Come Trump espelle migranti in paesi terzi
Almeno sedici nazioni, soprattutto in Africa e America Latina, accettano migranti irregolari che non sono loro cittadini. In cambio ricevono denaro, allentamenti sui visti o vantaggi diplomatici.
L'amministrazione Trump sta costruendo una rete di accordi internazionali per espellere migranti irregolari verso paesi che non sono i loro. La ricostruzione, pubblicata dall'Economist, mostra come questa strategia coinvolga almeno sedici nazioni, soprattutto in Africa e America Latina, mentre altri undici paesi hanno firmato intese simili. La lista cresce di settimana in settimana. Di recente un gruppo di colombiani, ecuadoriani e peruviani è atterrato nella Repubblica Democratica del Congo, paese a cui l'amministrazione vorrebbe inviare anche mille rifugiati afghani che in passato hanno collaborato con gli Stati Uniti contro i talebani e che oggi si trovano in un campo in Qatar.
Il caso emblematico raccontato dall'Economist riguarda la Guinea Equatoriale, piccolo petrostato africano. Teodoro Obiang junior, figlio del dittatore del paese, era stato accusato più di dieci anni fa dalla giustizia americana di estorsione e appropriazione indebita. Le autorità statunitensi gli avevano sequestrato una villa a Malibu e una Ferrari, oltre a limitarne l'ingresso negli Stati Uniti. A settembre dello scorso anno, però, Obiang ha incontrato a Washington il vicesegretario di Stato Chris Landau. Sul tavolo c'erano energia, sicurezza e immigrazione clandestina, tema curioso visto che la Guinea Equatoriale non è una fonte rilevante di migranti irregolari verso gli Stati Uniti. La risposta è arrivata a novembre, quando un aereo partito dalla Louisiana è atterrato a Malabo con nove migranti irregolari a bordo, nessuno dei quali cittadino del paese ospitante. Erano originari di Angola, Eritrea, Georgia, Ghana e Mauritania. Sono stati rinchiusi in un albergo di proprietà di un fratello del presidente e spinti a tornare nei paesi da cui erano fuggiti. Uno di loro, identificato con il nome fittizio di Jonathan, è stato rispedito in patria dopo un mese di detenzione. Lì era già stato torturato da bande criminali a causa della sua omosessualità. Oggi vive nascosto.
Gli accordi variano nella forma. Alcuni paesi, come Honduras e Uganda, offrono asilo agli arrivati. Altri, come il Ruanda, si occupano del reinserimento di criminali rilasciati. Altri ancora, come Guinea Equatoriale e Ghana, fungono da carcerieri prima di organizzare a loro volta le espulsioni. Anche i compensi cambiano: Guinea Equatoriale e Ruanda hanno ricevuto 7,5 milioni di dollari ciascuno. Un finanziamento da 30 milioni di dollari all'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, l'UNHCR, in Camerun, era subordinato alla firma di un accordo da parte del paese africano. Il Ghana ha ottenuto un allentamento di alcune restrizioni sui visti. La Liberia ha ricevuto un trattamento simile dopo aver accettato Kilmar Abrego Garcia, un cittadino salvadoregno che l'amministrazione Trump aveva tentato senza successo di espellere. Trump ha smesso di parlare di una possibile presa del Canale di Panama dopo che il paese centroamericano ha accolto trecento persone provenienti da nazioni lontane come Iran, Nepal e Somalia. Il Messico, che accetta più migranti di chiunque altro, agisce sullo sfondo dei negoziati commerciali e delle minacce di Trump di bombardare i cartelli della droga.
Il diritto internazionale impone agli Stati Uniti di proteggere i richiedenti asilo dal cosiddetto refoulement, cioè il rinvio in paesi dove rischiano persecuzioni. I migranti dovrebbero anche avere la possibilità di contestare l'espulsione davanti a un giudice. Secondo Economist, però, i funzionari dell'immigrazione americana stanno consegnando queste persone a paesi repressivi senza ulteriori controlli. Nel caso di Jonathan, un giudice dell'immigrazione aveva stabilito che non potesse essere rinviato nel suo paese d'origine, ma la sentenza non impediva il trasferimento altrove e poi il successivo rimpatrio. I diplomatici ammettono di non chiedere notizie sulle condizioni dei migranti una volta arrivati. Lo scorso anno, in un'udienza federale, un giudice ha chiesto se il Dipartimento per la sicurezza interna ritenesse accettabile inviare qualcuno in un paese terzo senza preavviso, a patto di non sapere già che qualcuno lo aspetta lì per ucciderlo. La risposta del governo, riportata da Economist, è stata sostanzialmente affermativa. L'ordine del giudice che imponeva al dipartimento di avvisare i potenziali espulsi e ascoltare i loro ricorsi è sospeso in attesa dell'appello.
I repubblicani sostengono che il sistema d'asilo americano sia aggirabile. Alcuni migranti irregolari ricevono ordini di espulsione che non possono essere eseguiti perché i loro paesi d'origine rifiutano di riprenderli. Prima di Trump queste persone restavano negli Stati Uniti senza una via verso la cittadinanza. Ora la minaccia di un'espulsione verso un paese terzo serve come leva sui governi poco collaborativi. Diversi uomini condannati per reati negli Stati Uniti, originari tra l'altro di Cuba e Vietnam, sono finiti in Sudan del Sud perché i loro paesi non li accettavano.
Nonostante l'impegno diplomatico ed economico, i numeri restano contenuti. Solo 17.000 persone sono state effettivamente espulse verso paesi terzi, mentre il totale dei rimpatri negli ultimi sei mesi ha raggiunto 234.000, in larga maggioranza diretti ai paesi d'origine. Un ex funzionario della sicurezza nazionale americana ha spiegato a Economist che nessun paese vuole davvero diventare il grande centro di smistamento degli Stati Uniti, perché manca una vera convenienza reciproca.
L'obiettivo reale, osserva l'Economist, sembra essere un altro: spingere i migranti ad andarsene da soli e scoraggiare nuovi arrivi. I tassi di rifiuto delle domande d'asilo sono più che raddoppiati. Il candidato di Trump al ruolo di vicedirettore dell'UNHCR vuole che gli Stati Uniti escano dal patto globale sui rifugiati. L'avvocata Alma David ha dichiarato a Economist che la prospettiva di un'espulsione verso un paese terzo sta producendo l'effetto desiderato, cioè terrorizzare le persone.