In Iran comandano i generali dei Pasdaran, il nuovo Khamenei è una figura marginale
Mojtaba Khamenei, scelto come guida suprema dopo l'uccisione del padre, sarebbe ferito e in clandestinità, secondo il New York Times. Su guerra, diplomazia e nucleare decidono sempre di più i comandanti della Guardia Rivoluzionaria.
In Iran il potere reale non sembra essere più nelle mani della Guida Suprema, quanto piuttosto in quelle di un gruppo di generali dei Pasdaran. Mojtaba Khamenei, che a marzo ha preso ufficialmente il posto del padre Ali dopo la sua uccisione in un raid americano e israeliano, non eserciterebbe, infatti, un controllo assoluto. Anzi su guerra, negoziati con gli Stati Uniti e sicurezza nazionale decidono sempre più i comandanti del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, noto come Pasdaran. Lo riporta il New York Times, sulla base di interviste con sei alti funzionari iraniani, due ex funzionari, due membri dei Pasdaran, un religioso di alto rango e diverse persone vicine al nuovo leader.
Il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto più volte che la guerra abbia prodotto un "cambio di regime" e che i nuovi leader iraniani siano "molto più ragionevoli". Nei fatti, però, la Repubblica islamica non è caduta: il potere è invece passato a un apparato militare radicale, mentre l'influenza del clero si è ridotta. "Mojtaba gestisce il Paese come se fosse il presidente di un Consiglio di Amministrazione", ha dichiarato al New York Times Abdolreza Davari, ex consigliere dell'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. "Si affida molto ai consigli dei membri del Consiglio, e insieme prendono tutte le decisioni. In questo caso, però, sono i generali i membri del Consiglio."
Un leader ferito ed in clandestinità
Il nuovo leader vive in clandestinità dal 28 febbraio, quando un raid aereo ha ucciso suo padre, la moglie e un altro figlio. Nell'attacco anche Mojtaba sarebbe rimasto gravemente ferito. Secondo il New York Times, avrebbe subito tre operazioni a una gamba e ora attenderebbe una protesi. Avrebbe inoltre riportato ustioni al volto, che gli rendono difficile parlare e per le quali dovrebbe sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica. Resta mentalmente lucido, secondo quattro alti funzionari iraniani citati dal quotidiano statunitense, ma non ha ancora registrato alcun messaggio video o audio perché non vuole apparire vulnerabile nella sua prima uscita pubblica.
L'accesso a Mojtaba è estremamente limitato. I comandanti dei Pasdaran e gli alti funzionari di governo non lo visitano, per timore che Israele possa rintracciare il suo nascondiglio, e i messaggi passano quindi attraverso una catena di corrieri fidati. Le ferite, insieme alle ragioni di sicurezza e alle difficoltà di comunicazione, lo avrebbero spinto a delegare le decisioni più importanti ai generali, con i quali ha legami che risalgono all'adolescenza. A 17 anni si arruolò volontario nella guerra Iran-Iraq e finì nel battaglione Habib dei Pasdaran, dove strinse amicizie che durano da decenni.
Chi comanda davvero in Iran?
Oggi i generali più influenti sarebbero tre. Il primo è Ahmad Vahidi, generale di brigata e comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie. Il secondo è Mohammad Bagher Zolghadr, nuovo capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale ed ex comandante dei Pasdaran. Il terzo è Yahya Rahim Safavi, consigliere militare prima del padre e ora di Khamenei figlio.
Sarebbero stati proprio loro a chiudere lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo, sconvolgendo l'economia globale. Sempre loro avrebbero pianificato gli attacchi contro Israele e gli Stati del Golfo Persico, accettato il cessate il fuoco temporaneo con gli Stati Uniti e aperto ai negoziati diretti. In tutto questo, il presidente Masoud Pezeshkian e il suo governo civile sarebbero stati messi ai margini e invitati a occuparsi soltanto degli affari interni, come la fornitura di cibo e carburante. Anche il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che aveva guidato i colloqui con Washington prima della guerra, sarebbe stato accantonato. Al suo posto, i generali avrebbero scelto Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento ed ex generale dei Pasdaran, per trattare con il vicepresidente statunitense JD Vance a Islamabad.
Lo scontro interno al regime
Nei giorni precedenti sono emerse divergenze sull'opportunità di proseguire i negoziati, mentre Trump continua a mantenere attivo un blocco navale sull'Iran e 27 navi iraniane sarebbero già state respinte. Dopo il sequestro americano di due imbarcazioni iraniane, il comandante in capo Vahidi e altri generali hanno sostenuto che continuare i colloqui fosse inutile. Pezeshkian e Araghchi l'hanno pensata diversamente, mettendo in guardia dalle perdite economiche causate dalla guerra, stimate dal governo in circa 300 miliardi di dollari, e dalla necessità di alleggerire le sanzioni per ricostruire il Paese. Alla fine, però, hanno prevalso i generali e i colloqui sono saltati.
Sabato sera, in un discorso alla nazione, Ghalibaf ha provato a tenere insieme le due linee. "A volte vedo il nostro popolo dire che li abbiamo distrutti", ha detto il presidente del Parlamento in televisione. "No, non li abbiamo distrutti, dovete capirlo. Le nostre conquiste militari non significano che siamo più potenti degli Stati Uniti". È proprio in questo equilibrio precario, tra leadership formale e potere militare effettivo, che si starebbe ridefinendo il nuovo assetto dell'Iran. "Mojtaba non è un vero Leader Supremo: può esserlo di nome, ma non lo è nel modo in cui lo era suo padre", commenta al New York Times Ali Vaez, direttore per l'Iran dell'International Crisis Group. "È subordinato ai Pasdaran perché deve totalmente a loro la sua posizione e la sopravvivenza del sistema."