Petrolio, 32 Paesi rilasciano 400 milioni di barili per frenare i prezzi

I membri dell'Agenzia internazionale dell'energia mettono sul mercato 400 milioni di barili per contenere i prezzi, ma il greggio continua a salire. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso e il traffico di petroliere è crollato all'80 per cento rispetto ai livelli prebellici.

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Petrolio, 32 Paesi rilasciano 400 milioni di barili per frenare i prezzi
Petty Officer 1st Class Indra Beaufort / USS Roosevelt (DDG 80)

I 32 Paesi membri dell'Agenzia internazionale dell'energia (in inglese International Energy Agency, Iea) hanno deciso all'unanimità di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle proprie riserve strategiche, il più grande intervento coordinato nella storia dell'organizzazione. L'obiettivo è contenere l'impennata dei prezzi del greggio provocata dalla guerra in Iran, che ha di fatto paralizzato lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale.

"Le sfide che il mercato petrolifero sta affrontando non hanno precedenti per dimensioni, e sono molto felice che i Paesi membri abbiano risposto con un'azione collettiva di emergenza altrettanto senza precedenti", ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo della Iea, in una conferenza da Parigi. Birol ha però aggiunto che la cosa più importante per stabilizzare i flussi di petrolio e gas resta la riapertura dello Stretto di Hormuz. L'agenzia non ha fornito dettagli sui tempi con cui i singoli Paesi inizieranno a immettere il greggio sul mercato né sulle quantità che saranno disponibili in ciascuna fase.

I 400 milioni di barili equivalgono a circa quattro giorni di domanda globale di petrolio. Per fare un confronto, nel 2022, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, i Paesi della Iea rilasciarono complessivamente 182 milioni di barili in due fasi, meno della metà della quantità decisa mercoledì 11 marzo. Secondo le stime dell'agenzia, i suoi membri dispongono complessivamente di circa 1,2 miliardi di barili in riserva, a cui si aggiungono 600 milioni di barili di scorte industriali a cui i governi possono accedere in caso di emergenza. Anche la Cina, che non è membro della Iea, dispone di riserve strategiche pari a circa 1,2 miliardi di barili.

L'annuncio è arrivato in una giornata di forte tensione sui mercati e sulle rotte marittime. Tre navi commerciali sono state colpite da proiettili nello Stretto di Hormuz nella sola giornata di mercoledì, secondo quanto riferito dall'agenzia britannica United Kingdom Maritime Trade Operations. L'Iran ha rivendicato almeno uno degli attacchi, quello contro il Mayuree Naree, un mercantile battente bandiera thailandese. Il comandante della marina dei Guardiani della rivoluzione, Alireza Tangsiri, ha scritto sui social media che "qualsiasi nave che intende passare deve ottenere il permesso dell'Iran". Un portavoce del comando militare iraniano Khatam al-Anbiya ha dichiarato alla televisione di Stato che l'Iran non permetterà l'esportazione "di un solo litro di petrolio" attraverso lo stretto e ha avvertito di prepararsi a un barile a 200 dollari.

L'impatto sui mercati è stato immediato ma contraddittorio. Lunedì i prezzi del greggio avevano raggiunto quasi 120 dollari al barile, dopo che il flusso di petrolio e gas attraverso lo stretto si era sostanzialmente fermato. Martedì i prezzi erano scesi, in parte per le dichiarazioni del presidente Trump, che aveva definito la guerra "quasi finita", e in parte per le anticipazioni sul rilascio delle riserve. Ma mercoledì il Brent, il riferimento internazionale, era di nuovo in rialzo, intorno ai 91-92 dollari al barile, segno che i mercati restano scettici sulla possibilità di una rapida soluzione del conflitto. Secondo un'analisi di Goldman Sachs basata su dati delle società di tracciamento navale S&P Global e Kpler, il numero di petroliere che lunedì hanno attraversato lo stretto era pari al 20 per cento del livello prebellico.

Alcuni Paesi non hanno atteso la decisione collettiva. Il Giappone, quarto economia mondiale e quinto importatore di greggio, con il 70 per cento del suo petrolio che prima della guerra passava per lo Stretto di Hormuz, ha annunciato il rilascio delle proprie riserve a partire da lunedì 16 marzo. La prima ministra Sanae Takaichi ha spiegato che Tokyo avrebbe messo a disposizione 15 giorni di riserve private e un mese di riserve nazionali. Anche la Germania ha confermato la propria partecipazione, con la ministra dell'economia Katherina Reiche che ha parlato della necessità di "un segnale visibile al mercato". La Francia, che detiene la presidenza di turno del G7, contribuirà con 14,5 milioni di barili, come annunciato dal presidente Emmanuel Macron. Gli Stati Uniti stanno valutando di aprire le proprie riserve strategiche: il segretario agli interni Doug Burgum ha dichiarato a Fox News che "questo è esattamente il tipo di momento in cui bisogna considerare l'utilizzo di una parte delle riserve".

La crisi energetica ha effetti concreti e immediati sui consumatori. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è salito per l'undicesimo giorno consecutivo mercoledì, raggiungendo una media nazionale di 3,58 dollari al gallone, secondo l'associazione automobilistica AAA. Nel Regno Unito il diesel è aumentato di quasi il 9 per cento dall'inizio della guerra. In Francia il governo ha già avviato 513 controlli nelle stazioni di servizio per contrastare aumenti abusivi, con sanzioni tra i 3.000 e i 5.000 euro per le anomalie riscontrate. In Vietnam, i prezzi della benzina senza piombo sono aumentati di oltre il 20 per cento, provocando lunghe file ai distributori. Scene simili si sono verificate in Pakistan, nelle Filippine e in Bangladesh, dove l'esercito è stato dispiegato intorno ai depositi di carburante.

Il mercato del gas naturale è ancora più fragile. Come ha spiegato Kelly Sims Gallagher, docente di politica energetica alla Fletcher School della Tufts University, al New York Times, a differenza del petrolio i Paesi generalmente non dispongono di riserve strategiche di gas. Circa il 20 per cento della produzione mondiale di gas naturale liquefatto proviene dai Paesi del Golfo Persico, con il Qatar tra i principali produttori globali. La chiusura dello stretto colpisce anche il trasporto di fertilizzanti, un quarto dei quali a livello mondiale transita da quella rotta, secondo la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, con potenziali ricadute sui prezzi alimentari nei prossimi mesi.

Nel frattempo, i produttori del Golfo cercano alternative. L'Arabia Saudita sta aumentando i flussi attraverso il proprio oleodotto est-ovest, che collega i giacimenti del Golfo Persico ai terminali sul Mar Rosso, portandolo verso la capacità massima di circa 7 milioni di barili al giorno, rispetto ai 2,8 milioni precedenti alla crisi, come confermato dall'amministratore delegato di Saudi Aramco. Anche gli Emirati Arabi Uniti dispongono di un oleodotto alternativo, capace di trasportare circa 1,8 milioni di barili al giorno. Ma anche a pieno regime, le due infrastrutture insieme movimenterebbero meno della metà del greggio che normalmente transita per lo Stretto di Hormuz. I Paesi privi di alternative, come il Kuwait e l'Iraq, hanno già iniziato a ridurre la produzione: quella irachena è calata del 60-70 per cento rispetto all'inizio del conflitto.

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