Trump è entrato nella fase dello stallo nelle sue guerre

Secondo un'analisi del New York Times le promesse di vittorie rapide del presidente in Iran, Ucraina e a Gaza si sono scontrate con la realtà. I tre conflitti restano impantanati.

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Trump è entrato nella fase dello stallo nelle sue guerre
Official White House Photo by Daniel Torok

Le promesse del presidente Donald Trump di vittorie rapide e nette in Iran, Ucraina e a Gaza si sono scontrate con la realtà, e i tre interventi sono entrati nella fase dello stallo. È la tesi di un'analisi del New York Times firmata da David Sanger, uno dei più noti commentatori americani di politica estera e sicurezza nazionale. Trump ama i successi militari e diplomatici veloci e decisivi, scrive l'autore: sulla scrivania dello Studio Ovale tiene i modellini dei bombardieri B-2 che meno di un anno fa distrussero in una sola notte tre siti nucleari iraniani.

Nelle prime settimane del conflitto con l'Iran Trump parlava spesso di replicare il suo "successo in Venezuela", definito "lo scenario perfetto": rovesciare un leader scomodo con un rapido blitz dei commando e sostituirlo con un successore docile e amico di Washington. La guerra con l'Iran si trova invece chiaramente in una fase di stallo. Quando il presidente dichiarò il cessate il fuoco il 7 aprile, scrisse sui social che la fine delle operazioni di combattimento sarebbe stata condizionata all'"apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz". Non è andata così.

Anche se i traffici nello stretto riprendessero in base al memorandum d'intesa ancora in fase di negoziato, il futuro dei programmi nucleare e missilistico iraniani resterebbe dov'era a febbraio, secondo l'analisi: bloccato in una nuova trattativa che l'amministrazione assicura sarà "a tempo determinato", probabilmente 60 giorni. Gli iraniani percepiscono però la forte riluttanza di Trump a riprendere operazioni militari molto impopolari negli Stati Uniti, e secondo la maggior parte degli esperti Teheran cercherà di trascinare i negoziati per mesi o anni, come ha già fatto con le amministrazioni precedenti.

La guerra in Ucraina, al quinto anno, è il conflitto che Trump si era vantato di poter chiudere in 24 ore. Sedici mesi dopo l'insediamento il presidente la cita ormai di rado, e il segretario di Stato Marco Rubio si è lamentato di essere stanco di perdere tempo in negoziati infiniti, lasciando intendere che sarebbe contento se un altro paese volesse subentrare in quel ruolo. I russi hanno fatto capire con discrezione di essere stanchi delle visite periodiche dell'inviato speciale Steve Witkoff e del genero del presidente Jared Kushner, secondo persone a conoscenza dei negoziati. Vogliono un processo diplomatico stabile, con gruppi di lavoro e riunioni regolari, oltre a un ambasciatore americano a Mosca, una carica vacante da quasi un anno.

Gli ucraini si sentono oggi più forti. I loro droni a lungo raggio e i missili di fabbricazione interna raggiungono in profondità il territorio russo, colpendo siti energetici, fabbriche e laboratori che producono componenti chiave per gli armamenti, e a volte obiettivi a Mosca. Una dei capi dei servizi di intelligence britannici, Anne Keast-Butler, ha detto la scorsa settimana che quasi mezzo milione di soldati russi sono stati uccisi in un conflitto che il presidente russo Vladimir Putin pensava di chiudere in poche settimane. Parlando ai giornalisti, Rubio ha mostrato di aver rinunciato all'idea di avvicinare le due parti a un accordo in tempi brevi: "Gli Stati Uniti sono pronti a fare tutto il possibile per facilitare la fine di questa guerra. E speriamo che a un certo punto si presenti l'occasione di poter di nuovo svolgere quel ruolo".

