraina non è riuscita ad abbattere neppure uno dei missili balistici. Risultato: 17 persone sono morte e almeno 44 sono rimaste ferite. L’emergenza si è aggravata nella notte tra il 7 e l’8 agosto. La Russia ha lanciato altri sei missili balistici e 151 droni: le difese ucraine hanno abbattuto 135 droni, ma nessuno dei missili balistici. Secondo il Ministero della Difesa di Kyiv, a luglio l’Ucraina è riuscita a intercettarne soltanto 29 su 195. Zelensky ha chiesto una maggiore pressione internazionale su Mosca, sostenendo che Putin continui ad affidarsi “ai missili balistici e ai droni per prolungare la guerra”.
Le carte perse di Zelensky
In poche settimane Kyiv ha visto sfumare i nuovi missili americani, la licenza per produrli e l’uso di Starlink oltre confine, mentre a Washington cadeva la sua ambasciatrice. La notte tra il 4 e il 5 agosto ha mostrato quanto costa restare senza difese.
Ventotto missili su Kyiv, nessuno intercettato
La Russia ha lanciato 24 missili balistici, 4 missili Zircon o Oniks e 115 droni contro la capitale e la regione circostante. La contraerea ha fermato quasi tutti i droni, ma senza intercettori Patriot non ha potuto nulla contro i missili.
Ogni linea rappresenta uno dei 28 missili arrivati a segno, secondo l’Aeronautica militare ucraina. Sullo sfondo, da sinistra: il campanile della Lavra, la torre della televisione e la statua della Madre Patria.
Le scorte americane di Patriot si sono svuotate
La guerra con l’Iran, iniziata il 28 febbraio, ha consumato circa due terzi degli intercettori statunitensi. È l’argomento con cui Trump giustifica il no ai nuovi invii e alla licenza di produzione per Kyiv.
Gli Stati Uniti producono 183 nuovi intercettori all’anno: per tornare ai livelli precedenti servirebbero circa tre anni.
La barra dell’ultimo dato mostra la forchetta della stima (759–827). Stima CSIS su documenti di bilancio del Pentagono, 27 luglio 2026.
Kyiv aveva in mano quattro assi. Li ha persi tutti
I nuovi missili
I Patriot sono l’unica arma nell’arsenale ucraino in grado di abbattere i missili balistici russi.
La licenza di produzione
Un alto funzionario ha spiegato all’Atlantic che trasferire la produzione metterebbe a rischio il vantaggio militare americano.
Starlink oltre confine
L’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha visitato Mosca otto volte da quando è in carica. A Kyiv non è mai andato.
L’ambasciatrice a Washington
Gli inquirenti le contestano beni non dichiarati per circa 310.000 dollari. Lei respinge ogni accusa.
Dall’«amore» di Ankara al gelo di agosto
Trump annuncia la licenza per produrre i Patriot in Ucraina e descrive così il clima dei colloqui: «molto amore, molta unità».
Zelensky si presenta come partner militare, non come caso umanitario. Trump però non offre garanzie sull’invio di nuovi sistemi.
Durante una riunione di gabinetto, Trump sostiene che nessun accordo fosse mai stato raggiunto, neppure sulle licenze.
Zelensky destituisce Olha Stefanishyna. Tre giorni dopo, l’Alta Corte anticorruzione la incrimina per arricchimento illecito.
28 missili e 115 droni colpiscono la capitale e la regione. Nessun missile viene intercettato: 17 morti e 44 feriti.
Fonte: The Atlantic (Missy Ryan e Simon Shuster); Aeronautica militare ucraina; CSIS, 27 luglio 2026; NABU e Alta Corte anticorruzione ucraina. Dati aggiornati all’8 agosto 2026.
La squadra di Zelensky travolta dalle inchieste
Nel frattempo, le inchieste sulla corruzione in tempo di guerra hanno decapitato la squadra del presidente ucraino. Olha Stefanishyna ha lasciato questa settimana l’Ambasciata di Washington: ha presentato le dimissioni citando motivi personali e Zelensky l’ha destituita con un decreto del 3 agosto. Tre giorni dopo, l’Alta Corte anticorruzione l’ha incriminata per arricchimento illecito e falso nella dichiarazione patrimoniale, fissando una cauzione di sei milioni di hryvnia, circa 130.000 dollari, meno della metà di quanto chiesto dalla procura.
