Marco Rubio piace sempre di più agli elettori di Trump
Secondo i focus group condotti da Sarah Longwell e pubblicati su The Atlantic, il segretario di Stato è visto come una figura competente e stabilizzante, mentre il vicepresidente è accusato di incoerenza.
Il segretario di Stato Marco Rubio sta guadagnando terreno tra gli elettori di Donald Trump come possibile erede politico del presidente, mentre il vicepresidente J. D. Vance perde consensi proprio nella base che lo aveva sostenuto. È quanto emerge da un'analisi pubblicata su The Atlantic da Sarah Longwell, conduttrice del podcast The Focus Group ed editrice di The Bulwark, basata sui focus group settimanali che l'autrice organizza con elettori repubblicani.
Longwell racconta che lo stesso Trump avrebbe l'abitudine di chiedere ai suoi collaboratori chi dovrebbe succedergli, ponendo la scelta tra Vance e Rubio. Se la domanda venisse rivolta ai suoi elettori, la risposta sarebbe ormai piuttosto netta. Nei focus group emerge un rispetto crescente per il segretario di Stato, percepito come una forza stabilizzante all'interno dell'amministrazione. Un dato sorprendente, osserva l'autrice, perché Rubio rappresentava fino a pochi anni fa tutto ciò che la base trumpiana rifiutava: era stato il principale promotore repubblicano dell'ultima grande riforma sull'immigrazione nel 2013, un difensore convinto della NATO e del ruolo degli Stati Uniti come garante della stabilità globale, con uno slogan di campagna nel 2016 che prometteva "un nuovo secolo americano".
Due sono le ragioni principali che spiegano il nuovo apprezzamento. La prima riguarda l'accumulo di incarichi: Rubio ricopre contemporaneamente i ruoli di segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, e fino a poco tempo fa era anche amministratore ad interim dell'USAID e della National Archives and Records Administration. Gli elettori interpretano questa concentrazione di ruoli come prova di competenza. La seconda ragione è la percezione di Rubio come "l'adulto nella stanza", un giudizio che secondo Longwell è favorito dal confronto con figure come il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il direttore dell'FBI Kash Patel e il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr.
La traiettoria di Vance appare opposta. Il vicepresidente, che si era costruito un'identità politica come isolazionista e nazionalista della linea "America First", viene ora criticato dagli stessi elettori che lo avevano votato. L'articolo elenca una serie di episodi recenti che hanno eroso la sua immagine: uno scontro con il pontefice, la contestazione subita a un evento di Turning Point USA e la partecipazione a una campagna elettorale con Viktor Orbán pochi giorni prima della sconfitta storica del leader ungherese.
Il banco di prova più problematico per Vance è stata la guerra in Iran. Dopo essersi presentato come il principale sostenitore dell'isolazionismo, il vicepresidente ha evitato di criticare il conflitto. Trump lo ha incaricato di guidare i negoziati di pace, che sono falliti in meno di un giorno, mentre il presidente assisteva a un incontro di UFC in compagnia di Rubio. Secondo Longwell, l'inautenticità è fatale con gli elettori di oggi e le prospettive politiche di Vance appaiono in netto calo.
L'autrice riconosce che anche Rubio ha compromesso i propri principi trasformandosi in un fedele esecutore della volontà di Trump, come dimostra il suo coinvolgimento nella cattura di Nicolás Maduro in Venezuela. A suo vantaggio gioca anche la memoria corta degli elettori più giovani, che non ricordano il Rubio dell'era pre-Trump e lo vedono soltanto nella versione attuale di alleato leale del presidente.
Longwell precisa che le opinioni raccolte riflettono il sentire di chi resta all'interno della coalizione trumpiana. L'ala più radicale dell'"America First", vicina a figure come Tucker Carlson, Candace Owens e Nick Fuentes, è invece in aperta ribellione contro Trump per la guerra in Iran e le sue conseguenze economiche e considera Rubio complice di quelle scelte.
La conclusione dell'articolo è netta. Sarebbe un errore leggere l'ascesa di Rubio come un possibile ritorno del Partito Repubblicano alle sue posizioni pre-Trump. Secondo Longwell, non è il partito a tornare verso Rubio, ma Rubio che si è adattato al partito. Per arrivare alla posizione attuale, scrive l'autrice, il segretario di Stato ha dovuto rinunciare ai propri principi e assecondare le richieste autoritarie del suo capo. Longwell ricorda infine che nel 2016 Rubio aveva definito Trump un "truffatore" e uno "uomo forte da terzo mondo" a capo della "più grande truffa della storia politica americana", prevedendo che non avrebbe mai preso il controllo del partito. Su quest'ultimo punto, osserva l'autrice, si era sbagliato.