Come Trump sta minando la fiducia nelle elezioni
Un sondaggio Reuters/Ipsos rivela un profondo divario tra i partiti, con il 63% dei repubblicani convinto che le elezioni del 2020 siano state rubate al presidente.
La campagna pluriennale del presidente Donald Trump per minare la fiducia nel sistema elettorale statunitense ha trovato un terreno fertile nell'opinione pubblica americana. È quanto emerge da un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato il 23 aprile 2026, che fotografa un Paese spaccato lungo linee partitiche a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre. La rilevazione, condotta su 4.557 adulti con un margine di errore di due punti percentuali, mostra come le tesi sulla presunta diffusione di brogli elettorali siano ormai radicate soprattutto tra gli elettori repubblicani, nonostante l'assenza di prove concrete a sostegno.
Il dato più significativo riguarda la percezione della frode tramite voti espressi da non cittadini. Il 46% degli intervistati si dice d'accordo con l'affermazione secondo cui un numero elevato di schede fraudolente verrebbe depositato da persone prive della cittadinanza americana. La spaccatura partitica è netta, con l'82% dei repubblicani che condivide questa convinzione contro il 18% dei democratici e il 38% degli indipendenti. Sulle schede inviate per posta o per assenza, il 53% degli intervistati esprime preoccupazione, mentre il 43% non la condivide. Anche in questo caso il divario è marcato, con l'83% dei repubblicani preoccupati contro il 33% dei democratici. Audit ripetuti e ricerche accademiche hanno stabilito che entrambi i fenomeni sono estremamente rari.
Kelly Rade dello States United Democracy Center, organizzazione apartitica che si occupa della tutela delle elezioni libere, ha commentato i risultati spiegando che le persone, in particolare i repubblicani, rispondono alle affermazioni false dei leader di cui si fidano e che questo crea una vulnerabilità verso le menzogne sul voto. Rader ha aggiunto che, pur essendo poco piacevole osservare divisioni partitiche così ampie su questioni come il voto dei non cittadini, il sistema è costruito per resistere e gli Stati sono pronti per le elezioni di metà mandato.
Sulla questione del documento d'identità ai seggi il sondaggio registra invece un consenso bipartisan. Il 77% degli intervistati sostiene l'obbligo di esibire un documento ufficiale per votare, con il 95% dei repubblicani e il 63% dei democratici favorevoli. Il dato non riguarda però le misure più stringenti attualmente in discussione al Congresso. Il SAVE Act, che imporrebbe la prova della cittadinanza statunitense per registrarsi o aggiornare la registrazione al voto nelle elezioni federali, è stato approvato dalla Camera ma incontra forti resistenze al Senato. I democratici avvertono che la norma potrebbe escludere dal voto categorie di elettori. Nel frattempo, ventitré Stati a guida prevalentemente repubblicana hanno già adottato disposizioni contenute nel disegno di legge.
Sulle elezioni del 2020, il 63% dei repubblicani continua a credere alla tesi sostenuta da Trump secondo cui il voto gli sarebbe stato sottratto, una percentuale che è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni nonostante la mancanza di prove. Solo il 9% dei democratici e il 21% degli indipendenti ritiene che Trump abbia perso quattro anni fa a causa di irregolarità.
Un dato in controtendenza riguarda la fiducia nel proprio voto. Una maggioranza bipartisan, composta dal 79% dei democratici e dal 71% dei repubblicani, dichiara di essere generalmente sicura che la propria scheda verrà conteggiata correttamente. Rader ha definito questo elemento un aspetto positivo della rilevazione, sottolineando al Reuters che le teorie del complotto sulle elezioni non hanno fatto perdere agli americani la fiducia nel valore del proprio voto. Ha aggiunto che le ricerche della sua organizzazione mostrano un legame stretto tra questa fiducia e l'affluenza alle urne.
Il sondaggio ha esplorato anche le posizioni del presidente sulla sicurezza dei seggi. In un'intervista al New York Times di gennaio, Trump ha dichiarato di rimpiangere di non aver schierato la Guardia Nazionale per sequestrare le macchine per il voto nel 2020. A febbraio, ospite del podcast dell'ex vicedirettore dell'FBI Dan Bongino, ha sostenuto che i repubblicani dovrebbero nazionalizzare il voto. La proposta di inviare truppe ai seggi raccoglie però un sostegno limitato. Solo il 28% degli americani la appoggia e gli stessi repubblicani si dividono, con il 45% favorevole e il 54% contrario. Più ampio il consenso sulla presenza delle forze dell'ordine federali ai seggi, sostenuta dal 62% dei repubblicani, dal 36% degli indipendenti e dal 23% dei democratici.