Gli inquirenti le contestano beni non dichiarati per 13,9 milioni di hryvnia, circa 310.000 dollari, relativi agli anni in cui è stata vicepremier, dall’inizio del 2024 alla metà del 2025. Stefanishyna respinge ogni accusa e sostiene che spetti agli inquirenti dimostrare le contestazioni.
Questa notizia arriva in un periodo già complesso dopo che il mese scorso Zelensky aveva rimosso il Ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, nell’ambito di un rimpasto che ha coinvolto anche la premier Yuliia Svyrydenko, dimessasi su richiesta del presidente. Zelensky aveva giustificato la decisione con lo scontro interno tra Fedorov e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi.
L’ex Ministro la riconduce invece proprio alla lotta alla corruzione: le sue riforme degli appalti militari avevano irritato i produttori di armi e i loro alleati negli alti comandi. Per settimane, quindi, manifestanti sono scesi in piazza a Kyiv per chiederne il reintegro, un raro caso di dissenso pubblico contro il presidente in un Paese in guerra.
Eppure Zelensky continua a puntare proprio su Fedorov per superare l’inverno. Alla Casa Bianca ha chiesto a Trump di intercedere presso Elon Musk. SpaceX consente infatti l’uso di Starlink sul territorio ucraino, comprese la Crimea e le altre aree occupate, ma lo blocca in Russia. Kyiv vorrebbe poter utilizzare il sistema oltre confine per guidare i droni contro i lanciatori mobili che bombardano le città ucraine.
Trump ha risposto che avrebbe valutato la richiesta, senza però assumere impegni. Durante la visita Zelensky ha chiesto anche un colloquio diretto con Musk, che ha rifiutato. Fedorov continua a trattare attraverso canali indiretti, finora senza risultati, mentre Elon insiste sul rischio di provocare un’escalation da parte russa e sostiene che sia arrivato il momento di raggiungere un accordo negoziale.
Trump aveva inoltre annunciato che i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si sarebbero recati a Kyiv per la prima volta nei giorni successivi. Da allora non è emerso alcun altro segnale che il viaggio sia effettivamente in programma. Witkoff, da quando lavora per il presidente, ha invece visitato Mosca otto volte.
Le scorte americane e il timore di Mosca
La Casa Bianca teme le possibili ritorsioni del Cremlino e, contemporaneamente, deve fare i conti con la scarsità di munizioni provocata dalla guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti americani e israeliani. Il Center for Strategic and International Studies stima ora che le scorte statunitensi di missili intercettori Patriot siano scese da circa 2.330 unità a un livello compreso tra 759 e 827.
Un alto funzionario dell’Amministrazione Trump ha detto all’Atlantic che gli Stati Uniti stanno valutando forme di collaborazione industriale con Kyiv, ma ha ribadito l’argomento utilizzato pubblicamente da Trump nelle ultime settimane: trasferire all’Ucraina la capacità di produrre i Patriot potrebbe mettere a rischio il vantaggio militare americano. “Dobbiamo dare la priorità alla protezione di questi sistemi sofisticati e all’aumento della produzione complessiva di sistemi d’arma critici”, ha dichiarato.
Nonostante il dietrofront pubblico di Trump, tuttavia, l’Amministrazione americana non ha ordinato di interrompere i negoziati. Secondo quattro fonti citate da Reuters, l’Ambasciatore statunitense presso la Nato Matthew Whitaker sta coordinando il tentativo di raggiungere un’intesa. Tra le ipotesi esaminate ci sono la produzione in Ucraina di componenti da assemblare poi in Germania, l’ingresso di Kyiv in un programma industriale americano ed europeo già esistente e la costruzione di una versione meno costosa dell’intercettore PAC-3.
Dopo le dichiarazioni di Trump, JD Vance avrebbe inoltre rassicurato Zelensky che gli impegni concordati tra i due presidenti sarebbero stati rispettati. Anche in caso di accordo, però, i primi intercettori non arriverebbero prima di almeno un anno. Ad ogni modo mercoledì, durante un intervento televisivo davanti al suo consiglio di guerra, Zelensky ha dato una lettura politica del rifiuto americano. “Forse sono passi politici mirati a rendere l’Ucraina più, diciamo, accomodante”, ha detto. “Secondo me anche questo fa parte del quadro”.