L'errore dell'amministrazione, secondo alcuni esperti citati nell'analisi, è stato affidarsi troppo a telefonate sporadiche e a visite di inviati speciali, senza l'impegno quotidiano della diplomazia tradizionale. Thomas Graham, diplomatico statunitense che servì a Mosca prima del crollo dell'Unione Sovietica e gestì un dialogo strategico con il Cremlino durante l'amministrazione di George W. Bush, ha dichiarato al New York Times che il conflitto "è maturo per una conclusione". "L'umore a Mosca è cambiato. Il campo di battaglia è diverso: gli ucraini hanno congelato la linea del fronte. I problemi economici della Russia crescono e affiora un certo malcontento politico. Dentro il Cremlino si discute di come presentare tutto questo come una vittoria". Manca però ancora, ha aggiunto, un vero processo negoziale istituzionalizzato, "più di un paio di inviati che parlano con Putin".

A Gaza Trump volò in Israele per celebrare il rilascio degli ultimi ostaggi vivi catturati nell'attacco terroristico del 7 ottobre 2023, esaltando un piano in venti punti che partiva dal disarmo di Hamas, prevedeva una forza internazionale di stabilizzazione e puntava a trasformare il territorio in una distesa di torri di uffici in vetro e resort sul mare. Otto mesi dopo Hamas non ha disarmato, se non in falsi video generati con l'intelligenza artificiale, uno dei quali diffuso dallo stesso Trump lo ritraeva mentre prende il sole con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Arrivano più aiuti, ma i palestinesi dormono ancora nelle tende, le macerie infestate dai topi non sono state rimosse e la scorsa settimana Netanyahu ha annunciato che l'esercito israeliano estenderà il proprio controllo a circa il 70 per cento dell'enclave.

La nuova amministrazione palestinese che Trump aveva detto sarebbe stata operativa nel giro di mesi non è mai entrata nel territorio per guidarne la ricostruzione. Il suo "consiglio di pace", che avrebbe dovuto sovrintendere ai lavori e agli investimenti, è a malapena partito, mentre Israele continua i bombardamenti quasi ogni giorno.

Tutto questo, osserva Sanger, potrebbe essere l'esito inevitabile di un presidente dalle grandi ambizioni che si scontra con i limiti della realtà internazionale, oppure il frutto di un eccesso di sicurezza dopo i primi successi militari in Iran e Venezuela. Un collaboratore del presidente ha riassunto così il problema: distruggere siti nucleari dall'alto è ciò che l'America sa fare meglio, controllare gli eventi politici in paesi come Iran, Russia e Ucraina è ciò che gli Stati Uniti sanno fare peggio. Richard Fontaine, ex stretto consigliere del senatore John McCain e oggi a capo del Center for a New American Security, ha dichiarato al New York Times che "la politica estera tende a essere un'impresa lunga e difficile" e che spesso "è la gestione costante e la capacità di portare a termine le cose a fare la differenza, non l'annuncio solenne e drammatico".

L'Iran resta la forma di stallo più complessa. Durante i negoziati di febbraio a Ginevra, Witkoff disse in un'intervista a Fox News che Trump era "curioso di sapere perché non avessero capitolato". Il presidente aveva dichiarato che l'unico esito accettabile sarebbe stata una "resa incondizionata" di Teheran. Nulla di tutto questo è avvenuto. Sanger racconta di aver chiesto al presidente, sul volo di ritorno dalla Cina a metà maggio, perché riprendere l'azione militare avrebbe dovuto avvicinarlo ai suoi obiettivi più di quanto avesse fatto la prima ondata di attacchi. Trump ha reagito elencando i bersagli colpiti e indicando l'aviazione e la marina iraniane devastate, senza mai spiegare perché l'Iran non avesse rinunciato all'uranio arricchito né al programma missilistico, e ha definito "traditori" il giornale e il giornalista.

Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Joe Biden e protagonista dei negoziati con l'Iran ai tempi di Barack Obama, ha sintetizzato la situazione: "Ha provato a bombardare l'Iran, ha provato a bloccarlo, ha provato a intimidirlo, ed è bloccato". Anche un eventuale accordo, nota l'analisi, aprirebbe solo una nuova trattativa destinata a prolungarsi. Come ha osservato Fontaine, "il problema più ristretto dell'arricchimento iraniano in corso era risolvibile con i bombardamenti, almeno nel medio termine. Il problema più ampio della Repubblica islamica no".

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