Nel febbraio 2025, la firma dell’accordo sulle risorse naturali ucraine si era già trasformata alla Casa Bianca in uno scontro televisivo. Trump e JD Vance avevano pubblicamente accusato Zelensky di ingratitudine e successivamente i collaboratori del presidente avevano chiesto alla delegazione ucraina di lasciare l’edificio. Zelensky e i suoi consiglieri non avevano compreso fino a che punto la nuova Amministrazione considerasse la sofferenza dell’Ucraina una causa associata ai democratici ed ereditata da Joe Biden, ha spiegato Stefanishyna all’Atlantic.
Fedorov era riuscito a ribaltare la situazione alla fine di gennaio. Le truppe russe avevano trovato il modo di utilizzare Starlink per guidare i propri droni, aggirando le difese aeree ucraine e rendendo vulnerabile praticamente qualsiasi obiettivo, compreso il quartiere governativo di Kyiv. Il ministro si era rivolto direttamente a Musk e, dal 1° febbraio, SpaceX aveva disattivato tutti i terminali attivi in Ucraina tranne quelli autorizzati dal Ministero della Difesa ucraino, tagliando fuori le forze russe.
Lo squilibrio tecnologico si era così spostato a favore di Kyiv. Entro metà febbraio le truppe ucraine avevano riconquistato alcune centinaia di km quadrati e poco dopo era iniziata la campagna di attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe.
All’inizio dell’estate i droni ucraini hanno interrotto le linee di rifornimento verso la Crimea: la benzina era praticamente scomparsa dai distributori per essere riservata ai mezzi di soccorso e all’esercito. Il 26 giugno le autorità filorusse avevano dichiarato lo stato di emergenza nella penisola illegalmente occupata.
“Il fattore che ha davvero cambiato l’atteggiamento americano, compreso quello del presidente Trump, sono i successi ucraini sul campo”, ha detto all’Atlantic William Taylor, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina. “A Trump piace stare dalla parte del vincitore”.
Dal riavvicinamento di Ankara al nuovo gelo
La guerra contro l’Iran aveva fornito a Kyiv un’altra carta negoziale: intercettori in grado di abbattere i droni economici impiegati da Teheran contro i Paesi del Golfo e le basi americane, con un costo che può scendere fino a mille dollari per unità, contro i milioni necessari per le munizioni statunitensi. Trump aveva liquidato l’offerta il 13 marzo a Fox News. “Non ci serve il loro aiuto sulla difesa dai droni”, aveva detto.
La cooperazione era comunque proseguita: pochi giorni prima Kyiv aveva inviato tecnici e intercettori a protezione delle basi americane in Giordania su richiesta di Washington e, a maggio, i due governi stavano lavorando a un accordo sulla difesa anti-drone.
A luglio, ad Ankara, Trump aveva annunciato la licenza per produrre i Patriot e aveva descritto ai giornalisti il clima dei colloqui dicendo che nella stanza c’erano “molto amore, molta unità”. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Zelensky aveva invece accantonato gli argomenti morali e giuridici, puntando sui vantaggi militari ottenuti dall’Ucraina e sulle competenze che Kyiv può offrire a chi combatte una guerra del XXI secolo.
Il messaggio, ha spiegato un ex consigliere del presidente ucraino, era che l’Ucraina non doveva più essere considerata un caso umanitario, ma un partner capace di reggersi sulle proprie gambe. Nello stesso giorno Zelensky ha partecipato al funerale del senatore Lindsey Graham e ha assistito al voto del Senato su un pacchetto bipartisan di sanzioni contro la Russia.
Poche settimane fa, insomma, il presidente ucraino sembrava poter contare su nuovi missili americani per difendere Kyiv, sul diritto di produrne altri in Ucraina, sulla possibilità di colpire in profondità il territorio russo grazie ai rapporti di Fedorov con Musk e su un’ambasciatrice ben inserita a Washington. Nel giro di pochi giorni, tutte queste carte si sono quantomeno fortemente indebolite: nessuna, almeno per ora, ha prodotto risultati concreti e immediati.
